Birmania: libertà e ghiacciai

Sono le quattro del mattino, Non posso dormire. Il mio villaggio è silenzioso.

La stella del mattino illumina la vetta della nostra montagna bellissima. Tutto tranquillo, come sempre. Viviamo in un posto sicuro, meraviglioso, libero e in pace. Le pagine di un libro mi hanno bloccato questa notte, dovevo leggere e non dormire. Il libro si chiama “Il Pavone e i generali”. Il pavone è il simbolo della Birmania. Il libro è stato scritto da Cecilia Brighi, sindacalista della CISL del settore internazionale, che da oltre vent’anni segue alcuni paesi e aiuta lavoratori, prigionieri politici, cittadini espulsi e scappati e esiliati a cercare libertà e notizie. Leggo la storia vera di un giovane, Naing Ko, condannato a 7 anni di carcere duro con prima torture per settimane e poi torture anche in carcere durissime, solo per aver preso parte a pacifiche manifestazioni contro il regime birmano, per aver militato nel movimento studentesco. Anni 17. Un pulcino. Arrestato, torturato per giorni e giorni, appeso per i polsi, picchiato a sangue, finti soffocamenti, cappucci neri, minacce, elettrochok, Ma lui coraggioso non parla, quindi processo farsa senza difesa e senza capi d’imputazione e condanna a sette anni di carcere duro. Due ciotole di riso con sbobba al giorno, varie imposizioni da parte delle guardie e dei detenuti di grado superiore, torture di vario genere. Per sopravvivere i detenuti si inventano di leggere! E questa è la parte di emozioni belle ! Qualche guardia buona fa passare qualche pagina di giornale e i ragazzi vogliono imparare l’inglese! Leggo a pag. 82 “Cominciarono ad arrivare alcuni fogli di giornale in inglese. Il primo, era un pezzo d’articolo sui ghiacciai….” Rischiare la vita per leggere un articolo sui ghiacciai, ma vi rendete conto? Io sono sobbalzata sul cuscino, e ho pianto, occhi lucidi. Piccoli uomini prigionieri. Uomini degni di vivere la vita. Qui, sulle mie montagne del Trentino, ci sono persone che rubano la neve ai ghiacciai in modo illegale e fraudolento per fare neve artificiale, per imprese turistiche fallimentari. Durante una perquisizione poi libri e grammatica inglese, e le copie preziosissime del “Times” sempre nascosti nei modi più ingegnosi, saranno scoperti. La punizione sarà tremenda per quel povero ragazzo: prima cella di isolamento, poi sei mesi di gabbia da cane, accucciato a quattro zampe, solo, alle intemperie, e ogni volta che passava una guardia doveva abbaiare, altrimenti eran guai e botte. La storia finisce che Naing Ko dopo sette anni di carcere durissimo, dopo aver perduto il meglio della sua giovinezza e aver più volte rischiato la vita, ridotto male in salute, esce dal carcere e torna dalla famiglia, però la polizia lo cerca due giorni dopo e lo costringe a firmare, lui e tutta la famiglia, un documento con cui si impegna a rinunciare a qualsivoglia attività politica. Per lui, cuore ribelle, è la morte civile Non resiste, decide di fuoriuscire dal paese, ripara in India, come tanti altri esuli. E qui si impegna nel Sindacato clandestino birmano all’estero, che lavora per informare il mondo delle nefandezze e della situazione del paese. Il suo sogno: laurearsi.

Grazie a queste persone coraggiose e resistenti, per il semplice fatto di riuscire a vivere con dignità e per il loro impegno per la libertà, del quale noi italiani forse non siamo del tutto degni. Nel libro si raccontano altre storie tremende, tutte vere, di persone dilaniate dal dolore, costrette a scegliere fra la dignità e la prigionia. La Birmania p un paese in gabbia. E la Brighi nel suo libro lucidamente descrive le connivenze di vari paesi occidentali e imprese multinazionali, prima fra tutte però descrive l’economia dell’oppio che illegale scorre a fiumi in Europa e America, proveniente dalle terre birmane, dove però lo coltivano spesso lavoratori ai lavori forzati incarcerati senza alcun motivo.

Che la stella del mattino possa illuminare il vostro giorno, popolo del pavone

e che le Alpi recuperino la propria forza morale, a cominciare dal rispetto dei ghiacciai, per studiare il cui vocabolario qualcuno nel mondo trascorre sei mesi in una gabbia da cani.

Consiglio la lettura del libro di Cecilia Brighi “Il Pavone e i generali”, edizioni Baldini Castoldi Dalai – i diritti d’autore saranno devoluti alle organizzazioni democratiche e sindacali clandestine birmane. È la storia dei sentimenti e delle emozioni di uomini e donne che, per uno scherzo amaro del destino, sono stati costretti a trasformare la loro vita, ad abbandonare i loro amori, i figli, le famiglie, i loro progetti di lavoro, per diventare protagonisti della resistenza democratica e dell’opposizione al regime dei cosiddetti «macellai di Rangoon». Come è scritto nella premessa, “questo libro di storie è nato dal lungo lavoro di collaborazione con alcuni tra i protagonisti della dissidenza birmana e soprattutto con i rappresentanti del sindacato birmano clandestino, che hanno costruito, in anni di lavoro, una fittissima rete di rapporti e di contatti in tutte le realtà produttive e lavorative del Paese. È frutto di lunghe chiacchierate, di miriadi di incontri, spesso clandestini, all’alba o la sera tardi, con coloro che periodicamente escono di nascosto da quel Paese, per fornire al sindacato le informazioni più recenti sulla grave situazione interna, sul lavoro forzato, sugli scioperi e le manifestazioni, di cui il mondo non sa nulla”.

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