I caribou delle Alpi: sulle migrazioni dei cervi

di Maddalena Di Tolla Deflorian

8 marzo 2015

Sono fra gli animali archetipici delle Alpi. Eppure di loro il grande pubblico non conosce molto, oltre i vistosi palchi di corna e i potenti bramiti. Il cervo è il più grande ungulato delle Alpi e necessita di ampi spazi per i propri spostamenti. Probabilmente la maggior parte delle persone però non sa che i cervi compiono delle migrazioni, che superano anche i 30 chilometri. Insomma, sono un po’ i caribou di casa nostra.

Cervo_inverno

La scienza ha iniziato a studiare questo fenomeno intorno agli anni trenta del Novecento. I primi studi ebbero luogo in Svizzera e oggi si continua a studiare. Martedì sera ha presentato una interessantissima relazione in merito al Museo di Scienze naturali di Bolzano Luca Pedrotti, grande esperto di ungulati e coordinatore scientifico di quel Parco Nazionale dello Stelvio dove la questione cervi è da anni un tema problematico al centro del dibattito. Per monitorare il fenomeno nel Parco dello Stelvio negli anni sono stati catturati e marcati oltre 200 animali e applicati 80 radiocollari.

Abbiamo chiesto a Luca Pedrotti di raccontarci le conoscenze che ha accumulato in anni di studio.

Pedrotti, per quale ragione un animale come il cervo è portato a compiere una migrazione?

«I cervi compiono degli spostamenti migratori stagionali per ottimizzare l’uso delle risorse o, detto con altre parole, il loro budget di energia. Sappiamo che solo una percentuale di una certa popolazione di cervi si sposta, mentre un’altra parte della stessa rimane costantemente nelle stesse zone. Anche i fattori climatici e il disturbo umano possono indurre o influenzare la migrazione.

Teniamo presente il dato che un tempo il cervo frequentava abitualmente i fondovalle delle Alpi, non essendo una specie tipica delle zone in quota. Nel tempo però i fondovalle sono diventati troppo urbanizzati, disturbati e frammentati (impedendo i movimenti degli animali) per i cervi».

In alcune valli, anche nel Parco Nazionale, le densità locali sono diventate un elemento critico. Gli spostamenti naturali sono in qualche modo ostacolati?

«Pensiamo alla Val Venosta, ad esempio. Là la densità è cresciuta in una prima fase più dentro il Parco, per l’ovvia ragione che al di fuori dell’area protetta si caccia e ovviamente i cervi scelgono le zone più sicure. Dopo di che una gestione interna al Parco dei cervi, con un prelievo misurato, ha cambiato la situazione, portando ad una maggiore densità di cervi fuori del confine dello stesso. A questo fenomeno si è sovrapposto un ostacolo alla capacità di spostamento naturale dal versante a nord verso quello a sud, perché sono presenti molte recinzioni in Val Venosta, a legittima difesa delle coltivazioni».

Cosa succede alla capacità migratoria dei cervi con il cambiamento del clima?

«Una serie di anni con inverni miti produce l’effetto della perdita della memoria storica delle rotte migratorie, utili per raggiungere quartieri di svernamento favorevoli, tipicamente tramandate soprattuto di madre in figlia. Quando arriva un inverno particolarmente duro si assiste quindi ad una elevata mortalità. Ad esempio nell’inverno 2008-2009, particolarmente nevoso e freddo, nel Parco dello Stelvio morirono di fame e stenti, si stima, 700 cervi. Le nostre stime ci dicono che per ora questo non comporta un rischio per la specie. La popolazione si è ripresa negli anni successivi. Pensiamo anche al caso di Yellowstone: in quel Parco nazionale americano negli ultimi 15 anni si sono registrate temperature medie in crescita e una minore piovosità. Il risultato sono pascoli estivi, verso i quali i cervi migrano, con una ridotta qualità».

Il ritorno naturale del lupo potrebbe avere qualche effetto su queste migrazioni?

«È presto per dirlo, le relazioni dentro gli ecosistemi sono complesse. Possiamo però affermare che in base ad altri casi il ritorno dei grandi predatori contribuisce in generale a riequilibrare l’uso del territorio da parte degli ungulati. Inoltre, con l’aumento dei predatori, aumenta il costo della migrazione. Possiamo quindi aspettarci ragionevolmente una riduzione della concentrazione di cervi in aree particolari, che possono diventare un problema sociale ed economico, per i danni ad agricoltura e patrimonio forestale».

I cervi dunque migrano, non conoscendo confini. Cosa possiamo dire della situazione nelle Alpi e nel Parco, in particolare?

«A nord delle Alpi naturalmente gli inverni sono mediamente più rigidi e dunque molti più cervi sono spinti a migrare. Ci sono delle differenze legate alle caratteristiche dei luoghi, dunque. In generale tuttavia dobbiamo pensare che nelle Alpi, a differenza del caso americano di Yellowstone, abbiamo un’elevata densità insediativa e di attività economiche anche alle medie quote. Si tratta quindi di studiare i fenomeni da un punto di vista tecnico e poi capire come mitigare i conflitti sociali con strumenti adeguati.

Ricordandoci che in passato abbiamo sterminato il cervo italiano e oggi nelle Alpi abbiamo cervi arrivati dalle popolazioni occidentale e orientale (quella definita Danubiana – dei Carpazi). Di originale in Italia ci resta il cervo della Mesola… La specie comunque non è a rischio, anzi, è in crescita, grazie alla ripresa dagli anni Cinquanta con una migliore gestione venatoria e un importante contributo delle aree protette.

Le stime dell’Ispra attestano 80.000 cervi in italia. Nel Parco dello Stelvio (e zone limitrofe) ne contiamo (in primavera) circa 10.000, ovvero un quarto dei cervi presenti nelle Alpi. Nel Parco vi sono varie popolazioni di cervi, che entrano ed escono dal confine dell’area protetta. La situazione attuale è il frutto delle scelte gestionali del passato e vigenti. D’ora in poi vedremo anche in modo più netto le conseguenze del cambiamento del clima».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

pubblicato sul quotidiano Trentino e Alto Adige in data 8 marzo 2015

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Rückkehr – ritorno. Storie di orsi bruni e lande trentino – altoatesine.

Rückkehr – ritorno. Storie di orsi bruni e lande trentino – altoatesine.

credito fotografia:l’orsa ritratta è Dj3, presso il recinto del Casteller di Trento – scattata da Maddalena Di Tolla Deflorian in data 24/12/2012

Rückkehr – ritorno. Una parola, due lingue, due territori attigui eppure diversi che ora, sulle tracce degli orsi bruni (ma anche dei lupi, per altre vie) sono costretti a trovare una visione comune di biodiversità, uso del territorio, risoluzione dei conflitti.

Così gradualmente anche in Alto Adige si affaccia la divulgazione sul ritorno del plantigrado, dopo che per qualche tempo prevaleva la diffidenza del potere locale, certo non propriamente amico del popolo di ritorno ursino.

Mercoledì scorso al Museo di scienze naturali Giorgio Carmignola e Davide Righetti, dell’Ufficio caccia e pesca della Provincia di Bolzano, hanno raccontato ad un nutrito e interessatissimo pubblico, con tanti giovani, cosa è accaduto da quando i famosi dieci orsi sloveni del Progetto Life Ursus furono liberati nella mitica Val di Tovel, in Trentino, nel cuore del Parco naturale Adamello Brenta. Perché ovviamente gli orsi si muovono, e non rispettano i confini.

E, come ha rilevato più volte Righetti nella sua esposizione, dai cugini trentini c’è forse molto da imparare, nella gestione di questo ritorno complesso, che tocca l’immaginario collettivo profondo e smuove paure e passioni.

Nel 2001 fu l’orsetta Vida a fare da testimonial positivo in landa sudtirolese, arrivando poi fino al bellunese, e finendo anche investita, con tanto di zampa rotta, per poi essere trasferita nuovamente tra le montagne del trentino Brenta, salvo poi, pervicacemente incuriosita dall’est, far ritorno oltre confine e spingersi fino in Austria. Vida scomparve nel 2002.

Nel 2003 e nel 2004 non si registrarono spostamenti di orsi, mentre nel 2005 arrivò Jj2 (figlio di Jurka e Joze), che visitò il meranese, la zona dello Stelvio, l’Alta Val Venosta, Svizzera, l’Austria. Lui fu come tutti i giovani maschi erranti più impattante della innocente Vida, procurando diversi danni.

Nel 2006 fu la volta dell’orso Jj1, il fratello del primo, poi denominato dai suoi fans “Bruno”, successivamente abbattuto in Germania, con tanto di polemiche feroci.

Nel 2007 passarono 4 individui e da quell’anno nacque la coscienza di dover dotare la Provincia di strumenti adeguati e regolari per il monitoraggio, la verifica dei danni e tutto il resto.

Dal 2007 al 2012 l’Ufficio caccia e pesca ha rilevato geneticamente 14 individui diversi di orso. Si stima che la popolazione attuale complessiva sia di 43 – 48 orsi fra Trentino, Alto Adige, Veneto, Lombardia. Nel 2012 sono stati rilevati 5 individui, che frequentano prevalentemente le zone pedemontane della Mendola, ma anche le zone di Appiano o Proves e anche la Val d’Ultimo. Dopo Vida non risultano transiti di femmine, ma soprattutto di maschi erratici, giovani e subadulti (di età media intorno ai 3 – 4 anni).

La fedeltà al territorio è di circa 1,7 anni.

Dal 2010 la Provincia si è dotata anche di fototrappole, e dal 2005 erano già partiti i monitoraggi genetici (con campioni di pelo, soprattutto, nel numero di 105 su un totale di 129).

A scanso di polemiche sui costi, Righetti ha anche ricordato che sono solo due le persone in Provincia che lavorano sul monitoraggio dell’orso, a tempo parziale. In Trentino gli addetti sono molti di più.

Il tecnico ha però spiegato “Sappiamo molto della vita degli orsi in Trentino. Sappiamo molto poco di come usano il territorio qui da noi, in Alto Adige, dove certo la montagna è abitata con presenza di masi in modo più diffuso. Per questo sarà bene studiare, per ragioni legate alla conservazione della specie ed anche per ridurre i possibili danni o i conflitti”.

Alla voce danni i conti sono questi: circa 80.000 euro spesi nel periodo 2007/ 2012 fra alveari distrutti e bestiame predato, a cui sommare poco più di 26.000 euro per investimenti stradali con danno ai veicoli, oltre che all’orso.

Gli eventi dannosi all’anno sono circa 20/22.

Intanto la primavera incombe, e nuovi movimenti avvengono nei boschi.

Ad esempio intorno ai grattatoi, alberi particolarmente amati dagli orsi, dove è possibile raccogliere campioni di pelo, e oggetto anche di una tesi di laurea di uno zoologo trentino, e di uno studio del Parco naturale Adamello Brenta.

Alla fine Davide Righetti ha mostrato le ultime foto scattate proprio pochi giorni fa, in una località non rivelata: sono immagini di una pista di impronte di un orso svegliatosi da poco, dopo questo inverno lunghissimo.

Il pubblico sembrava molto ben propenso a seguire le sue tracce.

(Articolo pubblicato sul quotidiano Alto Adige in data 16/04/2013 – foto scattata da Maddalena Di Tolla Deflorian, in data 24/12/2012, l’orsa ritratta è Dj3, presso il recinto del Casteller di Trento)

Lupa morta rinvenuta nella Lessinia

Da 150 anni una coppia di lupi non solca il territorio fra la Lessinia e le Alpi trentine.Come noto, solo un paio di individui di lupo italico si stanno occasionalmente muovendo in Trentino e solo da poco tempo una coppia si stava muovendo in Lessinia.

Pochi giorni fa è stata rinvenuta morta (si teme avvelenata)  una lupa e si stanno ancora aspettando le conferme che sia davvero il veleno il suo killer. Non si ha ancora conferma che si tratti della stessa femmina che da qualche tempo si accompagna con il famoso lupo maschio Slavc. Se fosse così, la già esigua speranza di avere una cucciolata di lupi a breve sarebbe azzerata. Il ritorno del lupo è una sfida ancora più difficile rispetto a quello dell’orso, perché il lupo affronta irrazionali barriere ataviche nelle menti di tanti umani. Possiamo solo augurarci che questa morte faccia riflettere molti e cambiare mentalità a qualcuno. Lunga vita al lupo.

Sentenza per la vicenda di Acciaierie di Borgo

BORGO. Mille euro a ciascun cittadino di Borgo costituitosi parte civile (sono 267), 40 mila euro al comune di Borgo e 10 mila al Wwf oltre a 57 mila euro di ammenda e al pagamento della perizia. Questo prevede l’ordinanza del giudice Carlo Ancona che ha ammesso all’oblazione le Acciaierie di Borgo. E che lascia la porta aperta ad eventuali cause civili. Il totale è di circa 470 mila euro (a fronte di una richiesta di 21 milioni) e chiude il capitolo su emissioni non autorizzate, getti pericolosi e messa in pericolo dei lavoratori.

La parola fine nell’udienza del 26 gennaio quando dovrebbe chiudersi la parte relativa ai falsi e alle violazioni infortunistiche (accuse anche queste mosse dalla pm Alessandra Liverani) per i quali è possibile che si sceglierà, per Leali e Spandre, il patteggiamento.

Ma veniamo all’ordinanza. Il giudice riconosce il danno non patrimoniale «intervenuto in ragione della perdurante sensazione di apprensione e di disagio fisico» ai cittadini di Borgo e il danno al Comune «sia perché soggetto esponenziale della relativa comunità sia per la spesa che si è dovuto accollare per la pulizia delle polveri». Ritenuta anche idonea la somma offerta (sempre dalle stesse Acciaierie) al Wwf. Riconosciuto anche l’accantonamento di 50 mila euro per l’eventuale bonifica del suolo agricolo limitrofo inquinato.

Non è stato invece ravvisato il danno per le parti civili che vivono vicino a Borgo o che a Borgo hanno i riferimenti di lavoro o di studio. Stessa cosa per la Comunità di valle, gli altri comuni della Valsugana e del Tesino e la Provincia. E poi il giudice scrive: «Tutte le patologie o i danni a cose che le parti hanno lamentato, in particolare il tema di potenziale effetto teratogeno degli inquinanti, di depositi sul suolo agricolo e di determinazione di decessi per forme tumorali, fanno riferimento necessariamente ad una esposizione a polveri inquinanti di lunga durata» mentre «il procedimento penale si occupa di precise responsabilità personali per condotte realizzate in un ambito di tempo altrettanto precisamente delimitato».

Ed è in questo passaggio che Ancona specifica che gli eventuali effetti dannosi per la salute umana provocati dalla protratta esposizione, dovranno esser presi in considerazione eventualmente in sede civile. Condizione necessaria per essere ammessi all’oblazione la verifica che i danni provocati dall’azienda – quelli eliminabili – fossero cessati. E il «controllo» era stato affidato al perito Angelo Borroni del Politecnico di Milano. La sua relazione è molto corposa e frutto di diversi sopralluoghi nello stabilimento e dà atto alle Acciaierie di aver effettuato, negli ultimi due anni, investimenti di grande dimensione per cui, scrive Ancona, «appare ragionevole confidare nel completamento di opere come muri di sigillazione e coperture di riparo che hanno bisogno di autorizzazione urbanistica, ma non rappresentano un impegno economico particolarmente oneroso».

È stato anche verificato il rispetto dei limiti di legge. E poi l’ultima sottolineatura: «Non è compito del giudice vigilare sulla correttezza urbanistica ed amministrativa della collocazione in una valle urbanizzata come la Valsugana di un’attività inevitabilmente inquinante qual è un’acciaieria, e neppure stabilire quale debba essere in astratto o in concreto il livello di tollerabilità delle emissioni, o se abbia rilievo a riguardo la loro diluizione nello spazio».

Orsi: bentornati senza false paure

Orsi oggetto di polemiche sterili e infondate, da parte di pochi che però sui giornali fanno rumore. Serve razionalità e profonda consapevolezza di cosa sia l’ecosistema. In realtà le poche rilevazioni esistenti mostrano che la maggioranza dei trentini gradisce il ritorno degli orsi nei nostri boschi.

Ecco una mia risposta a argomentazioni sbagliate, pubblicata dal quotidiano L’Adige a fine agosto 2010.

L’Adige di domenica 29 agosto pubblicava una lettera di Enrico Sisler, che sosteneva l’opportunità di ridurre il numero di orsi in Trentino, rimpatriandoli in Slovenia. La tesi era motivata con la presunta incompatibilità tra uomini e orsi nelle Alpi e con la presunta pericolosità degli orsi.

La lettera contiene innanzitutto un dato falso: per Sisler gli animali in libertà sarebbero 70. Invece il numero di orsi presenti in Trentino (Rapporto Orso della Provincia di Trento, dicembre 2009) è di minimo 25 individui, massimo 30.

Nel corso del 2010 sono accertate 4 cucciolate, è probabile però che vi siano state delle morti e che alcuni orsi si siano spostati. A fine anno avremo un dato preciso ma il numero non sarà molto diverso.

In ogni caso è impossibile arrivare ai 70 orsi inventati da Sisler: gli orsi non si moltiplicano per incanto!

La lettera paventa poi la pericolosità degli orsi. Un orso è certo un animale potenzialmente pericoloso per la sua mole ma quella di una aggressione ai danni dell’uomo è un’ ipotesi remota. Questi sono i dati di una ricerca su scala europea (sito PAT):
In Italia, nelle Alpi e negli Appennini, non sono documentate aggressioni deliberate nei confronti dell’ uomo negli ultimi 150 anni. (Aggiungo: dal 2000 non si registra alcun incidente con gli umani causato dagli orsi presenti in Trentino che spaziano tra Alto Adige, Veneto e altri stati). Uno studio scandinavo basato su numerose documentazioni e testimonianze, ha evidenziato che in Svezia l’ultima vittima di un attacco risale a più un centinaio di anni fa, un cacciatore di orsi attaccato da un individuo ferito. Tra il 1976 e 1995, ci sono stati 21 incontri, con 7 feriti: di questi, 6 erano situazioni di caccia e in un caso fu coinvolta una femmina con i piccoli. Ancora, nel 1998, si è registrato in Finlandia un incidente mortale occorso ad un uomo mentre faceva footing. Nel Progetto Scandinavo sull’Orso bruno, sono stati documentati negli ultimi 15 anni in Svezia (popolata da circa 2.000 orsi) 114 incontri, nella maggior parte dei quali l’animale è scomparso, senza attacco alcuno, appena percepita la presenza umana. In Russia, in uno studio specifico, sono stati documentati 704 incontri negli ultimi anni; nessuno di questi ha implicato aggressività o ferimenti. Un altro studio, in Austria, dove è stata realizzata una immissione di orsi sloveni, tra il 1989 e il 1996, ha registrato 516 casi di incontro, tra cui 5 “falsi attacchi”, ma senza alcuna conseguenza.” Insomma, è molto più pericoloso guidare in autostrada che muoversi nei boschi abitati dagli orsi!

Sisler sottolineava la natura carnivora dell’orso per solleticare le nostre paure. In realtà l’orso bruno è un animale onnivoro opportunista, con una tendenza alimentare vegetariana.

Il 64% della dieta degli orsi studiati in Trentino è fatta di vegetali, il 6% di carcasse, il 17% di insetti. Solo il 13% è composto da altro (dati PAT).

Le predazioni ai danni di animali da allevamento sono -rispetto al numero di orsi- poco numerose. E’ un fenomeno da tenere sotto controllo ma limitabile, grazie all’esperienza, usando cani da guardiania e adeguate recinzioni.

L’ ipotesi finale di Sisler , poi, di reimpatriare gli orsi in Slovenia è priva di senso. Gli orsi di provenienza slovena erano 10, alcuni sono morti, altri in cattività (Yurka). Gli altri (la maggior parte) sono animali nati liberi, in natura e in Italia, protetti da norme internazionali, pertanto la Slovenia non ha alcun obbligo di accoglierli e l’Italia non può dislocarli come oggetti.

L’orso è una specie importante, fa parte da sempre dell’ecosistema alpino e del suo complesso equilibrio e appartiene da sempre al nostro immaginario. Anche il turismo – fondamentale per noi- non può che beneficiare dell’immagine di un territorio ancora capace di ospitare e rispettare un animale così simbolico, che l’Europa cerca di tutelare insieme a tutta la biodiversità.

Lavorare per l’orso deve significare lavorare per tutto l’ambiente. La conservazione di questa specie è solo un pezzo del necessario riequilibrio degli usi del territorio nelle Alpi e i costi sostenuti per questo impegno sono il minimo che possiamo mettere in campo, a fronte di una situazione ambientale compromessa.

Nord Est e Autonomie

La notizia: Il neo governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia (ex Ministro dell’Agricoltura), ha lanciato nei giorni scorsi un appello al Trentino, all’Alto Adige e al Friuli  (due Provincie e una Regione autonome, seppure con una netta differenza di realizzazione dell’ Autonomia, che il Friuli deve ancora definire con Roma) per unirsi in una battaglia verso la realizzazione del federalismo fiscale e per competere uniti rispetto alle economie  di confine di Slovenia e Austria. Zaia ha evocato per questo il mito del Nord Est, motore produttivo del Paese.

La risposta della politica trentina e alto-atesina è stata fredda: il Presidente della Giunta provinciale di Bolzano Luis Durnwalder (del partito etnico di raccolta SVP) ha ricordato che l’Alto Adige ha già siglato un accordo sul federalismo e sulla futura gestione dell’Autonomia con il Governo. Lo stesso ha ricordato il Vice Presidente della Giunta Provinciale di Trento Alberto Pacher (ex Sindaco di Trento, del Partito Democratico) per il Trentino. Infine il Presidente del Consiglio Provinciale Giovanni Kessler, del Partito Democratico, ha espressamente detto che il Nord- Est è un mito superato. Semmai  – ha ricordato l’esponente democratico – il Trentino guarda a Bolzano e Innsbruck.

I politici leghisti locali (a partire dal Segretario del Carroccio trentino Fugatti) si sono subito entusiasmati , affrettandosi però a rassicurare sul fatto che la Lega al potere nel Nord non mette a rischio l’Autonomia trentina. L’Autonomia infatti costituisce in Trentino (quanto in Alto Adige) un tema delicatissimo.

Lo stesso Assessore provinciale alla Sanità, Ugo Rossi, del Partito Autonomista PATT, ha tagliato corto rispetto alle proposte di Zaia ricordando che il Trentino ha un naturale sguardo a Nord, più che ad est.

Il commento: Luca Zaia cerca nella direzione sbagliata e guarda il problema sbagliato. Le Autonomie del Nord est geografico (che non corrisponde in alcun modo ad un possibile Nord est geo-politico) italiano sono Autonomie di montagna. Friuli, Alto Adige, Trentino sono terre di montagna. Il Veneto invece è terra di pianura, di mare e in parte di montagna e non ha una politica per la montagna, come denunciato da tempo dal mondo della cultura e delle associazioni.

Le Autonomie del Nord est possono insegnare alcune cose significative al Veneto sul governo dei territori di montagna. Al tempo stesso l’Autonomia di Trentino e Alto Adige mostra le difficoltà e alcune soluzioni del decentramento. La recente riforma istituzionale trentina, con la difficoltosa creazione delle Comunità di Valle e la devoluzione dell’urbanistica all’ambito di valle e comunale, mostra da un lato gli elementi di vulnerabilità reale del decentramento e dall’altro le difficoltà politiche e sociali nel realizzarlo nei fatti.A ben guardare il Trentino oggi costituisce un esempio illuminante di come non si possa banalizzare o mitizzare la devoluzione e il federalismo. Si tratta di percorsi complessi.

Il problema a cui guarda Zaia è poi quello sbagliato: l’Autonomia non è tanto una risposta strutturale alle sfide economiche (può essere anche quello) ma è soprattutto un’architettura istituzionale, che richiede responsabilizzazione delle periferie, qualità amministrativa decentrata,  un elevato senso civico e spirito di partecipazione dei cittadini.

Lince B132: nuovo radiocollare, a Molveno

Notizia: E’ stata catturata (sopra Molveno) e dotata di un nuovo radiocollare la lince  B132. L’animale si trova in Trentino dalla primavera del 2008. Proviene dal Cantone svizzero del San Gallo, dove è nata nella primavera del 2006 (oggi ha dunque 4 anni). B132 è un maschio. B132 era stato catturato e radiocollarato la prima volta in Engadina (Svizzera) il 22 febbraio 2008, nel territorio del Parco Nazionale omonimo. Successivamente l’animale si era spostato in territorio italiano, in Val di Sole (passando dalla Lombardia). Poi B132 si è spostato nel cuore delle Dolomiti patrimonio Unesco e del parco Naturale Adamello Brenta, ovvero proprio nel Gruppo di Brenta. L’animale viene costantemente seguito grazie al radiocollare dalla Forestale, con la collaborazione  di personale del Parco naturale Adamello Brenta e dell’Associazione cacciatori. Attiva e costante la collaborazione con i tecnici svizzeri, che hanno segnalato regolarmente le localizzazioni trasmesse dal radio collare svizzero fino a che questo ha funzionato. Il trasmettitore (come previsto) ha smesso di funzionare a fine 2009. Quindi ora è stato messo un nuovo radiocollare, e ora la lince sarà monitorata dallo staff italiano.

LINK AL video della cattura (notare la bellezza strordinaria della lince, le dimensioi notevoli delle zampe, ma anche l’amorevolezza dei forestali mentre maneggiano la lince, si “palpa” quasi il loro desiderio di accarezzarla. In effetti lo fanno, accarezzano la lince. ED E’ BELLISSIMO, VORRESTI ESSERE CON LORO!)

Questa lince è singolare: sicuramente dalla letteratura scientifica nota si tratta dell’esemplare che ha effettuato il più lungo spostamento documentato nelle Alpi. In Italia si tratta del secondo caso di cattura di lince, il primo era avvenuto alcuni anni fa in Friuli Venezia Giulia.

Commento (riprendo un mio articolo del maggio 2008, con dati di Anja Jobin, esperta europea di lince e lupo, Coordinatrice del gruppo S.C.A.L.P. – Status and Conservation of the Alpine Lynx Population): 

La Svizzera ha reintrodotto  le linci negli anni settanta. Da allora la specie ha lentamente colonizzato tutto l’arco montuoso del paese, sia la parte alpina che quella dei Grigioni. Il successo della reintroduzione è in una fase cruciale infatti sono emersi conflitti con la componente venatoria, che vede la lince come un competitore venatorio. Secondo Anja Jobin invece una lince arriva a predare in un anno al massimo 50-60 caprioli, in un territorio però che per un individuo di lince (animale solitario, non forma branchi, come succede anche per il puma ad esempio) copre centinaia di chilometri quadrati. Se le linci trovano poi un ambiente popolato da diverse specie di ungulati (ovvero un ambiente sano, biodiverso) naturalmente ampliano la propria dieta anche a camosci e cervi (potrebbe essere interessante verificare le interazioni con la popolazione problematica di cervi nel Parco nazionale dello Stelvio).

Il Trentino e l’Alto Adige offrono ancora ambiti con una buona diversità di specie di ungulati, dunque vocati sotto il profilo nutrizionale per le linci. Una ricchezza adeguata di prede naturali inoltre esclude conflitti forti con gli allevatori, che non subirebbero perdite significative.

Cosa  serve per il ritorno stabile di una popolazione vitale di linci? Gli elementi sono gli stessi per tutti i grandi carnivori, quelli da tempo divulgati dagli esperti ( esempio dal Gruppo grandi Carnivori della Convenzione delle Alpi, da quello di ALPARC e infine anche dalla nota Piattaforma Ursina, del WWf e per l’orso.)

Ecco i punti:

– Informazione e azioni di coinvolgimento e partecipazione, rivolte a cittadini, agricoltori, cacciatori, amministratori pubblici.

– Fondi per la ricerca e il monitoraggio , con particolare riguardo sulle cause di disturbo antropico, sull’interazione con la caccia (ovvero la lince evita le zone di caccia oppure no? ) e sull’utilizzazione delle aree protette.

– Preservare ambienti idonei , come già dovrebbe accadere per il ritorno dell’ orso.

Si conferma in ogni caso l’importanza delle aree protette quali ambiti di pregio naturalistico per la presenza della grande fauna (come già successo per stambecco (Gran Paradiso), cervo (Stelvio), gipeto (Stelvio, Engadina), orso (Adamello Brenta) ma anche per le competenze del loro personale faunistico.

Si conferma anche l’importanza strategica delle relazioni con altri Parchi (qui l’Engadina) e di carattere internazionale (la Svizzera qui, nel caso dell’orso la Slovenia). Anche per la reintroduzione del gipeto la collaborazione transalpina è stata fondamentale per il successo dell’operazione.

Insomma, più biodiversità, più ricerca, più amore verso le varie forme di vita ma anche più internazionalizzazione, più Europa.

Il bello dei grandi carnivori è che loro richiedono grandi spazi di naturalità, ambienti di elevata qualità e cooperazione internazionale. Insomma, ci aiutano ad alzare il livello della nostra sfida per fare buona conservazione

Documenti:

Comunicato stampa nr 337 del 11/02/2010 della Provincia Autonoma di Trento

http://www.uffstampa.provincia.tn.it/CSW/c_stampa.nsf/416AD28B715DF727C12574BE0028F2B0/7939FFB6FB72AE26C12576C7003806A1

Documento (Speciale Fogli dell\’Orso, pubblicazione del Parco Naturale Adamello Brenta)– dedicato al workshop speciale sui grandi carnivori svoltosi nel 2009