Legge sui biotopi, 1986: allora ed oggi, importanza di queste aree protette

Era il 23 giugno del 1986: un altro mondo, un’altra epoca.

In quel giorno a Trento fu promulgata la legge istitutiva di una importante forma di tutela della biodiversità e degli ecosistemi: la Legge provinciale nr 14/86, che faceva nascere i biotopi, ovvero piccoli lembi di territorio (spesso zone umide, ma non sempre) con una notevole dote di biodiversità, vegetale ed animale. Il padre di quella legge innovativa fu Walter Micheli. La legge istitutiva dei biotopi fu un atto legislativo di notevole rilevanza: si trattava infatti di anticipare perfino la famosa Convenzione di Rio de Janeiro, che fu sottoscritta da tante nazioni nel 1992 e che l’Italia avrebbe recepito solo nel 1994 con la legge 124/94. Il Trentino fu dunque anticipatore di temi e tutele: infatti l’idea sottesa alla t utela dei biotopi è proprio la costituzione di una forma di difesa di valori ecologici “in situ”, cioè nel luogo dove si trovano, un valore che sarebbe stato espresso la prima volta a livello internazionale proprio con la Convenzione di Rio. Forse allora fu poco compreso ma conservare anche piccoli ambiti di pregevole biodiversità significa preservare per il futuro bellezza, valori naturali, paesaggi e specie particolari ed anche preservare la memoria visiva e fisica di quello che la terra trentina è stata e la memoria della complessità presente in questo territorio straordinario compresso e banalizzato a partire dall’ottocento fino ad arrivare oggi ad un degrado notevole, soprattutto nel fondovalle. Pensiamo ad esempio alla rilevanza di un piccolo lembo umido, il biotopo di Nomi, in Vallagarina: sono solo quattro ettari di zona umida, circondati dalle coltivazioni e urbanizzazioni ma quegli specchi d’acqua dove si sente ancora cantare il cannareccione e il verso della gallinella d’acqua, dove il fragmiteto ondeggia nel vento e salici e tife incorniciano le dinamiche di vita di aironi, folaghe e anfibi, riporta alla mente la forma antica del grande fiume, l’ Adige, che con le sue anse, era bellissimo, anche se privava l’agricoltura di tanta terra e le zone umide erano anche malsane. Poi il fiume fu tagliato, ridotto a un canale, perse le lontre e la vegetazione delle sue rive, l’agricoltura divenne aggressiva, l’urbanizzazione con le sue speculazioni e gli errori ripetuti di pianificazione si fece marmellata invasiva.

La valle dell’Adige oggi si mostra al limite di carico: piena di urbanizzazioni sparse, invasa, abbruttita, privata di molta della sua bellezza e ella sua biodiversità, con scarsa connettività per le diverse forme di vita che devono spostarsi, per riprodursi, per fuggire malattie e pericoli, per  vivere. Quello che dobbiamo ricordare è che la perdita di biodiversità significa anche perdita di stabilità dei sistemi viventi intorno a noi, maggiore fragilità complessiva, maggiore permeabilità alle malattie e alle invasioni di specie aliene, predisposizione alla rottura degli equilibri e in definitiva peggiore qualità della vita.

Ricordare quindi la semplice data in cui un’ottima legge fu scritta (anche se poi è stata superata da norme successive) per tutelare veramente lembi di bellezza, scrigni di vita, deve essere un monito a fare di più e in fretta: basta recarsi un giorno nel biotopo dell’Avisio per restare ammutoliti: quel luogo, traccia di un passato millenario di straordinaria vitalità della valle dell’Adige, che dovrebbe essere a protezione dell’ecosistema e del nostro spirito, è trascurato, abusato, schiacciato fra cave, industrie, illeciti.

Il 23 giugno i rondoni, grandi migratori, sono ancora qui, nelle Alpi. Ripartono in luglio, verso l’Africa. Ma forse presto gli uccelli migratori potrebbero non trovare più sufficienti luoghi adeguati per vivere e riprodursi in ambienti così impoveriti. I biotopi servono per questo: essere luoghi di vita e dare una possibilità alla vita, che si è evoluta in milioni di anni con adattamenti multiformi, in questo paese così disattento alla biodiversità e agli equilibri naturali.

L’inventore della parola “biodiversità”,il biologo Edward Osborne Wilson, scriveva nel suo libro “Il futuro della vita” . “Per risolvere la situazione, vi è urgente bisogno di un’etica globale, basata sulla migliore comprensione di noi stessi e del mondo che  ci circonda. Indubbiamente le altre forme di vita hanno importanza. Indubbiamente la nostra gestione attenta e responsabile è la loro unica speranza. Faremmo bene ad ascoltare con attenzione il cuore, per poi agire con intenzione e razionalità e con tutti gli strumenti che possiamo riunire a applicare”.

Maddalena Di Tolla Deflorian, scritto il 19 giugno 2009, pubblicato dal quotidiano “Trentino” in data 25 giugno 2009. Si ringrazia l’editore.

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