4 novembre: memoria, non vittoria. Kein Sieg, Erinnerung

Le guerre, in realtà, non si vincono mai. La guerra è sempre una sconfitta. Ma per il caso del 4 novembre, per me, figlia delle Alpi che si sente prima alpina, poi europea,  solo alla fine anche italiana (per un puro accidente della storia), per me figlia di sangue misto dell’Europa (ho sangue trentino, cecoslovacco e meridionale italiano), per me che ho imparato a leggere e scrivere in due lingue sin dall’asilo (italiano e tedesco) e che a volte mischio per divertimento il dialetto trentino italiano appreso dalla mamma e il dialetto sudtirolese appreso dagli amici da ragazzina,  il giorno del 4 novembre non è la ricorrenza della vittoria dell’Italia (la nazione nella quale tecnicamente vivo e di cui sono cittadina ma che per me affettivamente e  a livello identitario significa poco).

Il 4 novembre per la terra dove vivo (il Trentino-Alto Adige) in realtà sarebbe – storicamente-  la data della sconfitta in una guerra fratricida, la data della fine di una guerra dove i giovani soldati figli delle mie/nostre montagne, sui nostri amatissimi ghiacciai, sulle nostre bellissime e spettacolari creste,  si sono uccisi pur avendo condiviso la vita nelle trincee alpine, montanari che ammazzavano altri montanari, per una stupida questione di spartizione di potere e risorse fra stati nazionali, che in realtà riguardava gli interessi dei poteri nelle pianure, laggiù da dove da secoli proviene la globalizzazione impoverente di ogni cosa per le montagne.

Il 4 novembre per me, per la nostra storia è una strana data di terre di mezzo, perché qui noi allora eravamo dall’altra parte del confine, noi qui si era in Austria-Ungheria. Noi tecnicamente la guerra l’abbiamo persa e si, certo il 4 novembre Trento è tornata italiana ….ma lo è mai stata compiutamente? E questo non significa forse che da allora ci siamo davvero separati dai fratelli dell’Alto Adige, del Sudtirolo? Chi è compiutamente italiano?  Possono esserlo genti che usano per affetto una lingua mista piena di frammenti del fratello idioma tedesco? E cosa significa concepirsi liberi, perché inseriti in un confine nazionale, se le montagne sono dimenticate dalle pianure, se le politiche per la montagna non le fa nessuno? A cosa è servita quella guerra maledetta, se poi per i successivi novant’anni la politica degli Stati Nazionali (oltre a produrre dei mostri sociali, storici e belligeranti) ha cancellato di fatto la complessità e la necessaria visione eco-regionale delle politiche e perfino delle identità?

Inoltre, a partire da quella data, in effetti, si è attuato lo iato, la divaricazione sociale, politica, culturale e perfino identitaria fra Trentino e Alto Adige, a oggi la Regione è dissolta, le due Provincie sembrano due mondi separati, viviamo in maniera assolutamente folle come se la nostra fosse stata una storia divisa. Come se noi fossimo veramente diversi. Ma non lo siamo. Come posso perdonare alla mia nazione di adozione (così la chiamo, questa strana cittadinanza) il fatto che ai maestri come la mia nonna (che parlava tedesco) era vietato dal fascismo che seguì nel dopo guerra, insegnare la loro lingua e perfino il loro alfabeto gotico ai bambini, scolari sudtirolesi? Come posso sentire fino in fondo mia la storia di questa Nazione (Italia), che mi è stata imposta dalla storia, se il fascismo italiano ha portato nella terra dove sono nata e cresciuta (L’Alto Adige), e dove ho imparato due lingue con lo stesso calore (la lingua dell’oppresso e quella dell’invasore), ha violentato, imprigionato, torturato, ucciso, e infine costretto alla vergogna e alla crudeltà delle Opzioni, dell’espatrio in terre ostili oppure restare rinunciando alla propria lingua e cultura tedesca, alla vergogna della delazione civile e perfino familiare i miei fratelli tedeschi della mia terra. Io non c’ero, sono nata nel 1969, nella stagione del terrorismo separatista, però sono vissuta nell’apartheid ricco e gelido del Sudtirolo dell’ Autonomia, della toponomastica dolens. E come posso sentirmi pienamente felice di avere questa cittadinanza se nella mia terra natale, vi sono ancora Walsche und echte Südtiroler? Taliani e e autentici todeschi, diremmo in dialetto trentino. Se vige ancora la separazione fra scuole e gruppi sociali, se perfino ancora nei partiti politici vige il senso etnico. E, cosa significa etnico? E come posso sentirmi figlia vera del Trentino-Alto Adige se ancora per tanti, troppi cittadini di madrelingua tedesca il messaggio del Los von Trient ha valore, anche oggi. No, tutto questo è il lascito velenoso anche del 4 novembre, della storia.

Divisi lo siamo da pochissimo tempo, se guardiamo ai tempi geologici e della costruzione storica reale. Divisi non saremmo affatto se guardassimo a quello che di fatto siamo: gente delle Alpi, gente che vive sulle sponde del fiume Adige, che nasce nella fredda Resia e scende fino a Verona e giù, giù a connetterci con il mondo mediterraneo. Gente che riceve le acque degli stessi ghiacciai e sistemi idrologici, gente che ha subito le stesse invasioni, ruberie di eserciti e poteri imperiali (compreso quello sottile dell’imperialismo globalizzante della pianura..).

Per me il 4 novembre è soltanto la fine delle sofferenze provocate da un guerra fratricida, come tutte le guerre. E’ la fine dell’ingiustizia delle donne dei miei paesi, che a piedi han dovuto fuggire in orribili campi di guerra all’estero, lasciando il profilo deciso delle nostre montagne oppure i laghi, le galline, il calore della legna. Sapendo che i loro figli e mariti e amanti e fratelli e padri e amici, erano prigionieri delle trincee, dei ghiacciai, della guerra. E’ la fine della ingiustizia di battaglioni di ragazzini della plebe, del popolo, ignoranti e forti, mandati al macello dagli imperi, maledetti imperi borghesi. Il mondo rurale di montagna e mezza costa, costretto alla guerra dalla borghesia di pianura. Anche questo per me è stata quella guerra.

Nessuna festa, nessuna vittoria. Il 4 novembre, oggi dopo 90 anni da quel giorno, nessuna tromba, vi prego, no, nessun gagliardetto militare.

Heute suchen wir nur ‘was zusammen.Oggi cerchiamo solo qualcosa assieme.

La pace, e le politiche alpine.                                                                                                                  Frieden und eine Politik für den Alpenraum.

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2 thoughts on “4 novembre: memoria, non vittoria. Kein Sieg, Erinnerung

  1. Brava, ancora una volta non posso che condividere.
    Un abbraccio
    Mauro

    PS
    E per fortuna ha vinto Barak O.

  2. 17/07/08
    La razza è una sola: quella umana

    Sottoscrivere questo manifesto è un’atto di resistenza civile e nonviolenta alle pseudo-leggi giudicate razziste anche da una risoluzione dell’Unione Europea.
    Aderite, in fondo c’è il link per firmare.

    Manifesto degli scienziati antirazzisti 2008

    I. Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in “migliori” e “peggiori” e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi.

    II. L’umanità non é fatta di grandi e piccole razze. È invece, prima di tutto, una rete di persone collegate. È vero che gli esseri umani si aggregano in gruppi d’individui, comunità locali, etnie, nazioni, civiltà; ma questo non avviene in quanto hanno gli stessi geni ma perché condividono storie di vita, ideali e religioni, costumi e comportamenti, arti e stili di vita, ovvero culture. Le aggregazioni non sono mai rese stabili da DNA identici; al contrario, sono soggette a profondi mutamenti storici: si formano, si trasformano, si mescolano, si frammentano e dissolvono con una rapidità incompatibile con i tempi richiesti da processi di selezione genetica.

    III. Nella specie umana il concetto di razza non ha significato biologico. L’analisi dei DNA umani ha dimostrato che la variabilità genetica nelle nostra specie, oltre che minore di quella dei nostri “cugini” scimpanzé, gorilla e orangutan, è rappresentata soprattutto da differenze fra persone della stessa popolazione, mentre le differenze fra popolazioni e fra continenti diversi sono piccole. I geni di due individui della stessa popolazione sono in media solo leggermente più simili fra loro di quelli di persone che vivono in continenti diversi. Proprio a causa di queste differenze ridotte fra popolazioni, neanche gli scienziati razzisti sono mai riusciti a definire di quante razze sia costituita la nostra specie, e hanno prodotto stime oscillanti fra le due e le duecento razze.

    IV. È ormai più che assodato il carattere falso, costruito e pernicioso del mito nazista della identificazione con la “razza ariana”, coincidente con l’immagine di un popolo bellicoso, vincitore, “puro” e “nobile”, con buona parte dell’Europa, dell’India e dell’Asia centrale come patria, e una lingua in teoria alla base delle lingue indo-europee. Sotto il profilo storico risulta estremamente difficile identificare gli Arii o Ariani come un popolo, e la nozione di famiglia linguistica indo-europea deriva da una classificazione convenzionale. I dati archeologici moderni indicano, al contrario, che l’Europa è stata popolata nel Paleolitico da una popolazione di origine africana da cui tutti discendiamo, a cui nel Neolitico si sono sovrapposti altri immigranti provenienti dal Vicino Oriente. L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa. Nonostante la drammatica originalità del razzismo fascista, si deve all’alleato nazista l’identificazione anche degli italiani con gli “ariani”.

    V. È una leggenda che i sessanta milioni di italiani di oggi discendano da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. Gli stessi Romani hanno costruito il loro impero inglobando persone di diverse provenienze e dando loro lo status di ‘cives romani’. I fenomeni di meticciamento culturale e sociale, che hanno caratterizzato l’intera storia della penisola, e a cui hanno partecipato non solo le popolazioni locali, ma anche greci, fenici, ebrei, africani, ispanici, oltre ai cosiddetti “barbari”, hanno prodotto l’ibrido che chiamiamo cultura italiana. Per secoli gli italiani, anche se dispersi nel mondo e divisi in Italia in piccoli Stati, hanno continuato a identificarsi e ad essere identificati con questa cultura complessa e variegata, umanistica e scientifica.

    VI. Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano. L’Italia come nazione si é unificata solo nel 1860 e ancora adesso diversi milioni di italiani, in passato emigrati e spesso concentrati in città e quartieri stranieri, si dicono e sono tali. Una delle nostre maggiori ricchezze è quella di avere mescolato tanti popoli e avere scambiato con loro culture proprio “incrociandoci” fisicamente e culturalmente. Attribuire a una inesistente “purezza del sangue” la “nobiltà” della “Nazione” significa ridurre alla omogeneità di una supposta componente biologica e agli abitanti dell’attuale territorio italiano, un patrimonio millenario ed esteso di culture.

    VII. Il razzismo é contemporaneamente omicida e suicida. Gli imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati. Così é avvenuto e avviene nelle nazioni con le guerre civili e quando, per arginare crisi le minoranze sono state prese come capri espiatori. Il razzismo é suicida perché non colpisce solo gli appartenenti a popoli diversi ma gli stessi che lo praticano. La tendenza all’odio indiscriminato che lo alimenta, si estende per contagio ideale ad ogni alterità esterna o estranea rispetto ad una definizione sempre più ristretta della “normalità”. Colpisce quelli che stanno “fuori dalle righe”, i “folli”, i “poveri di spirito”, i gay e le lesbiche, i poeti, gli artisti, gli scrittori alternativi, tutti coloro che non sono omologabili a tipologie umane standard e che in realtà permettono all’umanità di cambiare continuamente e quindi di vivere. Qualsiasi sistema vivente resta tale, infatti, solo se é capace di cambiarsi e noi esseri umani cambiamo sempre meno con i geni e sempre più con le invenzioni dei nostri “benevolmente disordinati” cervelli.

    VIII. Il razzismo discrimina, nega i collegamenti, intravede minacce nei pensieri e nei comportamenti diversi. Per i difensori della razza italiana l’Africa appare come una paurosa minaccia e il Mediterraneo è il mare che nello stesso tempo separa e unisce. Per questo i razzisti sostengono che non esiste una “comune razza mediterranea”. Per spingere più indietro l’Africa gli scienziati razzisti erigono una barriera contro “semiti” e “camiti”, con cui più facilmente si può entrare in contatto. La scienza ha chiarito che non esiste una chiara distinzione genetica fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono state assolutamente dimostrate, dal punto di vista paleontologico e da quello genetico, le teorie che sostengono l’origine africana dei popoli della terra e li comprendono tutti in un’unica razza.
    IX. Gli ebrei italiani sono contemporaneamente ebrei e italiani. Gli ebrei, come tutti i popoli migranti (nessuno é migrante per libera scelta ma molti lo sono per necessità), sono sparsi per il mondo e hanno fatto parte di diverse culture pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione. Così é successo ad esempio con gli Armeni, con gli stessi italiani emigranti e così sta succedendo con i migranti di ora: africani, filippini, cinesi, arabi dei diversi Paesi, popoli appartenenti all’Est europeo o al Sud America, ecc. Tutti questi popoli hanno avuto la dolorosa necessità di dover migrare ma anche la fortuna, nei casi migliori, di arricchirsi unendo la loro cultura a quella degli ospitanti, arricchendo anche loro, senza annullare, quando é stato possibile, né l’una né l’altra.

    X. L’ideologia razzista é basata sul timore della “alterazione” della propria razza eppure essere “bastardi” fa bene. È quindi del tutto cieca rispetto al fatto che molte società riconoscono che sposarsi fuori, perfino con i propri nemici, è bene, perché sanno che le alleanze sono molto più preziose delle barriere. Del resto negli umani i caratteri fisici alterano più per effetto delle condizioni di vita che per selezione e i caratteri psicologici degli individui e dei popoli non stanno scritti nei loro geni. Il “meticciamento” culturale é la base fondante della speranza di progresso che deriva dalla costituzione della Unione Europea. Un’Italia razzista che si frammentasse in “etnie” separate come la ex-Jugoslavia sarebbe devastata e devastante ora e per il futuro. Le conseguenze del razzismo sono infatti epocali: significano perdita di cultura e di plasticità, omicidio e suicidio, frammentazione e implosione non controllabili perché originate dalla ripulsa indiscriminata per chiunque consideriamo “altro da noi”.

    Enrico Alleva

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