Crisi nelle vendite di borse e scarpe di coccodrillo: che sia per sempre ! Allevare animali solo per ucciderli e ricavarne borse o cinturini è vergognoso e inaccettabile. Gli allevatori cambino mestiere e che i ricchi smettano di acquistare cose prodotte con sfregio della sobrietà e con la sofferenza di animali. (sotto si riporta un articolo pubblicato sul sito www.repubblica.it in novembre 2009)
BORSE, scarpe, stivali, cinture: mai più di coccodrillo. Al massimo resisterà il cinturino dell’orologio. Il mercato del lusso boccheggia (non dappertutto però) . A risentirne gli oggetti in alligatore, status symbol per eccellenza. E anche un vero schiaffo alla miseria, a sbirciare il cartellino del prezzo, nella gara a esibire potere e denaro.
Sono sull’orlo della bancarotta gli allevatori della Louisiana, nelle cui paludi vengono allevati l’80% degli alligatori americani che poi finiscono sul mercato, considerati una delle qualità più pregiate del mondo. Per gli allevatori di questo Stato è il disastro, la peggiore stagione nell’ultimo quarto di secolo, in pratica la bancarotta: in un solo anno il numero delle pelli vendute è crollato, scendendo drasticamente da 35 mila a 7.500. La richiesta si è ridotta fino quasi a scomparire.
Si calcola che ogni alligatore costi agli allevatori 100 dollari dalla schiusa dell’uovo fino al momento in cui l’animale adulto viene abbattuto. E quest’anno le uova “allevate” sono state soltanto 30 mila contro le 530 mila dell’anno passato. Solo negli Stati Uniti il giro d’affari si aggirava attorno ai 70 milioni di dollari annui, una cifra che viene ora massicciamente ridimensionata.
Già gli allevamenti erano stati messi in ginocchio dai terribili tifoni che avevano spazzato la regione, e dalle enormi quantità di acqua salata che avevano messo a rischio l’habitat dei coccodrilli. Negli ultimi mesi, la mazzata che potrebbe essere definitiva, cioè il crollo della domanda dovuto alla recessione globale. Ma attenzione: c’è ricco e ricco. Da Parigi arriva una notizia solo apparentemente in controtendenza, a conferma che, se la fascia di consumi alta e medio alta è in crisi, quella del super lusso non conosce flessioni.
Hermès – lo ha annunciato l’amministratore delegato del gruppo Patrick Thomas al Reuters Global Luxury Summit – ha creato in Australia un proprio centro di riproduzione di alligatori in modo da poter stare dietro alla richiesta di borse per le quali ci sono spesso liste d’attesa lunghe mesi, se non addirittura un anno. Borse che, fatte a mano in edizioni particolari, possono arrivare a costare anche 35 mila euro l’una. “Ci vogliono dai tre ai quattro animali per fare una delle nostre borse, ma il mondo non pullula di coccodrilli, tranne nei listini di Borsa”, ha ironizzato l’amministratore delegato.
Attualmente Hermès produce 3000 borse di coccodrillo all’anno. Nonostante la recessione, il gruppo ha dovuto aggiungere un centinaio di nuovi artigiani ai duemila tecnici che già lavorano nelle sue aziende. A Parigi, nel secondo trimestre del 2009, il celebre marchio ha registrato un balzo del 12% in più nelle sue vendite complessive, e in Giappone addirittura del 25%, come sottolinea Antonio Caprarica nel suo libro appena uscito I Granduchi di $oldonia. Eccessi e follie dei miliardari globali che se la ridono della crisi, nel capitolo opportunamente intitolato Basta una Kelly per sollevare il mondo.
Non soltanto una Kelly. Lo scorso luglio, durante le sfilate d’alta moda a Parigi, il marchio di superlusso Roger Vivier, di proprietà del gruppo Tod’s, ha presentato una nuova borsa a tracolla intitolata e dedicata a Madame Sarkozy battezzata “Carlalala”, in purissimo coccodrillo naturale. Sono in coccodrillo gommato le nuove Bamboo-bag di Gucci, rivisitate dalla direttrice creativa Frida Giannini, che nell’ultima sfilata, lo scorso settembre a Milano, ha disseminato di dettagli in coccodrillo e fibra di carbonio anche la collezione Gucci di abiti. Tocchi sottilissimi di alligatore, misto camoscio, anche nella sfilata di abiti pret-à-porter Fendi disegnati da Karl Lagerfeld.
© Riproduzione riservata (9 novembre 2009
Una tenda per curare cani e gatti feriti. Allarme dell’Anvi: i nostri medici non possono lavorare
Terremoto in Abruzzo: soffrono anche gli animali domestici. Intervemnire si può. L’ENPA: molti animaoi intrappoalti nelle case e sotto le macerie.
MILANO – Giorgina, uno splendido terrier americano, professione soccorritrice, si è fatta male ad una zampa anteriore mentre scavava all’Aquila per cercare i superstiti del terremoto. Si è tagliata e anche per lei, unico in Italia, c’è un presidio, una tenda dove è stata medicata e fatta riposare. A gestire questo presidio veterinario, invidiato anche all’estero e che si trova nella tendopoli di San Vittorino, nei pressi dell’Aquila dove sta lavorando la Protezione civile della Capitale, ci sono gli uomini dell’Ufficio tutela e benessere animali del Comune di Roma: «Oltre a Giorgina – spiega Paolo Tarantino – abbiamo avuto qui anche un gatto fratturato per una caduta durante una scossa sismica. Il nostro sogno è quello di creare qui dei piccoli canili dove poter ospitare gli animali che sono rimasti soli o che, giustamente, vogliono continuare a rimanere accanto ai loro padroni anche nella tragedia».
SENZA VETERINARI – Nel frattempo l’Anmvi, l’Associazione nazionale dei medici veterinari, lancia l’allarme e fa sapere che il terremoto «ha gravemente interrotto lo svolgimento della libera professione veterinaria nel territorio». «Le attività, tanto nel settore zooiatrico che nella clinica degli animali da compagnia – si legge in una nota – risultano compromesse da ingenti danni strutturali ed economici». L’Anmvi sottolinea come all’Aquila «una sola struttura veterinaria privata sia operativa, all’interno di uno stabile che però è gravemente danneggiato. Erano sei le strutture attive prima del sisma». «Per i cani e i gatti in salvo al seguito dei proprietari non si registra una situazione di particolare emergenza – spiegano i medici -. I veterinari del territorio stanno, malgrado le difficoltá, fronteggiando le necessità. Altri, se serviranno, arriveranno da tutta Italia, organizzati dall’Ordine dei medici veterinari dell’Aquila che si sta coordinando con la Protezione Civile».
ANIMALI INTRAPPOLATI – L’Enpa, intanto, punta l’attenzione sui tanti cani e gatti ancora intrappolati dentro le case colpite dal sisma, abbandonati dai padroni in fuga. «In questo momento – spiega David Corsetti della sezione Enpa de L’Aquila – ancora non possiamo intervenire perché i vigili del fuoco impediscono, giustamente, l’accesso, dal momento che gli edifici sono ancora pericolanti. E anche carabinieri e guardia di finanza presidiano le case, per evitare fenomeni di sciacallaggio. Solo tra qualche giorno, quando sarà finita la fase della ricerca delle persone e i controlli di agibilità saranno stati completati potremo intervenire». Molti sono anche i cani che hanno perso i padroni e vagano per strada. Ma è difficile capire quali siano quelli che hanno perso la casa per via del terremoto. «A L’Aquila c’è un problema storico di randagismo – spiega Corsetti -. Ce n’erano tantissimi anche prima». Molti vengono raccolti nel canile de L’Aquila messo a disposizione dell’Enpa dall’Asl. «Stiamo raccogliendo le disponibilità per le adozioni, ne abbiamo già una trentina. Anzi, invitiamo chi ha perso il proprio animale a segnalarcelo, in modo che non venga dato in adozione il cane di qualcuno che lo sta cercando».
NON SOLO CANI E GATTI – Ma i problemi non riguardano solo cani e gatti. L’Enpa si sta occupando prevalentemente di mucche, cavalli e maiali. Molte stalle sono andate distrutte e molti allevatori hanno perso la vita. «Il nostro veterinario – spiega Corsetti – si sta occupando dell’assistenza sanitaria, il grosso dell’emergenza è già stato tamponato. Li stiamo radunando vicino alle stalle originarie in collaborazione con le guardie forestali». Entro domani, presso il magazzino di Sulmona, annuncia, saranno disponibili oltre sette tonnellate di alimenti per animali, raccolti dalle diverse sezioni dell’organizzazione in tutta Italia.
Gli animali vivi, destinati alla macellazione, non dovrebbero mai viaggiare per più di otto ore.
Questione di civiltà, di diritti degli animali, diritto a non soffrire. Andate sul sito web 8hours (aperto da un Europarlamentare danese) che raccoglie le firme per chiedere una Legge Europea che vieti i trasporti degli animali per più di otto ore.
Perchè 8 hours?
Ogni anno milioni di animali sono trasportati sulle autostrade europee, troppo spesso in condizioni inaccettabili.
Nel 2002, il Comitato Scientifico per la Salute e il Benessere degli animali della Commissione Europea ha pubblicato il rapporto “\”Benessere animale durante il trasporto\- The Welfare of ANimals during Transport concludendo che i trasporti di animali vivi, come regola generale, dovrebbero essere il più brevi possibile. Questa raccomandazione, però, non riflette l’attuale legislazione UE.
Leggi altro riguardo l’attuale legislazione UE qui .
Secondo l’attuale legislazione il trasporto di animali fino a parecchi giorni è accettabile, purché il trasportatore assolva ad alcune semplici richieste riguardanti, ad esempio, il riposo, l’alimentazione e l’abbeveraggio degli animali. Noi non riteniamo che questo sia accettabile.
Per lungo tempo associazioni per la prevenzione della crudeltà verso gli animali, politici e cittadini interessati, hanno affermato che qualcosa deve essere fatto. Gli animali destinati alla macellazione non dovrebbero mai essere trasportati per più di otto ore.
Nel dicembre del 2007 i Capi di Stato europei hanno firmato il Trattato di Lisbona, che obbliga la Commissione Europea ad occuparsi di proposte che siano avanzate da un milione di cittadini, in tutta Europa.
Quindi, firma qui e chiedi ai tuoi amici di fare altrettanto.