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Questo articolo è stato da me scritto per il quotidiano “Trentino” —e pubblicato in data 02 luglio 2009   pagina 21   sezione: CRONACA. Il pezzo è frutto della mia partecipazione ad una giornata di lavoro dei botanici del gruppo internazionale Ensconet presso il Monte Bondone, Giardino Botanico delle Viote.

«Salvatori di semi». Si chiamano così i botanici e gli appassionati, che raccolgono e conservano i semi di piante selvatiche a rischio e protette, oppure di uso agricolo. Suona come un’attività antichissima e in effetti, un tempo, prima dell’avvento delle multinazionali dell’agrochimica, i semi erano un patrimonio comune del mondo rurale. Oggi con la perdita di biodiversità alla quale assistiamo, diventa cruciale conservare anche i semi delle piante native dei vari continenti.  In questi giorni Trento ospita al Museo di scienze esperti di botanica provenienti da 24 istituti di 16 Paesi europei, al lavoro da 5 anni in un progetto di condivisione e coordinamento dei saperi intitolato «Ensconet».  L’obiettivo di Ensconet è migliorare la qualità delle ricerche sulla conservazione del germoplasma (i semi) in Europa. Il lavoro è stato diviso in 4 sezioni: raccolta dei semi, cura, gestione dei dati e divulgazione dei saperi.  Anche questo progetto, come il Mic (My ideal City) dedicato alla partecipazione in urbanistica, è finanziato con i fondi europei dedicati alla cooperazione scientifica.  Le piante possono essere coltivate nei giardini botanici e riportate in natura quando serve, tuttavia è fondamentale l’esistenza delle “banche del germoplasma”, dove si conservano appunto i semi. Il progetto ha permesso di elaborare una sintesi delle pratiche conosciute e di scrivere le linee guida tecniche per i botanici. Le banche del germoplasma che hanno collaborato raccolgono semi (raccolti in natura) di circa 7000 specie diverse. Questa raccolta rappresenta circa il 50% delle specie europee e una parte consistente di quelle protette o a rischio.  Durante il convengo (fino a sabato), i botanici verificano anche sul campo la complessità del ripristino di equilibri ambientali compromessi. Al Giardino botanico alle Viote del Bondone, il Museo sta infatti ripristinando un habitat manipolato dall’uomo con il taglio di una stazione artificiale di abeti rossi, non autoctoni, e con l’intenzione di far tornare la perduta prateria ricca di specie, risultato dell’interazione secolare tra uomini e montagne. di Maddalena Di Tolla Deflorian

Questa testimonianza è toccante e ci impegna a vivere nella pienezza i nostri giorni di uomini liberi, qui in Italia e in Europa. Cerchiamo di portare qualcosa di verde e di continuare a parlare di Iran, questi giovani che danno e rischiano la vita, la tortura, il lavoro meritano che noi siamo uomini degni della nostra libertà.  Dall’inizio di questa tragedia iraniana, mi sento più sorella di prima di tutti gli uomini e soprattutto delle donne islamiche che vivono nel mondo e nel nostro paese. Vedo un velo e sorrido: mi sento così uguale a loro ! In fondo, ovunque, da sempre, tutti cerchiamo di essere liberi.  Piange il cuore a pensare all’Iran privato della libertà con la violenza ma sorride  anche l cuore perché attraverso questo dolore, che non avremmo voluto sopportare, aumenta la vicinanza con altri popoli e altre culture. Che il mondo sia verde, come la rivoluzione dei giovani iraniani :-)

Scriveva Etty Hillesum (ebrea olandese,  per scelta deportata ad Auschwitz, attenta osservatrice del proprio terribile tempo): Si vorrebbe essere balsamo per molte ferite. (Maddalena Di Tolla Deflorian)

dalla pagina web http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/esteri/iran-fatemeh/fatemeh-karimi-4/fatemeh-karimi-4.html

Fatemeh Karimi è una studentessa iraniana che, come tanti altri, sta vivendo questi giorni di paura, rabbia ed emozioni. Giorno per giorno, riferisce sul nostro sito quello che vede e sente, quello che vedono e sentono i suoi amici. Fatemeh scrive anche sul sito “AgendaComunicazione.it” che da tempo si occupa dei temi dell’informazione e che dà molta attenzione alla vicenda iraniana.

TEHERAN – Non è facile fare uscire questi pensieri e queste notizie, non è facile nemmeno comunicare tra noi. Non è opportuno uscire di casa: ci sono guardie armate ovunque. Si cerca chiunque abbia anche solo l’aspetto di essere potenzialmente un nemico del regime. Il rischio è di essere coinvolti in sparatorie o pestaggi. Bisogna stare attenti a tenere in mano il proprio telefonino oppure una macchina fotografica.

Lo sciopero islamico. Ieri, dopo la pubblicazione nel web del nono comunicato del nostro Presidente Mira Hossein Mousavi, tra gli amici rincuorati, è iniziato il dibattito – di persona e attraverso i blog – sul programma dei prossimi giorni.

Mi sono esaltata sia per il comunicato sia per le affermazioni di sdegno dell’ex presidente Mohhamad Khatami. Ci hanno dato nuove speranze e nuove energie per continuare nonostante tutte le repressioni e le brutalità che stanno compiendo in questi giorni di sangue.

Alla fine, vista la difficoltà di manifestare per le strade, si è deciso di organizzare, l’Etekaf, lo sciopero verde islamico, in tutto l’Iran nei giorni consentiti dalla legge islamica dal 15 al 17 Tir, secondo il calendario persiano e dal 13 al 15 del mese di Rajab per quello arabo (dal 6 all’8 luglio per il vostro). “Ogni azione non deve essere contro le leggi islamiche”: questo dobbiamo ricordarci. Quindi i giorni consentiti per lo sciopero sono gli ultimi dieci del mese del Ramadan e quelli “bianchi” del mese di Rajab: così non infrangiamo né il diritto Coranico né le leggi della Repubblica .

Dunque la protesta va avanti con le manifestazioni indette per giovedì 2 (oggi) e 9 luglio. Cosa faremo? Oltre a gridare “Allaho Akbar” tutte le sere dai tetti delle case, scriveremo sulle banconote, ritireremo i soldi e chiuderemo i nostri conti nelle banche statali, inoltre continueremo il boicottaggio dei prodotti pubblicizzati dalle Tv di stato.

Lo “sciopero islamico” si attua con precise modalità. Anche perché, così, non può essere vietato. I partecipanti devono fermarsi dalle loro attività quotidiane e quindi non vanno a lavorare. L’Etekaf deve avere dietro un pensiero (fioretto) preciso, con un fine predeterminato. Gli scioperanti si recano nelle moschee che diventano, così, il centro dello sciopero. In questo caso il comunicato raccomanda di andare al Mausoleo dell’Imam Khomeini, oltre che in tutte le altre moschee del Paese.

L’Etekaf non deve durare meno di tre giorni e i partecipanti non devono lasciare la propria postazione nella moschea scelta: si può anche partecipare restando a casa. L’importante è astenersi dalle attività e pensare all’obiettivo dello sciopero.

I partecipanti devono inoltre digiunare durante i tre giorni come nel mese di Ramadan, perciò non si deve bere e mangiare dall’alba al tramonto.

Questa è stata una grande idea secondo me, molto intelligente, visto che ci consente di protestare legalmente, rimanendo in quel “rispetto delle regole” più volte affermato dal nostro Presidente Mir Hossein Mousavi.

Picchiato perché aveva la macchina fotografica. Un mio caro amico, assieme ad altri suoi amici, stava passeggiando e aveva una piccola macchina fotografica in mano: non stava scattando, non stava facendo niente. Senza alcun motivo, un gruppo di poliziotti, lui non ricorda bene chi fossero, li ha inseguiti: gli altri sono riusciti a scappare, ma lui è stato preso. Lo hanno massacrato di botte. In qualche modo è arrivato in ospedale, gli hanno fatto una Tac al cranio. Ha la schiena distrutta dalle manganellate, ma quando l’ho chiamato mi ha detto che continuerà a partecipare alle manifestazioni e che con questo non l’hanno intimidito.

Mi piange il cuore e mi chiedo il perché: non siamo giovani anche noi? Perché non abbiamo il diritto di un’esistenza normale come tanti altri? Questa non è vita, ormai qualcosa si è spezzato per sempre, non riusciranno più a farci stare buoni come vogliono loro.

In qualsiasi modo inventandoci forme di protesta continueremo la nostra protesta pacifica. Da ieri si possono utilizzare nuovamente gli sms: hanno levato il filtro, ma noi non vogliamo più usarli per creare un danno economico al governo; ma sul web qualcuno ha proposto invece di utilizzarli per una nuova forma di protesta: su questo ho scritto un nuovo articolo per l’Agenda News

Era il 23 giugno del 1986: un altro mondo, un’altra epoca.

In quel giorno a Trento fu promulgata la legge istitutiva di una importante forma di tutela della biodiversità e degli ecosistemi: la Legge provinciale nr 14/86, che faceva nascere i biotopi, ovvero piccoli lembi di territorio (spesso zone umide, ma non sempre) con una notevole dote di biodiversità, vegetale ed animale. Il padre di quella legge innovativa fu Walter Micheli. La legge istitutiva dei biotopi fu un atto legislativo di notevole rilevanza: si trattava infatti di anticipare perfino la famosa Convenzione di Rio de Janeiro, che fu sottoscritta da tante nazioni nel 1992 e che l’Italia avrebbe recepito solo nel 1994 con la legge 124/94. Il Trentino fu dunque anticipatore di temi e tutele: infatti l’idea sottesa alla t utela dei biotopi è proprio la costituzione di una forma di difesa di valori ecologici “in situ”, cioè nel luogo dove si trovano, un valore che sarebbe stato espresso la prima volta a livello internazionale proprio con la Convenzione di Rio. Forse allora fu poco compreso ma conservare anche piccoli ambiti di pregevole biodiversità significa preservare per il futuro bellezza, valori naturali, paesaggi e specie particolari ed anche preservare la memoria visiva e fisica di quello che la terra trentina è stata e la memoria della complessità presente in questo territorio straordinario compresso e banalizzato a partire dall’ottocento fino ad arrivare oggi ad un degrado notevole, soprattutto nel fondovalle. Pensiamo ad esempio alla rilevanza di un piccolo lembo umido, il biotopo di Nomi, in Vallagarina: sono solo quattro ettari di zona umida, circondati dalle coltivazioni e urbanizzazioni ma quegli specchi d’acqua dove si sente ancora cantare il cannareccione e il verso della gallinella d’acqua, dove il fragmiteto ondeggia nel vento e salici e tife incorniciano le dinamiche di vita di aironi, folaghe e anfibi, riporta alla mente la forma antica del grande fiume, l’ Adige, che con le sue anse, era bellissimo, anche se privava l’agricoltura di tanta terra e le zone umide erano anche malsane. Poi il fiume fu tagliato, ridotto a un canale, perse le lontre e la vegetazione delle sue rive, l’agricoltura divenne aggressiva, l’urbanizzazione con le sue speculazioni e gli errori ripetuti di pianificazione si fece marmellata invasiva.

La valle dell’Adige oggi si mostra al limite di carico: piena di urbanizzazioni sparse, invasa, abbruttita, privata di molta della sua bellezza e ella sua biodiversità, con scarsa connettività per le diverse forme di vita che devono spostarsi, per riprodursi, per fuggire malattie e pericoli, per  vivere. Quello che dobbiamo ricordare è che la perdita di biodiversità significa anche perdita di stabilità dei sistemi viventi intorno a noi, maggiore fragilità complessiva, maggiore permeabilità alle malattie e alle invasioni di specie aliene, predisposizione alla rottura degli equilibri e in definitiva peggiore qualità della vita.

Ricordare quindi la semplice data in cui un’ottima legge fu scritta (anche se poi è stata superata da norme successive) per tutelare veramente lembi di bellezza, scrigni di vita, deve essere un monito a fare di più e in fretta: basta recarsi un giorno nel biotopo dell’Avisio per restare ammutoliti: quel luogo, traccia di un passato millenario di straordinaria vitalità della valle dell’Adige, che dovrebbe essere a protezione dell’ecosistema e del nostro spirito, è trascurato, abusato, schiacciato fra cave, industrie, illeciti.

Il 23 giugno i rondoni, grandi migratori, sono ancora qui, nelle Alpi. Ripartono in luglio, verso l’Africa. Ma forse presto gli uccelli migratori potrebbero non trovare più sufficienti luoghi adeguati per vivere e riprodursi in ambienti così impoveriti. I biotopi servono per questo: essere luoghi di vita e dare una possibilità alla vita, che si è evoluta in milioni di anni con adattamenti multiformi, in questo paese così disattento alla biodiversità e agli equilibri naturali.

L’inventore della parola “biodiversità”,il biologo Edward Osborne Wilson, scriveva nel suo libro “Il futuro della vita” . “Per risolvere la situazione, vi è urgente bisogno di un’etica globale, basata sulla migliore comprensione di noi stessi e del mondo che  ci circonda. Indubbiamente le altre forme di vita hanno importanza. Indubbiamente la nostra gestione attenta e responsabile è la loro unica speranza. Faremmo bene ad ascoltare con attenzione il cuore, per poi agire con intenzione e razionalità e con tutti gli strumenti che possiamo riunire a applicare”.

Maddalena Di Tolla Deflorian, scritto il 19 giugno 2009, pubblicato dal quotidiano “Trentino” in data 25 giugno 2009. Si ringrazia l’editore.

La notizia: In questi giorni sono state pubblicate sui giornali locali le notizie relative a due vicende con elementi  in comune delle APT del Primiero e di Folgaria.

Folgaria: l’APT di Folgaria e  degli Altipiani Cimbri è fallita. Il debito dichiarato ad oggi è pari a 800.000 euro e non si intravede una rapida soluzione. Era stato individuato dagli stessi operatori turistici locali il nome dell’ex Segretario Comunale di Lavarone, Francesco Fait,  come possibile curatore fallimentare nella fase di transizione verso una possibile salvezza. Oggi la notizia:  Fait ha rinunciato all’incarico, con una analisi che si può sintetizzare così: “Alle due assemblee da me indette per confrontarmi con i soci, hanno partecipato pochi operatori, soprattutto pochi albergatori di Folgaria paese. E’ evidente che manca la base: il senso di partecipazione  e la voglia di impegno dei soci. Ha danneggiato il senso di partecipazione l’appiattimento sull’impiantistica e la perdita di identità”.

Primiero: La notizia è che  nell’ultima assemblea, i soci dell’APT del Primiero (gli operatori turistici) non hanno raccolto la loro quota parte, pari a 500.000 € per finanziare la ricapitalizzazione della società impiantistica di San Martino “Rosalpina”. L’accordo di programma sottoscritto dai Comuni, l’APT , le società impiantistiche con la Provincia di Trento prevedeva che a fronte dei 5 milioni di euro collocati da operatori locali e Comuni, la Provincia avrebbe finanziato le opere (impianti e piste) previste per collegare il Passo Rollaecon San Martino di Castrozza con altri fondi pubblici. Prima di questo, nelle scorse settimane il Comune di Fiera di Primiero aveva votato contro il collegamtno nella sua versione progettuale attuale (che andrebbe – ricordiamo – ad intaccare il paesaggio dei laghi del Colbricon, nel cuore del Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino).

Il commento: Le due vicende dimostrano purtroppo che l’analisi da molto tempo avanzata dagli ambientalisti era e rimane corretta e lucida. L’analisi diceva questo: gli operatori turistici trentini sono viziati dai troppi soldi pubblici sempre elargiti con troppa facilità;  i processi decisionali rispetto a grandi investimenti territoriali sono superficiali, senza una vera e corretta partecipazione dei cittadini, la responsabilizzazione degli operatori privati è insufficiente,  sui territori manca  una visione uitaria, complessiva e capace di futuro e di identità del territorio e di politiche per il turismo. Tutto questo costituisce un magma pericoloso che oggi si manifesta con queste due crisi. L’APT di Folgaria è fallita per le ragioni che Francesco Fait ha lucidamente esposto, che sono le stesse denunciate da anni dalle associazioni ambientaliste locali e da gruppi di cittadini dell’Altopiano cimbro molto critici. In Folgaria manca innanzitutto una visione identitaria del luogo e manca il senso di comunità. Da questo nasce la frammentazione degli obiettivi e anche la debolezza delle categorie economiche, che prima non hanno saputo governare e indirizzare le politiche turistiche schiacciandole sul solo sci invernale, poi hanno fatto fallire l’APT e infine alle recenti elezioni comunali non hanno saputo esprimere con forza loro consiglieri comunali, che portassero una visione economica unitaria e collettiva. Come se ne esce? Aprendo una vera grande fase di partecipazione dei cittadini e delle categorie economiche, una fase di confronto sull’identità dell’Altopiano e in particolare di Folgaria (che soprattutto ha manifestato la propria non coesione e il proprio disagio interno). Chi deve realizzare questa fase? Senza dubbio i tre Comuni di Folgaria, Lavarone e Luserna. Il Comune di Folgaria ha però sicuramente la principale responsabilità e la migliore possibilità di essere efficace, per due motivi: è il Comune più grande e più influente, è soprattutto la sua situazione interna che ha indirizzato male le politiche fino ad oggi seguite e indebolito e reso opaca la politica dell’Altopiano. Da Folgaria si può quindi ripartire.

Per quanto riguarda il Primiero: anche qui si evidenzia una debolezza preoccupante degli operatori economici, incapaci di esprimere una visione del territorio e del turismo, anche loro schiacciati sui fondi pubblici legati alle grandi opere. Prima di tutto questo, invece, viene l’identità del territorio, la coesione interna, la visione di un futuro.

In entrambi i casi quello che è venuto a mancare, problema generale in Trentino, è il senso dei luoghi. Il turismo funziona, produce oltre che denaro anche benessere delle persone e dinamiche positive, solo se i territori sanno prima di tutto “essere” qualcosa, dei luoghi, per poi vendersi. Purtroppo spesso si insegue invece la fase mercantile prima di aver saputo “essere” un luogo.

In questi giorni ricorre il primo anniversario della morte di Walter Micheli, ricordato anche attraverso l’uscita del libro “Passioni e sentieri”, a lui dedicato dalla casa editrice Il Margine. L’eredità morale, culturale, politica lasciata da Walter Micheli al Trentino ci impegna ad un’analisi: quanto oggi trova attuazione del suo disegno ideale e politico?Ricordiamo qui una sintesi della sua vita pubblica, densa di ruoli e impegni diversi nel sindacato, nelle associazioni, nelle istituzioni, nella vita culturale.

Micheli è stato consigliere regionale e provincialedal 1978 al 1993, vicepresidente della giunta Provinciale di Trento e assessore al territorio e all’ambiente dal 1085 al 1994. Ha firmato la prima legge provinciale sulle aree protette, ha dato vita ai biotopi e al secondo Piano Urbanistico Provinciale nel 1987. Dal 1969 consigliere comunale a Trento per nove anni, è stato segretario del PSI trentino dal 1976 al 1979. E’ stato sindacalista mella CGIL dal 1969 al 1976.

Uomo delle istituzioni ha lasciato il segno anche nella vita associativa, essendo tra i promotori delle esperienze di “Società aperta” e di “Costruire Comunità” e animando decine di incontri, dibattiti, documenti. Uomo di cultura, ha curato con Bruno Dorigatti il libro “Ugo Panza, il sindacalista”, edito nel 2006. Per la stessa casa editrice Il Margine ha pubblicato “Il socialismo nella storia del Trentino” nel 2006.

Per molti Walter Micheli ha rappresentato una geografia morale, per la sua integrità e coerenza, unite alla capacità di analisi, al confine tra culture politiche e ambiti diversi, con un’onestà intellettuale e una lucidità di lettura del contesto socio-politico che oggi ci mancano terribilmente.

Quanto duqnue è attuato della sua visione del territorio e della società? Partiamo dal suo ultimo discorso pubblico: nelle celebrazioni per il 25 aprile del 2008, Walter ricordava l’unità d’intenti che caratterizzò la politica del paese alla fine della seconda guerra mondiale. La invocava, ammoniva della sua necessità, sapendo che oggi il Trentino e ancora di più la Regione, come il Paese, soffrono invece di una dolorosa frammentazione degli intendimenti politici. Anzi la Regione sembra lasciata scivolare verso il nulla, mentre potrebbe esercitare funzioni importanti di indirizzo sulle politiche ambientali, economiche come sulle relazioni europee. Invece i due piccoli principi, ciascuno nel suo troppo piccolo feudo provinciale, esercitano il loro ruolo, senza la generosità di un vero leader.

Ma oggi Walter sarebbe preoccupato da una campagna per le elezioni europee priva di un senso forte di Europa, anche qui in Regione, senso d’Europa che per lui invece era uno dei fondamenti irrinunciabili di un’Autonomia che avrebbe voluto autorevole, capace di costruire politiche di respiro sovraregionale. E così la nostra Autonomia non è.

E così la nostra Autonomia non è. Sarebbe anche preoccupato dal vedere che lo scambio con il Veneto di Galan avviene nel contesto di una polemica al ribasso sia sulle competenze della nostra Autonomia che sulle politiche per la montagna.  Lui, autore di un PUP nel 1987 improntato al senso del limite, alla “misura” del territorio, al ruolo strategico delle Aree protette, chiederebbe maggiore integrazione nelle prassi amministrative ed economiche delle politiche per la sostenibilità ed una maggiore decisione per costituire nuovi Parchi, per avviare reti ecologiche e per responsabilizzare sulla base delle competenze i territori periferici, maggiore rigore nel governo del territorio e una partecipazione vera e di qualità per i cittadini. Walter avrebbe certamente manifestato disagio rispetto ai limiti mostrati dalla nostra Autonomia nel controllo del territorio, nei casi di Roncegno, Tenno, dell’ Europa Steel di Mezzolombardo. Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo le osservazioni, scritte insieme alle associazioni ambientaliste, rispetto al nuovo PUP, nelle quali richiamava con preoccupazione la devoluzione urbanistica verso le nascenti Comunità di Valle come un problema, sapendo che nelle valli il governo del territorio in questi anni è stato labile, fallace, replicando errori pesanti ed una eccessiva pressione speculativa, senza un disegno complessivo, spesso solo inseguendo varie istanze localistiche e privatistiche.  “Il tuo monito era che Autonomia significa innanzitutto responsabilità e partecipazione.” scrivevo un anno fa, per ricordarlo. Se penso a come sono stati gestiti male, nella relazione con i cittadini, casi come quelli del biodigestore di Lasino, dell’impianto per il compostaggio di Campiello o dei collegamenti sciistici della Pinzolo-Campiglio o in Folgaria, oggi come allora ritengo che questo monito resti inattuato.  Walter Micheli ha lasciato un’eredità politica da riempire di lucidità e sogni.

Maddalena Di Tolla Deflorian

articolo pubblicato sul quotidiano “Trentino” — 07 giugno 2009   pagina 11   sezione: CRONACA

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