Scarpe a Bush: cosa racconta quel gesto

La notizia: Muntazar al Zeiha giornalistairaqè un giornalista di 28 anni. Viva  a Baghdad, lavora per la tv irachena  Al Baghdadia. Il 15 dicembre ha lanciato le sue scarpe contro il Presidente uscente degli Stati Uniti George Bush, durante una conferenza stampa, svoltasi in occasione di una visita ufficiale, l’ultima di Bush, in Iraq. Bush ha schivato il lancio, è rimasto poi con un sorriso sospeso di fronte al fatto, non ha chiesto al giornalista di discutere del suo gesto, non ha chiesto che si evitasse il suo fermo. Il giovane giornalista è stato immediatamente immobilizzato a terra – come si vede dalle immagini diffuse in internet  (Repubblica TV Speciale Iraq dicembre 2008)- dalle forze di sicurezza irachene e statunitensi presenti in sala. Nelle immagini si sentono grida soffocate del giovane a terra, si percepisce  il rumore sordo di apparenti colpi  ma non si vede cosa stia accadendo all’arrestato. Il parlato delle immagini è in arabo, tuttavia una parola si capisce bene ed è “camera, camera”, pronunciata più volte dagli uomini della security irachena. Guardando le immagini, si nota che gli uomini che dicono ripetutamente “Camera, camera” alzano le mani, coprono con i loro corpi la vista dell’uomo a terra, impediscono di fatto le riprese, chiedono con quel “Camera, camera” che i giornalisti non riprendano cosa sta accadendo. Di fatto i cameramen presenti non riprendono l’uomo a  terra.

Il 31 dicembre dovrebbe avere inizio il processo contro l’uomo (che pare aver chiesto scusa al Premier dell’Iraq, Maliki), e che rimane ora imprigionato in carcere. Il Giudice avrebbe negato la libertà su cauzione. Notizie del 17 dicembre dicono che il Giudice che aveva convocato una prima udienza, ne avrebbe spostato invece la data di alcuni giorni, perché l’imputato non sarebbe presentabile. Il fratello,  la famiglia di al Zeiha e il suo avvocato, infatti dicono che l’uomo sarebbe stato pestato a sangue e dunque ipotizzano che la scelta del Giudice di non farlo comparire sarebbe di opportunità. Ipotizzano infatti che se gli iracheni vedessero come è stato conciato l’imputato, – per molti divenuto un eroe dell’ antiamericanismo iracheno, con duecento avvocati dichiaratisi pronti a difenderlo e varie manifestazioni di piazza a suo favore-,  ci potrebbe essere una sollevazione popolare. L’uomo rischia per la legge irachena dai cinque ai 15 anni di carcere, è stato imputato di “aggressione contro Capo di Stato in visita ufficiale”.

Commento: Il Presidente della più grande e potente democrazia del mondo, dopo aver distrutto il paese di quel giovane con una guerra fallimentare, motivata con una manifesta bugia (armi di distruzione di massa e presidi terroristici, inesistenti allora in Iraq) , dopo aver lasciato devastare le risorse economiche e sociali del paese, di fronte ad un insulto grave ma che dovrebbe far riflettere, da parte di un uomo inerme, che con un gesto plateale di protesta ha sollevato un enorme problema, rischiando in proprio,  sorride come un beota mentre  questo accade, sapendo che le garanzie dei diritti degli imputati e dei carcerati in quel paese sono deboli. Lo sono anche nel suo paese e nella sua giurisdizione, del resto, per sua stessa volontà, come abbiamo appreso da Guantanamo e Abu Ghraib. Bush avrebbe dovuto chiedere subito un pubblico confronto con il giovane (da ospite non gli sarebbe stato negato), cercare di capirne le ragioni, cercare di uscire da questa figuraccia come un uomo forte e giusto, che dialoga con i propri avversari, e soprattutto scoraggiare del tutto il suo arresto immediato, chiedere di andare a visitarlo in carcere, per evitare le botte, le persecuzioni, un processo surreale e pericoloso per l’uomo. Bush avrebbe dovuto mettere subito a disposizione del giovane giornalista la stampa straniera, altro che lasciare che lo arrestassero!

Successiva notizia: Il 15 dicembre il New York Times ha pubblicato stralci della bozza ufficiosa di un rapporto  federale sugli esiti della guerra in Iraq e soprattutto della cosidetta ricostruzione. Sintesi del rapporto: la guerra è fallita, la ricostruzione è fallita, l’Iraq oggi è impoverito, ingovernato e ingovernabile, insicuro, corrotto, diviso tra fazioni, debole nelle relazioni internazionali, soprattutto ai propri confini, preda delle speculazioni innanzitutto degli affaristi statunitensi, permeabile al terrorismo (ora si).

Allego l’ articolo a questo dedicato da Repubblica:

BAGDAD – Un rapporto federale di 513 pagine ripercorre la storia della ricostruzione in Iraq. E mette in luce il fatto che il piano iniziale era pieno di difetti già prima dell’ invasione. Gli organizzatori del Pentagono, infatti, erano ostili all’ idea di ricostruire un paese straniero e hanno trasformato i loro progetti in un fallimento da 100 miliardi di dollari, per colpa della burocrazia, dell’ escalation della violenza e dell’ abissale ignoranza della società e delle infrastrutture irachene. “Hard Lessons: The Iraq Reconstruction Experience” (Lezioni amare, l’ esperienza della ricostruzione dell’ Iraq) è il primo resoconto ufficiale, ancora in bozze, di questo fallimento. Una delle conclusioni del rapporto è che quando la ricostruzione iniziò a essere in ritardo rispetto alla tabella di marcia – specialmente nel settore cruciale della formazione di una polizia e un esercito iracheni – il Pentagono si limitò a sbandierare dati gonfiati ad arte e progressi inesistenti per mascherare gli insuccessi. L’ ex segretario di Stato Colin Powell, si legge per esempio nel rapporto, avrebbe detto nei mesi successivi all’ invasione del 2003 che il “Dipartimento della Difesa continua a inventare cifre sulle forze di sicurezza irachene: afferma che aumentano di 20.000 unità alla settimana, che ne abbiamo addestrati 80.000, poi 100.000 e adesso 120.000!”. A cinque anni di distanza da quando si è avventurato nel più ampio progetto di ricostruzione all’ estero dai tempi del Piano Marshall, il governo americano ha dimostrato di non avere né le capacità politiche e tecniche né la struttura organizzativa necessarie a intraprendere un programma di questa portata. Il messaggio più deprimente potrebbe essere racchiuso nel finale di questa vicenda: le cifre nude e crude dei servizi di base e della produzione industriale raccolte per questo rapporto rivelano che nonostante tutti i soldi spesi e a dispetto di tutte le promesse fatte, lo sforzo della ricostruzione non ha conseguito niente di più che riparare ciò che era andato distrutto durante l’ invasione e il saccheggio frenetico che la seguì. Alla metà del 2008 – si legge nel rapporto – per la ricostruzione dell’ Iraq si erano spesi 117 miliardi di dollari, 50 dei quali provenienti esclusivamente dai versamenti dei contribuenti statunitensi. Nel rapporto c’ è un inventario di nuove rivelazioni che mostrano l’ atmosfera di caos assoluto – spesso anche velenosa – che è prevalsa durante gli sforzi per la ricostruzione. Eccone alcuni esempi: quando nell’ agosto 2003 l’ Office of Management and Budget si tirò indietro di fronte alla richiesta improvvisa da parte dell’ Autorità statunitense di occupazione di ricevere 20 miliardi per nuovi progetti di ricostruzione, un lobbista repubblicano che lavorava per l’ Autorità fece rimproverò aspramente Josha Bolten, allora direttore dell’ Office of Management and Budget e oggi segretario generale della Casa Bianca. “Rimandare la disponibilità di questi fondi comporterebbe un disastro politico per il presidente” scrisse il lobbista, Tom Korologos. “La sua elezione dipende in buona parte dalla possibilità di dimostrare progressi tangibili in Iraq e se quest’ anno i finanziamenti non saranno concessi, i progressi si arresteranno”. Con l’ appoggio dell’ Amministrazione, il Congresso qualche mese più tardi allocò i fondi richiesti. Un funzionario civile dell’ Agenzia Usa per lo Sviluppo Internazionale a un certo punto viene incaricato di determinare in sole 4 ore quante miglia di strade irachene sarebbe stato necessario riaprire e risistemare. Il funzionario eseguì una ricerca nella biblioteca dell’ agenzia e la sua previsione entrò a far parte del piano generale. I finanziamenti per molti dei progetti locali di ricostruzione sono spartiti da uno spoils system controllato da politici di quartiere e capi tribali. «Sul controllo delle risorse – ha detto un funzionario dell’ Ambasciata Usa – il nostro presidente del consiglio distrettuale è diventato una sorta di Tony Soprano; uno che ordina di usare il suo appaltatore, altrimenti i lavori non saranno eseguiti». (Copyright New York Times-La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti) – JAMES GLANZ CHRISTIAN MILLER

Commento finale: Quel gesto ci racconta quindi, mille cose complesse, da tenere ben presenti. Insomma, è stato un gesto di terribile realistico giornalismo, vissuto sulla carne del giornalista stesso. Eppure Bush ride sornione, presto sarà in una ricca pensione, mentre un giovane di 28 anni, in un paese che ha disperatamente bisogno di cervelli liberi e costruttivi, rischia di perdere i migliori anni della propria vita per un lancio di scarpe. Non amo gli eroi per nulla, amo la libertà, amo che la gente sia felice, vorrei che quel giovane avesse usato meglio la propria rabbia per diffondere il rapporto federale nel suo paese, vorrei che fosse libero e audace  ma con l’arma della parola, fuori dal carcere. A noi spetta di essere però degni della nostra libertà,  restando lucidi.

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