Relazione del Ministro Ambiente Prestigiacomo alla Commissione Ambiente Camera Deputati

Questa è la relazione del nuovo Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, letta il 1 luglio alla Commissione Ambiente del Parlamento.

Alcune considerazioni: la Ministra è del tutto digiuna di ambiente, non se ne è mai occupata in vita sua, e si capisce perfettamente. Il ministero è stato affidato con tutta evidenza da Berlusconi ad una persona che doveva trovare collocazione per motivi politici. Succede spesso, del resto, in tutto il mondo. Non è una consolazione. Il testo è privo si spessore, mancano del tutto visione complessiva e idee originali, il testo è molto semplicistico, a tratti addirittura imbarazzante come nel punto in cui afferma che vi sarebbe una possibile relazione fa gli effetti prodotti dall’ambientalismo del NO, che lei dichiara essere maggioritario e l’incapacità di innovare. In realtà l’ambientalismo italiano è per la maggior parte veramente interessante, ha saputo esprimere molte proposte su energia, rifiuti, mobilità, politiche territoriali, incentivi all’economia innovativa, turismo sostenibile, e ha individuato per tempo le criticità del nostro sistema Paese. La verità è che la mancanza di innovazione e dinamismo è una caratteristica del nostro paese e in particolare dei nostri politici e delle grandi imprese italiane così come delle principali categorie economiche. Non si può dire che la parte politica di cui la Ministra è espressione faccia differenza. Inoltre è del tutto falso che l’ambientalismo del No sia prevalente nel nostro Paese, e del resto l’idea di ambientalismo del NO è di per sè ingenua e priva di complessità. Sono slogan, parole al vento.

Oppure in un altro punto la Ministra dichiara che serve onestà intellettuale per riconoscere che la verde Germania fonda le sue politiche energetiche sul nucleare e che anche nei paesi dove le associazioni ambientaliste sono più forti che in Italia il Governo ha saputo promuovere l’interesse collettivo, imponendo il nucleare. In realtà la Germania oggi, che è guidata da un donna di scienza come Angela Merkel, ha deciso di uscire dal nucleare e chiedo alla Ministra l’onestà intellettuale di studiare prima di parlare, perché vi sono due studi indipendenti di Università americane che dimostrano che il nucleare costa più delle energie tradizionali oggi (70 euro al KWH per il nucleare contro i 40/60 euro per KWH delle altre energie consolidate). Il fatto è (e la Ministra non dice) che tutti i paesi che producono energia con il nucleare la sovvenzionano con soldi pubblici e che il costo del chilowattora nucleare si calcola sempre escludendo dal computo il costo di decommissioning e di smaltimento e gestione delle scorie. Onestà, per favore, Ministro. Oggi gli italiani stanno ancora pagano in bolletta il costo della gestione delle scorie del passato, giusto per ricordare un punto importante.

Le cose molto negative contenute nella relazione: 1) rilancio del nucleare, descritto come economico (non lo è, se non quando lo pagano le tasse dei cittadini) e la Ministra non dice assolutamente nulla nè delle scorie, nè dei costi con precisione, né del rischio terrorismo che oggi è una attualità più che un tempo 2) totale mancanza di un ragionamento sulla necessità di non centralizzare la gestione energetica, al contrario sembra di leggere tra le righe proprio la voglia di centralizzare 3) la descrizione di un panorama dell’ambientalismo che non corrisponde affatto al dato reale 4) l’idea che i termovalorizzatori siano addirittura degli strumenti di difesa ambientale e che essi vadano promossi numericamente e economicamente 5) la totale assenza di idee sulla biodiversità, sui corridoi ecologici 6) assenza di un ragionamento sulla gestione delle acque (interne, costiere, marine) 7) assenza di qualsivoglia riferimento al problema della desertificazione che in Italia meridionale, come nella Francia e Spagna meridionali, sta avanzando rapidamente 8) assenza di qualsivoglia accenno ai temi della montagna 9) proposta di riflessioni e attività inerenti le Aree Protette prive di solidità e senso pratico 10) assenza di qualsivoglia spiegazione circa la soppressione dell’INFS 11) assenza di una analisi complessiva della situazione attuale dell’ambiente nel nostro paese, che avrebbe dovuto essere la premessa di tutto il documento, ma anche questa è prassi italiana, purtroppo. E si potrebbe continuare, ma queste sono le cose sufficientemente importanti per spiegare tutto.

Resta da augurarsi che la Ministra Prestigiacomo possa migliorare in fretta, anche se i segnali che si vedono sono negativi.

Audizione del Ministro dell’Ambiente

Commissione Ambiente Camera dei deputati

1 luglio 2008

Signor Presidente, onorevoli colleghi,

vi ringrazio per l’invito che mi avete rivolto e mi scuso se questo incontro è stato rinviato rispetto alla data originariamente fissata. Ma in queste settimane l’iter del decreto rifiuti ha impegnato la Commissione ed il Ministero in un lavoro intenso ed oggi abbiamo la possibilità di approfondire meglio alcuni temi anche alla luce dei provvedimenti assunti dal Governo in questi ultimi giorni.

Mi auguro che questo incontro rappresenti il punto di partenza di un confronto frequente e serrato fra Ministero dell’Ambiente e Parlamento sui temi dell’ambiente che, per la loro caratteristica di tutela di beni che sono di tutti, rappresentano il terreno migliore per un rapporto intenso e di stretta collaborazione.

Sono convinta che oggi la grande questione ambientale – che è locale, nazionale e globale – debba essere assunta dalla nostra società come nodo centrale dello sviluppo, come parametro sul quale misurare le politiche complessive, come chiave di volta per programmare lo sviluppo, uno sviluppo che non potrà che essere “sostenibile”.

Oggi infatti la sostenibilità ambientale si sta rapidamente sovrapponendo alla sostenibilità economica, specie in paesi come il nostro che dipendono quasi integralmente da approvvigionamenti energetici condizionati dal prezzo del petrolio, che oggi vola verso i 150 dollari al barile in una ascesa che non sembra destinata ad arrestarsi.

Penso quindi che sia necessario, prima ancora che opportuno, un mutamento culturale profondo, un cambiamento di cultura economica, ma anche un cambiamento di cultura ambientalista.

Un cambiamento capace di lasciarsi alle spalle visioni meramente economicistiche in cui l’ambiente è considerato solo un costo, ma anche l’ “ambientalismo dei no”. Si tratta di impostazioni entrambe datate e, paradossalmente, oggi coincidenti perché tendono a mantenere lo status quo, che è quello di una insostenibile dipendenza dai combustibili fossili, responsabili della principale emergenza ecologica planetaria, quella dei gas serra.

Credo che si debba voltare pagina. Per farlo dobbiamo passare dall’ecologismo dei no, all’ambientalismo che non ostacola lo sviluppo, ma pone paletti e indica priorità e percorsi virtuosi. Un ambientalismo che non è linea di confine della crescita socio-economica, ma è parte integrante delle politiche di sviluppo.

Dobbiamo passare, insomma, dall’ambientalismo ideologico all’ambientalismo liberale. Dall’economia che vede la tutela dell’ambiente come gravame collaterale, all’economia che considera l’ambiente come snodo fondamentale, risorsa, e anche business, della società del futuro.

Questo punto merita un approfondimento. Perché la nostra convinzione dell’esigenza di coniugare ambiente e sviluppo non può e non deve essere considerata un arretramento rispetto alle esigenze di tutela. Considerazione che è apparsa più o meno strumentalmente sulla pubblicistica di queste settimane. Nessuno intende fare retromarce. Va invece mutata una impostazione che da un lato ha paralizzato molte opere essenziali per il paese e dall’altro non ha prodotto apprezzabili vantaggi ambientali se è vero che le emergenze esistono ancora tutte, che l’inquinamento nelle nostre città è lungi dall’essere diminuito e che, come vedremo in seguito, abbiamo disatteso clamorosamente gli impegni di riduzione dei gas serra.

Quel modello di sviluppo che vedeva l’ambiente come limite esterno ed estraneo allo sviluppo ha fallito. Crediamo che il requisito della sostenibilità ambientale debba innervare dall’interno ogni progetto, ogni programma. L’Italia è parte di assetti comunitari in forza dei quali le valutazioni sugli impatti ambientali devono essere parte integrante del processo progettuale. Noi rivendichiamo e rivendicheremo in ogni sede tale meccanismo di controllo dall’interno

del processo decisionale. Ogni proposta che nasce dovrà nascere con le stimmate della valutazione preventiva dell’interesse ambientale. Questo, a nostro avviso, è il ruolo del ministero dell’ambiente: non un antagonista, con un ruolo subalterno e alla fine perdente, ma un protagonista della programmazione delle politiche di sviluppo del paese. Un ruolo che implica una forte assunzione di responsabilità ed una chiara funzione di garanzia che intendiamo assolvere fino in fondo.

Sono convinta che su questa strada sarà necessario un confronto serrato con l’opposizione, ma sono altresì certa che esiste in questo Parlamento una consapevolezza diffusa su queste tematiche e credo che sarà possibile dialogare e trovare soluzioni condivise. Così come si avverte l’esigenza di un confronto altrettanto serrato con le associazioni ecologiste che hanno il grande merito storico di aver sollevato la questione ambientale nel nostro paese ed oggi rappresentano cultura storica e sensibilità specifiche che arricchiscono in maniera determinante il dibattito culturale e le pratiche di sensibilizzazione su questi temi.

Perchè l’ambiente del nostro paese – quell’irripetibile e non replicabile, mix di natura, storia, cultura – è la principale risorsa dell’Italia, quella che è stata definita la nostra più grande infrastruttura immateriale. Una risorsa che è anche uno straordinario volano economico e che, se sapremo adeguatamente tutelarla, è inesauribile nel tempo.

E’ intenzione e programma del Governo difendere e valorizzare al massimo questa risorsa e promuovere, con una adeguata azione cultuale ma anche, ovviamente, con provvedimenti e progetti concreti, una politica ambientale che coniughi tutela e sviluppo, che consenta di difendere l’ecosistema, la natura e permetta di realizzare quegli interventi infrastrutturali e nel campo dell’energia di cui il paese ha bisogno. Una politica, insomma, che consenta di traghettare il nostro paese verso un modello di sviluppo eco-sostenibile. Un modello che rappresenta una scelta a favore della difesa della salute degli italiani e della integrità del nostro territorio, una scelta che rappresenta un impegno internazionale per la riduzione dei gas serra, un modello che rappresenta anche un formidabile volano di crescita economica.

La scelta per l’energia sostenibile e quindi le fonti rinnovabili per l’Italia non è più, come accennavo prima, una opzione, è una necessità. Promuovere la ricerca in questo campo, riuscire ad elaborare tecnologie capaci di farci sfruttare sole, vento, biomasse in maniera sempre più efficace è essenziale per il futuro del nostro paese, ma è anche una scommessa economica perché queste sono le tecnologie del futuro, quelle su cui nei prossimi decenni si giocherà la leadership mondiale nel campo dell’energia.

Su questo fronte delle tecnologie si disputa una partita particolarmente delicata se vogliamo davvero che, come accade in altri paesi europei, le fonti rinnovabili siano volano di crescita. Perché se da un lato va promosso nel nostro paese l’uso di fonti rinnovabili, va parimenti promosso il potenziamento del comparto industriale che di tali energie consente lo sfruttamento. Oggi compriamo i pannelli solari in Germania e le pale eoliche in Danimarca con il risultato che da un lato paghiamo le rinnovabili più di altra ogni forma di energia a causa degli incentivi esistenti e dall’altro sosteniamo economie straniere.

Ciò a cui dobbiamo puntare invece è la produzione in Italia di materiali e tecnologie per queste fonti rinnovabili in modo da avere un doppio vantaggio, l’incremento dell’energia da fonti alternative e lo sviluppo di un comparto che guarda al nostro futuro energetico e che è capace di competere sui mercati internazionali.

Il nostro impegno in questo campo sarà massimo. Fa parte del nostro programma di Governo far uscire il settore delle rinnovabili da comparto di nicchia e farne una grande sfida del sistema paese in chiave di sviluppo energetico e industriale. Un obiettivo che si inserisce nelle strategie comunitarie che perseguono obiettivi di integrazione delle politiche energetiche e ambientali ed incentivano la creazione di filiere nazionale delle rinnovabili, riducendo in questo modo i costi delle tecnologie. La filiera italiana oggi sta muovendo i primi passi per entrare nel mercato e sta dando i suoi primi frutti, anche, in termini di nuova occupazione

Questa sfida può e deve essere raccolta e sostenuta soprattutto nel mezzogiorno, ed in questa direzione un ruolo importante può essere svolto dalla nuova “Banca del Sud” e dalla sua funzione di promozione delle politiche industriali nelle regioni meridionali.

In questo panorama di politica energetica si inserisce anche la scelta del Governo a favore dell’energia nucleare, un’energia pulita, che non produce gas serra, che è ampiamente usata da tutti i nostri concorrenti europei e mondiali (che infatti pagano l’energia molto meno di noi, sia per i consumi privati che per quelli industriali, e questo penalizza gravemente il sistema-Italia). Puntare ad un energetico che nel medio periodo ci consenta di arrivare al 25% di rinnovabili e ad un altro 25% di nucleare, lasciando solo il restante 50% ai combustibili fossili, credo sia un programma sicuramente non facile da attuare.

Ma, a chi ipotizza scenari da tregenda con decine e decine di centrali nucleari, io chiedo onestà intellettuale. L’onestà di ricordare, ogni volta che parlano della Germania, che ha creato 300 mila posti di lavoro nel settore del fotovoltaico, che i tedeschi, così attenti all’ambiente, producono oggi oltre il 30 per cento della propria energia con il nucleare. L’onestà di ricordare che la virtuosa Francia che rispetta gli obiettivi di Kyoto è nucleare all’85%. L’onestà di ricordare che la verde Inghilterra, che ha i giacimenti di petrolio nel mare del nord e miniere di carbone, si affida al nucleare per il 20%. Quel nucleare che ancora ieri Tony Blair sulla stampa riteneva una scelta ineludibile in alcune realtà nazionali.

Questi nostri partner europei hanno mantenuto e consolidato le loro scelte energetiche con governi di ogni colore. Questi paesi, in cui la componente politica degli ambientalisti è sovente molto più forte che in Italia, hanno saputo far prevalere le ragioni degli interessi complessivi dei paese e dei suoi abitanti su scelte ideologiche che oggi tornano ad essere agitate come bandiera politica.

Noi intendiamo tutelare gli interessi dell’Italia e degli italiani. Ed in questo ambito si inserisce l’opzione nucleare. E’ una sfida che dobbiamo essere in grado di sostenere e che, se vinta, certamente avrà effetti straordinari sull’ambiente riducendo in maniera decisiva le nostre emissioni di gas serra, ma avrà effetti altrettanto straordinari sulla bolletta energetica che pagano le famiglie italiane e le imprese.

Naturalmente il progetto per il ritorno al nucleare si svolgerà con le massime garanzie ed assicurando i massimi controlli di sicurezza, nei tempi che la complessità di tale programma richiede. Programmi di cui il Ministero dell’Ambiente sarà attore partecipe e rigoroso.

La sfida italiana per l’ambiente è parte della più grande sfida globale che l’umanità si trova ad affrontare: come riuscire a vivere sul nostro pianeta con un numero crescente di persone (che ha superato i 6 miliardi e potrà raggiungere i dieci entro la fine di questo secolo) in modo dignitoso ed equo senza distruggere i sistemi naturali dai quali traiamo le risorse per vivere.

Questa sfida epocale deve essere assunta nell’agenda di qualsiasi governo e deve essere il centro degli obiettivi della comunità internazionale.

Si può osservare in proposito che siamo in ritardo: secondo molti osservatori stiamo perdendo la guerra per salvare il pianeta. E’ necessario quindi, lo ribadisco, puntare rapidamente sull’economia sostenibile.

Ma dobbiamo organizzare, secondo una nuova filosofia, l’intervento pubblico ambientale che oggi appare frammentario, episodico, capace di vincere sporadiche battaglie ma non di invertire il senso della marcia intrapresa dalle economie di mercato.

Per fare questo è necessario un cambio di paradigma, una rivoluzione copernicana nei rapporti fra ecologia ed economia.

Occorre chiedersi come inaugurare la transizione da un modello di sviluppo incentrato sulla mera crescita economica ad un altro modello incentrato sullo sviluppo sostenibile.

Il punto essenziale, sul piano della politica del diritto è che il diritto ambientale è impostato su un’ottica che privilegia cosidetto command and control, sul prescrivi e controlla, e non riesce invece ad incidere sul mondo economico orientandone le scelte complessive.

La crescita che non contabilizza i costi ambientali, la rincorsa del PIL senza tenere conto degli effetti secondari della produzione, si traduce in una crescita di corto respiro perché costruisce, bruciando le proprie risorse ad esaurimento, il proprio declino.

Dobbiamo invece distinguere fra crescita e sviluppo, perché il cammino del progresso futuro è lo sviluppo sostenibile, non la crescita quale che sia.

Il punto fondamentale è iniziare a spostare gradualmente la tassazione dai redditi dei cittadini alle condotte dannose per l’ambiente, nell’invarianza della pressione fiscale complessiva.

Solo in questo modo privati e imprese, potranno effettuare le loro scelte orientandole gradualmente verso comportamenti ambientalmente più virtuosi.

E’ necessario un grande lavoro sul fronte dell’individuazione dei sussidi ai comportamenti ambientalmente virtuosi , dell’utilizzo dei cosiddetti marchi di qualità ambientale, ma ciò si deve tradurre anche nell’adozione di stili di vita capaci di risultare a partire dalle scelte di ciascuno , più sostenibili.

Le attività da considerare nel quadro della nuova tassazione ambientale in modo critico sono quelle legate all’utilizzo intensivo del carbone, all’estrazione del petrolio, allo sfruttamento delle foreste, alla produzione degli oggetti usa e getta, alla produzione di automobili ad alta emissione di CO2.

E’ evidente che l’attuale trend dei prezzi dei prodotti petroliferi implica di per sé una “tassa di mercato” per l’energia prodotta da combustibili fossili. Ma il sistema della tassazione ecologica potrà essere utilizzato in futuro elasticamente come strumento di governance della crisi.

La questione delle emissioni di gas serra ci porta ad aprire il capitolo di Kyoto, uno dei temi sensibili e controversi su cui si misura da un lato la capacità di imprimere alla nostra società quei cambiamenti necessari per innescare meccanismi di sviluppo eco-sostenibile ma dall’altro anche la nostra capacità contrattuale nelle sedi internazionali e soprattutto comunitarie per far sì che lo sforzo comune di riduzione dei gas serra non si traduca in una penalizzazione per alcuni ed in un conseguente vantaggio per altri.

L’Italia, nell’ambito dell’attuazione degli accordi di Kyoto, si è impegnata in sede europea a ridurre entro il 2012 le emissioni di gas serra del 6,5% rispetto al dato del 1990. Per questo Governo si tratta di un impegno molto maggiore perché rispetto al ’98, quando vennero definite quelle quote, le emissioni italiane non sono diminuite, bensì cresciute di circa il 12%. Questa è la realtà che ho trovato, che peraltro è nota a tutti. Dire che stiamo sforando di oltre il 18 % gli impegni di Kyoto non è assumere una posizione politica, ma soltanto marcare il punto di partenza del nostro lavoro.

Ciò detto mi sono formata la convinzione che la ripartizione degli impegni di riduzione non ha riflesso a suo tempo adeguatamente le “circostanze nazionali” e quindi il potenziale di riduzione dei diversi Paesi ma è stato il risultato di un accordo politico. Tale accordo ha finito per penalizzare il nostro paese rispetto ad altri che avevano un carico inquinante più pesante del nostro. Per noi

il raggiungimento dell’obbligo di riduzione comporterà costi superiori a quelli che mediamente dovranno sostenere altri Paesi europei con significative conseguenze in termini di competitività. Oltre al rischio di multe salatissime da parte dell’Ue.

Alla luce di tale esperienza il Governo si impegnerà affinché le quote di riduzione per il periodo 2012-2020 siano definite con criteri più equi e meno penalizzanti per il nostro sistema economico.

Ma è evidente che tali considerazioni non inficiano l’esigenza di una sostanziale riduzione della produzione del gas serra da parte del nostro sistema-paese. Per raggiungere tale obiettivo occorre intervenire su una molteplicità di leve che coinvolgono nel suo complesso la nostra organizzazione sociale ed economica.

E’ quindi intenzione del governo proseguire ed incentivare gli interventi di sostegno alla produzione di energie rinnovabili dal solare al geotermico, dall’eolico alle biomasse, dal riciclo dei rifiuti all’idroelettrico, ma anche favorendo l’utilizzazione delle nuove tecnologie per la cattura e lo stoccaggio della CO2 (i cosiddetti CCS)

E’ opportuno altresì incentivare l’utilizzo del gas in sostituzione del petrolio. Il gas infatti produce 4 volte meno gas serra degli impianti a carbone e 3 volte meno di quelli a petrolio ed ha standard di rendimento migliori.

In quest’ottica appare evidente l’esigenza di dotare il nostro paese di un numero sufficiente di rigassificatori per affrancare la nostra dipendenza dall’approvvigionamento dai gasdotti che provengono o attraversano paesi spesso politicamente instabili o soggetti a crisi.

Intendiamo, inoltre promuovere la diversificazione dei combustibili per il funzionamento degli impianti di generazione di energia elettrica anche attraverso il ricorso al carbone pulito.

L’intenzione è, comunque, quella di sostenere tutte quelle iniziative finalizzate alla disseminazione e industrializzazione delle soluzioni per l’uso sostenibile delle risorse naturali e per la riduzione delle emissioni, nonché avviare iniziative di sostegno all’innovazione tecnologica, anche in relazione all’adozione di tecniche “emergenti” funzionali al processo di aggiornamento delle migliori tecnologie disponibili (BAT).

Ho accennato a rigassificatori e nucleare e ne approfitto per un inciso che ritengo opportuno e rilevante che introduce un altro tema chiave quello della governance ed è relativo ai prezzi per il territorio delle scelte energetiche.

Io credo che vada detto con franchezza che non c’è decisione, anche la più “ecologica” che non abbia un peso sull’ambiente. E va detto con la medesima franchezza che le decisioni vanno assunte, se non vogliamo andare incontro ad un rapidissimo declino dell’Italia. Credo che la retorica del solare o dell’eolico contrapposta ad altre infrastrutture energetiche vada profondamente rivista. C’è una parte che si oppone all’eolico visto come grave elemento di turbativa del paesaggio e credo che la realizzazione di “centrali solari”, di estensione tale da rendere significativa la produzione di energia, incontrerebbe analoghe resistenze culturali.

Va quindi metabolizzata questa consapevolezza dei costi ambientali (anche per le rinnovabili) individuando le soluzioni migliori, quelle di minor impatto, quelle più condivise. Soluzioni che però devono essere attuabili.

In Italia all’ambientalismo dei no si è sommato “il localismo dei no”. Non vi è infrastruttura, soprattutto energetica nel nostro paese (dalla TAV, sulla quale nei giorni scorsi s’è finalmente raggiunta un’intesa, ai termovalorizzatori, ai rigassificatori, alle autostrade) che non venga paralizzata da istanze locali.

E’ necessario invece trovare un equilibrio nuovo è più avanzato che consenta, anche attraverso una strategia incentivante, di trovare un’intesa con i territori perché da un lato c’è l’esigenza di realizzare opere strategiche per il paese anche sotto il profilo ambientale, dall’altra c’è tutto un versante, di spessore e rilievo, di interventi in materia ambientale che può essere affrontato solo d’intesa con le istituzioni locali.

Perché il rispetto dei parametri di Kyoto è certamente questione che concerne il nostro apparato produttivo e industriale, ma è, in percentuali decisive, anche un problema che riguarda il nostro sistema dei trasporti e i nostri assetti e stili di vita urbani.

Io credo occorra promuovere stili di vita nuovi e ripensare le nostre città, con l’ausilio degli enti locali e nel rispetto del principio di sussidiarietà.

In questo contesto si intende promuovere il raggiungimento degli standard della qualità dell’aria con particolare riferimento alle città e ai sistemi urbani, privilegiando un approccio integrato alle politiche di sviluppo urbano (trasporti pubblici, mobilità sostenibile e logistica, efficienza energetica, qualità architettonica e edilizia sostenibile) anche attraverso la predisposizione di linee guida da proporre ai Comuni e a tutti gli enti interessati al problema.

Peraltro il 40% dell’energia consumata annualmente in Italia è destinata ai cosiddetti usi civili (circa la metà per il riscaldamento delle abitazioni e degli uffici e l’altra metà per l’elettricità e gli altri usi domestici). Il 30 % di questa energia può essere risparmiata senza sacrificare né il confort né il portafoglio, soprattutto in un contesto di un crescente costo del petrolio, ma facendo un’opera meritoria per l’ambiente.

Dalla riqualificazione dell’edilizia può venire infatti una riduzione non solo delle emissioni di CO2, ma anche degli ossidi di azoto (NOx) che sono i precursori delle temute “polveri sottili”. La necessità di ridurre le emissioni inquinanti e il contesto di prezzi energetici alti rappresentano dunque due potenti motori per l’avvio di una politica di riduzione dei consumi specifici per abitazioni ed uffici.

Per questi motivi il risparmio energetico nel comparto civile è considerato dal Governo un’area prioritaria di intervento.

Sono di imminente emanazione le linee guida per la certificazione energetica degli edifici. Saranno fornite ai cittadini informazioni ed elementi di orientamento per spiegare e quindi incentivare ad attivare interventi in questo settore puntando alla semplificazione tecnica ed amministrativa.

Gli incentivi agli utenti consentono di attivare un mercato con nuove opportunità di lavoro per le aziende esistenti e l’incentivo alla creazione di nuove imprese. Sarà anche stimolata l’innovazione tecnologica in modo da consentire al “Sistema Italia” di reggere la competitività internazionale.

Attualmente privati ed imprese possono usufruire di una detrazione fiscale pari al 55% della spesa sostenuta per interventi che consentono di ridurre le dispersioni termiche; per l’installazione di pannelli solari e per la sostituzione di vecchie caldaie con nuove ad alta efficienza.

Il nostro obiettivo è di garantire la continuità a queste misure, rafforzando nel contempo gli aspetti legati all’informazione e alla formazione, per far crescere tra i cittadini una sempre maggiore coscienza sui vantaggi dell’uso delle rinnovabili e del risparmio energetico.

Proporremo, attraverso opportune consultazioni con le istanze locali, una campagna per la nascita – su basi volontaristiche e ben meditate – di un quartiere ecologico in ogni grande città italiana entro il 2020, come già accade in esperienze straniere (quartiere Vauban di Friburgo) e come stanno tentando di fare in alcuni centri anche in Italia: Renzo Piano e Carlo Rubbia a Milano, ma esistono anche iniziative del genere a Roma. Peraltro l’esempio di Friburgo, ormai un paradigma della letteratura in materia, è nato su un’area militare dismessa. In Italia le aree militari da dismettere esistono e non sono poche, spesso si trovano in zone urbanistiche di pregio. Sarebbe una sfida vincente per le amministrazioni e le comunità locali se si riuscisse a trasformare questa opportunità di dismissione in una opportunità di realizzazione di aree e quartieri ecologicamente corretti e ad impatto tendenziale zero.

In questa ottica, come accennavo, è decisiva la collaborazione, anzi la condivisione di obiettivi di nuova vivibilità, fra Governo e istituzioni locali. E’ fondamentale la diffusione di buone pratiche, lo scambio di esperienze, la valorizzazione del già fatto ed in Italia le esperienze pilota non mancano.

Il ministero dell’Ambiente nei prossimi anni deve diventare il laboratorio di un nuovo patto fra governo nazionale, istituzioni regionali e locali e comunità di cittadini, un patto per l’ambiente costruito sul principio del risparmio energetico, dell’uso di fonti alternative e rinnovabili e del risparmio anche economico per i cittadini di fronte a bollette sempre più care.

Inoltre occorre migliorare l’educazione ambientale anche all’occorrenza utilizzando le sanzioni che già ci sono ma che sono in gran parte inapplicate per le condotte di abbandono incontrollato dei rifiuti nell’ambiente.

Con patti con i sindaci relativi alla sicurezza ambientale ed alla lotta alla maleducazione ambientale, occorre riorientare le azioni dei corpi di polizia municipale sull’importanza del principio di auto responsabilità nella gestione corretta dei rifiuti , fermi i doveri delle amministrazioni comunali nell’effettuazione della raccolta differenziata.

Un cittadino che sa di poter essere sanzionato per scarico incontrollato dei rifiuti diverrà più attento e saprà anche come votare per l’amministrazione comunale che non abbia garantito un servizio di raccolta differenziata adeguato.

Restando nelle problematiche del territorio va indicata una linea sul tema dei rifiuti, al di là dell’emergenza campana.

Si registrano infatti enormi ritardi nello sviluppo di una gestione efficace del ciclo diretto al corretto smaltimento dei rifiuti. Un problema che già si è evidenziato in tutta la sua gravità in alcune zone della Penisola.

Ferme restando le prevalenti competenze delle Regioni in materia, gli indirizzi dell’attività del Ministero dell’Ambiente vedono come priorità la promozione di interventi finalizzati alla riduzione della quantità e della pericolosità dei rifiuti attraverso:

  • sistemi efficaci di incentivazione della raccolta differenziata per il recupero della materia e dell’energia;

  • sostegno alle Regioni per l’approvazione di piani regionali per la gestione del ciclo dei rifiuti con particolare riferimento alla termovalorizzazione nonchè alla previsione di sistemi di monitoraggio e controllo per una tracciabilità dei flussi di gestione di tutte le tipologie di rifiuti

  • promozione di atteggiamenti responsabili delle imprese e dei cittadini

  • contrasto al traffico illegale dei rifiuti e alle ecomafie.

Su un piano parallelo, sempre al fine di contemperare gli obiettivi ambientali con gli obiettivi di sviluppo economico e governo del territorio, è necessario predisporre un “Piano nazionale di bonifiche” per procedere al risanamento dei siti inquinati e alla valorizzazione e riqualificazione delle aree produttive industriali dismesse, con particolare riferimento ai Siti di Interesse Nazionale, e garantire il completamento degli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle aree pubbliche. Ciò anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche di bonifica da verificare in collaborazione con centri universitari e scientifici, specializzati sia a livello nazionale che internazionale.

Per fortuna, a fronte delle emergenze ambientali, l’Italia può contare anche su una rete di eccellenze ambientali. Mi riferisco alle aree protette, alle riserve marine, ai parchi. E’ necessario rilanciare il ruolo di questa rete di qualità ambientale e potenziare il sistema delle aree protette, attraverso la realizzazione di una nuova “Conferenza Nazionale per le Aree Protette” per garantire anche un approccio integrato che consideri unitariamente le aree protette, le risorse paesaggistiche e culturali anche in attuazione della Direttiva Habitat e della Rete Natura 2000.

Ma sul sistema dei parchi crediamo sia opportuno avviare una riflessione più ampia e di prospettiva. Oggi ci troviamo dinanzi ad una realtà che si scontra con croniche carenze di finanziamento a carico della fiscalità pubblica, con meccanismi di gestione condizionati dalla politica. Il risultato è un sovraccarico burocratico e una esiguità, quando non assenza di azioni concrete per la gestione e promozione del territorio.

Nei giorni scorsi grandi lamenti si sono innalzati dinanzi alla notizia, poi rivelatasi completamente falsa, che fra i tagli degli enti non economici con meno di 50 addetti fossero ricompresi anche i parchi. Gli enti parco non saranno ovviamente soppressi, sarebbe invece utile sopprimere il “poltronificio” che essi rappresentano.

Sarebbe opportuno invece pensare ad una gestione di tali beni ambientali meno burocratica e più efficace ed efficiente. Una gestione capace di fare promozione, di indurre e gestire uno sviluppo compatibile con i beni ambientali protetti, una gestione, penso ad esempio alle Fondazioni, capace di coinvolgere privati come accade all’estero dove sovente i parchi sono grandi imprese anche economiche, capaci di produrre i fondi necessari per la protezione, tutela e valorizzazione dei beni ambientali. Fondi che oggi mancano e inducono parchi ed aree protette ad una vita grama.

Il Ministero, inoltre, nell’ambito delle azioni di tutela del territorio, intende porre in essere misure preventive e di mitigazione degli effetti derivanti dalle variazioni climatiche e dalle modificazioni sull’utilizzo e l’assetto del territorio con particolare riguardo alla difesa degli abitati, delle infrastrutture, degli insediamenti produttivi e commerciali, all’erosione dei litorali e alla prevenzione dei fenomeni di desertificazione; contrastare la tendenza alla perdita di biodiversità sulla base degli obiettivi fissati in sede comunitaria al 2010 e mantenere alta la qualità dell’ambiente in termini di conservazione e gestione di risorse naturali, elaborando una Strategia Nazionale sulla Biodiversità.

In questo ambito intendiamo assicurare il pieno raggiungimento degli obiettivi di qualità delle acque e di funzionalità ecologica fissati al 2015 in attuazione delle vigenti direttive europee e dare piena attuazione agli interventi per la gestione del Servizio Idrico Integrato, al fine di garantire una corretta gestione del territorio attraverso la realizzazione di interventi integrati di difesa del suolo e di uso sostenibile dello sfruttamento delle risorse idriche per assicurare la prevenzione dei disastri idrogeologici e dei fenomeni derivanti dalla siccità.

Un ragionamento simile, per alcuni versi, a quello fatto per i parchi andrebbe avviato per le autorità di bacino che rischiano di configurarsi come un agglomerato burocratico, costruito su una miriade di Ato, ma che poi non riesce a fornire servizi al territorio. Ed il caso dell’autorità di bacino del Po, che non ha risorse per gli interventi necessari sugli argini del principale fiume italiano, è emblematico di una situazione in cui il livello burocratico si sovrappone e di fatto si sostituisce a quello operativo generando molti costi e pochissimi benefici. Ma su questo fronte appare necessaria una politica che tenga conto delle esigenze finanziarie in tali situazioni di estrema delicatezza. Infatti i costi del non fare, del non intervenire laddove gli interventi sono necessari rischia di generare poi costi molto maggiori ed i molteplici eventi calamitosi aggravati dalla mancata gestione delle emergenze del territorio ne sono la prova. Anche i piani finanziari dovrebbero essere sottoposti a “VIA” in quanto i costi per la collettività non sono solo quelli a breve ma anche quelli del medio e lungo periodo, e tagliare 10 oggi per spendere 200 domani non è una scelta oculata né saggia.

Tornando alla visione generale, i programmi e gli obiettivi ambientali hanno bisogno di strumenti normativi adeguati ed anche in materia ambientale, nonostante i numerosi interventi che si sono stratificati nel tempo, esiste ancora oggi una forte ipertrofia legislativa che determina un quadro normativo complesso, disorganico e frammentato sul quale è necessario intervenire ulteriormente al fine di migliorare la qualità della regolazione in materia ambientale.

Nell’ambito degli interventi di semplificazione, occorre valorizzare e razionalizzare il sistema dei controlli al fine di assicurare una tutela integrata e complessiva dell’ambiente con particolare riferimento alla valutazione ambientale strategica. Si tratta di eliminare le duplicazioni, semplificare le procedure e ridurre le moltiplicazioni dei livelli amministrativi con la finalità primaria di coniugare le esigenze della necessaria salvaguardia ambientale con quelle dello sviluppo sostenibile.

Occorrerà quindi intervenire in tal senso sul codice ambientale, anche per riportare la normativa italiana nell’alveo europeo. In questo campo infatti richiamarsi all’Europa è una abitudine invalsa, soprattutto quando da Bruxelles arrivano critiche, vere o presunte, all’operato del Governo. Analogo riferimento comunitario non giunge però quando, come accade, in parte della nostra normativa ambientale, le leggi italiane superano quelle europee, appesantendo il nostro sistema di oneri burocratici e di passaggi amministrativi che non giovano all’ambiente ma allungano tempi e forniscono ulteriori opportunità di veti e ritardi.

Nel contempo, come accennavamo in apertura sarà utile proporre iniziative in tema di fiscalità ambientale che abbiano come modello la riduzione delle imposte per chi risparmia energia e non inquina e, al contrario, aumenti l’imposizione nei confronti di chi non risparmia energia e inquina.

L’obiettivo delle misure fiscali del Governo sarà quello di valorizzare l’ambiente come bene economico.

Occorre favorire lo sviluppo delle imprese che si specializzano nella difesa dell’ambiente attraverso la costruzione degli impianti di termovalorizzazione, la realizzazione degli impianti di depurazione delle acque,la produzione di energie rinnovabili, etc.

Secondo la logica del fare ambiente, quindi, la protezione e la salvaguardia ambientale potranno diventare settori di attrazione di risorse per investimenti e occupazione, con tutti i vantaggi che ne derivano in termini di creazione di posti di lavoro e di rilancio del turismo.

Si potrebbe progettare, d’intesa con gli altri Dicasteri competenti, un Piano Nazionale per gli interventi ambientali su cui far confluire risorse pubbliche e private indirizzandole principalmente verso le aree del Mezzogiorno che soffrono di un particolare deficit di infrastrutture ambientali e che costituiscono polo turistico.

Il Piano sarà sostenuto ricorrendo al cofinanziamento esistente o attivabile su base locale e comunitaria mediante l’utilizzo dei fondi strutturali e del Fas e con il ricorso alla finanza di progetto.

Concludendo questa illustrazione degli indirizzi del ministero dell’ambiente, mi preme ribadire ancora l’importanza che, anche alla luce di quanto ho detto, annetto al contributo ed al confronto con il parlamento ed in particolare con questa Commissione. Sono convinta che l’importanza e la complessità dei temi, il fatto che riguardino questioni “di tutti” ci condurrà verso una proficua collaborazione, critica ma anche propositiva per il bene del paese

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2 thoughts on “Relazione del Ministro Ambiente Prestigiacomo alla Commissione Ambiente Camera Deputati

  1. La tristezza crescente che si prova nel leggere le idee di questo nostro Ministro è direttamente proporzionale alla voglia crescente in ognuno di noi di scappare all’estero per crescere i nostri figli.

  2. Cortese Fabio, penso spesso anche io che vorrei scappare, e se avessi figli (sarebbe bello) lo penserei a maggior ragione. Però resisteree mi sembra un dovere. Penso spessissimo se io sia degna delle persone che nei secoli e in diversi luoghi hanno lottato contro torture, violenze, negazioni di diritti, guerre, prevaricazioni. No, io non sono degna di costoro, e però ogni giorno spero che le persone perbene in questo Paese restino a cambiarlo. Insieme sono sicura che riusciremo

    un abbraccio solare
    Maddalena
    falcoeleonorae

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