Governo del territorio, protezione civile: Dossier di Repubblica

La Notizia: A proposito di sicurezza nel governo del territorio, il Governo Berlusconi, dopo i tagli alla scuola, dopo i tagli ai fondi per le energie rinnovabili a favore delle famiglie, con la Finanziaria sta procedendo anche ad un altro incredibile taglio (da 510 milioni di stanziamento a 270 milioni, quasi la metà praticamente): i fondi per la Protezione Civile. Tanto che lo stimato Capo della Protezione Civile nazionale,oggi Sottosegretario del Governo con delega alla Protezione Civile, Guido Bertolaso, che a detta di molti ha saputo strutturare un valente servizio di tutela pubblica nel nostro paese, ha minacciato le dimissioni entro il 5 gennaio 2009, perché i fondi sarebbero assolutamente insufficienti. Le dimissioni sono state annunciate da Bertolaso in Commissione Ambiente e Lavori Pubblici alla Camera, dove era in corso una sua audizione. Ricordiamoci che questo Governo ha tolto 17 milioni di euro dal Piano Nazionale sulla Sicurezza stradale (50 milioni circa, normalmente) per coprire il taglio dell’ICI..

Commento: Berlusconi ha subito promesso i soldi, davanti ai giornalisti, staremo a vedere se i soldi ci saranno, però questo è l’ennesimo pasticcio, pieno di superficialità e pressapochismo, di un Governo che sta seriamente minando le fondamenta del nostro paese. Ricordo come recentemente il Ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo, abbia per esempio ventilato l’ipotesi di trasformare i Parchi Naturali in Fondazioni (dopo un accorpamento di enti che di fatto ha tolto autonomia per esempio all’Istituto Nazionale Fauna Selvatica, ente comunque prezioso se libero), con l’obiettivo di renderli gestibili dai privati, con la motivazione che ora sarebbero molto inefficienti e che sarebbero di fatto dei poltronifici.                                                                                                                                                                                                                                                      A parte il fatto che in questi anni abbiamo avuto tante prove della assoluta inefficienza del privato e del mercato, il Ministro ha dimostrato così soprattutto la propria ignoranza sulla realtà complessa , dinamica e diversificata delle Aree Protette italiane e la totale assenza in lei di una visione della conservazione naturale.  Ho saputo da fonti molto credibili nazionali, che varie persone vicine al Ministro, anche della stessa maggioranza, di fronte ad una affermazione  tanto sconcertante le hanno chiesto espressamente di non dire mai più simili facezie. Infatti la Prestigiacomo non l’ha fatto. Ora si aggiunge anche questa inquietante disattenzione per la Protezione Civile. Recentemente (12 dicembre) Repubblica ha pubblicato un dossier di Ettore Livini, che dimostra come in Italia manchino migliaia di opere minori di manutenzione ordinaria e normale a ponti, strade, asfalti, scuole, ospedali eccetera. Opere senza le quali le scuole, come accaduto a Rivoli, purtroppo per esempio crollano e le donne al mattino presto annegano in un sottopassaggio a pochi chilometri da Roma (come accaduto pochi giorni fa durante la piena del Tevere). Allego il dossier:

L’ Italia delle piccole opere mai fatte

L’ Italia che sogna il Ponte sullo Stretto e infioretta ogni finanziaria (ultima compresa) di faraoniche incompiute infrastrutturali si trova oggi – svegliata dalla cronaca di tutti i giorni – di fronte a una realtà molto più amara: l’ emergenza delle piccole opere. Le abnormi conseguenze del maltempo di ieri a Roma così come il drammatico crollo del controsoffitto del Liceo Darwin di Rivoli delle scorse settimane sono solo la punta dell’ iceberg. Dalle scuole ai ponti, dalle strade fino agli argini dei fiumi e agli ospedali, il Belpaese si sta avvicinando pericolosamente al punto di non ritorno della “manutenzione zero”. “Abbiamo perso la cultura di occuparci delle piccole cose quotidiane, quelle necessarie per mandare avanti la nazione come fosse un condominio” ammette Fabio Melilli, presidente dell’ Unione di quelle province italiane che gestiscono gli edifici scolastici e buona parte della rete viaria nazionale. Tagliamo tanti nastri tricolori (costano poco), ci ripromettiamo massicci interventi dopo ogni tragedia. Ma poi, spenti i riflettori, tutto torna come prima: la coperta è corta, i soldi non ci sono, il Ponte sullo stretto torna in prima pagina e la sistemazione di buchi nell’ asfalto, edifici pubblici che cadono a pezzi e corsie d’ ospedale in condizioni da terzo mondo – “investimenti invisibili” che danno poco ritorno d’ immagine – scivolano inesorabilmente in coda alla lista delle priorità. La cura delle nostre infrastrutture, in questo senso, è un po’ come la ricerca. Se c’ è da tagliare qualche costo, zitti zitti, si finisce per sforbiciare lì. Tanto nessuno se ne accorge. Mancano i soldi per il taglio dell’ Ici? Nessun problema: basta ridurre del 30% i fondi del Piano nazionale per la sicurezza stradale, come ha fatto il governo nei mesi scorsi. Un risparmio un po’ miope visto che gli incidenti automobilistici costano al paese 35 miliardi l’ anno. Calano i trasferimenti agli enti locali? Poco male, le Regioni (ci sono naturalmente molte lodevoli eccezioni) risparmiano sugli investimenti per tenere in sesto gli ospedali: si lima sulle spese di pulizia, si rinviano le ristrutturazioni dei padiglioni. Morale: quando lo Stato manda i Nas a controllare le strutture che dovrebbero garantire la salute dei cittadini, scopre (è successo nel 2007) che tra impianti fatiscenti e attrezzature inadeguate quasi il 50% è fuori norma. Il buco nell’ asfalto La fotografia più drammatica dei costi della mancata manutenzione tricolore – come dimostra a sufficienza la cronaca di ieri – è lo stato di salute delle strade italiane. A livello ufficiale sembriamo il Bengodi. «Noi investiamo a questo scopo cifre sempre crescenti – assicura Pietro Ciucci, presidente dell’ Anas – . Quest’ anno 700 milioni, l’ anno prossimo 730». «Le nostre spese per tenere in ordine la rete viaria sono cresciute in modo vertiginoso fino ai 2,9 miliardi del 2006», conferma l’ Unione delle Province italiane cui il decentramento varato nel 2000 con la Legge Bassanini ha affidato l’ 80% dell’ asfalto di casa nostra. I numeri raccontano però un’ altra storia. L’ Italia assieme al Belgio è di gran lunga il paese con più incidenti mortali d’ Europa, 96 l’ anno per milione d’ abitanti, e soprattutto è quello che dal 1991 ad oggi ha fatto i minori progressi, riducendo il numero di vittime solo del 32%, la metà di quanto hanno fatto Germania, Francia e Spagna. E la mancata manutenzione è una delle cause principali di questo inglorioso record. «Siamo il paese che spende di meno in Europa – spiegano all’ associazione nazionale bitume e asfalto – . Oggi si interviene sul 6% della viabilità ogni anno quando il “minimo sindacale” per un intervento adeguato sarebbe l’ 8% e gli investimenti sono calati del 10% in due anni». «Il decentramento in molti casi ha finito per creare confusione – conferma Melilli – e il futuro è difficile visto che con i nuovi tetti alle spese varati dal governo, nel 2011 potremo spendere solo un terzo di quello che investiamo oggi. Un peccato perché in un momento di crisi come questo le piccole opere potrebbero essere un volano per le economie locali molto più efficiente delle grandi». Tra l’ altro non sarebbero certo soldi buttati. Dove si fa manutenzione vera i risultati si vedono: l’ impegno di Autostrade per il rinnovo del network con interventi come l’ asfalto drenante ha ridotto la mortalità sulla rete del 20,7% solo nel 2007, consentendo di centrare in anticipo l’ obiettivo Ue di ridurla del 50% entro il 2010. «Servirebbe un intervento di sistema», dice Umberto Guidoni, segretario generale di Fondazione. Peccato che a remare contro sia proprio la testa del sistema: l’ Italia spende solo 53 milioni l’ anno per il Piano nazionale della sicurezza stradale, venti volte meno del resto d’ Europa, una cifra da cui il governo Berlusconi ha appena stornato 17,5 milioni per finanziare l’ addio all’ Ici… Gli argini dei fiumi La tragica contabilità delle vittime e dei danni delle piogge di questi giorni ha portato allo scoperto un altro tallone d’ Achille delle infrastrutture italiane: la mancata manutenzione degli argini e delle briglie dei fiumi. Le statistiche di Protezione civile e Legambiente fotografano una situazione quasi da terzo mondo: il 70% dei comuni del nostro paese è a rischio idrogeologico. Con un doppio problema: il 77% degli enti locali (dati 2008) ha consentito di costruire case e interi quartieri in aree pericolose per incassare gli oneri d’ urbanizzazione (più del 50% ha dato l’ ok persino a insediamenti industriali!). Ma nel 42% dei casi non si provvede ad alcun intervento – pur solo di conservazione – delle sponde dei corsi d’ acqua. Non si consolidano gli argini, si dimentica di puntellare le briglie di contenimento. E le conseguenze, basta leggere la cronaca di quanto è successo tra Sardegna e Lazio nelle ultime settimane, sono sotto gli occhi di tutti: tracimazioni, allagamenti, l’ indignazione di un giorno o due per poi tornare al solito tran-tran. «Servirebbero meno sagre e più prevenzione», sintetizza il numero uno della Protezione civile Guido Bertolaso. Il fronte della scuola La morte di Vito Scafidi, travolto dal controsoffitto della sua scuola di Rivoli non è frutto di «un caso isolato», ha detto Bertolaso dopo la tragedia in Piemonte. I numeri gli danno ragione. Un censimento globale della Cgil ha stabilito che un istituto su tre ha bisogno di interventi urgenti per la sicurezza strutturale. Un’ indagine a campione della Protezione civile su 3mila scuole (un decimo circa del patrimonio nazionale) ha stabilito che quelle che rispettano i parametri normativi sono appena il 30-40%. Quanti soldi servirebbero per arrivare a standard europei: «Tredici miliardi – ha snocciolato Bertolaso in audizione alla Camera poche settimane fa – . Quattro solo per mettere a norma gli edifici in aree sismiche». Il problema non sono però solo i fondi a disposizione. Anche quando c’ è qualche spicciolo, infatti, la burocrazia ci mette lo zampino, trasformando il suo utilizzo in una sorta di via crucis. Per riuscire a trasformare in interventi reali i 500 milioni stanziati nel 2003 dopo il crollo della scuola di San Giuliano (27 bimbi e una maestra morti) ci sono voluti cinque anni, necessari per districarsi tra Cipe, competenze ministeriali e autorizzazioni degli enti locali. Emergenza in corsia Anche per gli ospedali, come per le strade, generalizzare è impossibile. Dati nazionali sullo stato della loro manutenzione non ne esistono. Sono nascosti nelle pieghe dei conti delle singole strutture e nei labirinti dei conti regionali. La realtà però è che le spese per la loro gestione – stimano alla Società italiana per l’ ingegneria e architettura della sanità (Sias) – sono ferme al 3% contro una media europea del 10% circa. «La situazione è a macchia di leopardo – spiega il presidente della Sias Daniela Pedrini, – con centri nuovi che sono oasi d’ eccellenza e vecchie realtà degli anni ’60 dove non ci sono stati interventi e i nodi stanno venendo al pettine». La fotografia più allarmante dello stato di conservazione dell’ edilizia sanitaria nazionale è quella scattata nel 2007 dai Nas dei Carabinieri, spediti dal ministero della salute a ispezionare 854 nosocomi dopo un’ inchiesta denuncia de “L’ espresso” sull’ Umberto I di Roma. In quel caso ben 417 ospedali sono stati sanzionati e 778 persone segnalate all’ autorità giudiziaria. «Sono dati che vanno letti in controluce – spiega l’ allora ministro Livia Turco – . La situazione in alcune regioni è difficile, ma in diversi casi le multe riguardavano peccati veniali come il mancato rispetto del divieto di fumo. Certo, l’ ammodernamento dei nostri ospedali è un problema vero. Ma per quanto riguarda sicurezza e qualità delle cure mi sento di dire che i cittadini possono stare sereni». Parole tranquillizzanti, anche se la casistica delle infrazioni censite dai nuclei anti-sofisticazione è imbarazzante: sporcizia in decine di strutture, muri scrostati e piastrelle rotte in altre, impianti antincendio fuori suo, pannelli divelti, macchine arrugginite, cavi elettrici non protetti, insetti in reparto, aziende prive persino dell’ attrezzatura per lavare e sterilizzare le padelle. La maggior parte delle contestazioni, scrivono i Nas, è legata «all’ omesso adeguamento strutturale dei reparti». Alcuni dei quali – a seguito dell’ ispezione – sono stati chiusi. Dietro la lavagna sono finiti Calabria (36 strutture irregolari su 39) e Sicilia (67 su 81). Ma anche in Toscana e in Emilia hanno avuto qualche problema rispettivamente metà e un terzo degli ospedali. L’ Italia dell e piccole opere ha ancora molta strada da fare. – ETTORE LIVINI




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