Soccorso alpino: quando muoiono gli eroi, e le certezze

La notizia

Il 26 dicembre una tragedia della montagna ha ucciso sei persone, sul Pordoi. Due giovani alpinisti di Udine (Fabio Baron e Diego Andreatta) si erano avventurati in Val Lasties con le ciaspole, per praticare in seguito le cascate di ghiaccio. Forse volevano studiare il tracciato. Il rischio valanghe quel giorno era elevato, il bollettino Niveo-Meteo indicava grado di rischio 4 su una scala di 5, “Pericolo forte”. E le valanghe infatti sono cadute,  sui versanti del Sass Pordoi  ma anche sul passo Fedaia, poco distante, dove i soccorritori sono stati impegnati a lungo nei pressi di una pista da sci per assicurarsi che non ci fosse nessuno sotto la neve. Dopo il tramonto i due giovani ancora non erano rientrati alla base. La compagna di uno dei due ha dato l’allarme. Dalla Val di Fassa sono partiti sette soccorritori, tra i più esperti.

A 2.600, sotto la forcella Pordoi sono stati travolti da una valanga. Quattro soccorritori sono morti sul colpo, trascinati a valle per 400 metri. Gli eroi che sono morti erano Alessandro Dantone, 39 anni di Alba di Canazei, Diego Perathoner, 42 anni di Canazei, Luca Prinoth, 45 anni di Campitello come Erwin Riz, 33 anni.

Erano partiti con loro (e sono sopravvissuti) anche Sergio Valentini, Martin Riz e Robi Platter. Pochi minuti prima delle ore 20 Gino Comelli, capo del soccorso alpino di Canazei che dal Passo Pordoi coordinava le ricerche, sente alla radio che una valanga ha colpito i soccorritori (i suoi ragazzi) . Immediatamente attiva gli altri soccorsi alpini. Arrivano tutti gli uomini disponibili della val di Fassa e poi i colleghi bellunesi di Livinallongo. Una corsa disperata contro il tempo, nella notte buia. I primi ad intervenire sono i tre colleghi, che iniziano subito a scavare nella neve.  La macchina si muove bene, grazie agli anni di esperienza. Quella sera la perfezione tecnica però non ha potuto nulla contro la morte.

All’alba del giorno 27 dicembre sono partiti i soccorritori per recuperare le salme. Impossibile portarle a valle la notte precedente, infatti. Una quarantina di tecnici del soccorso alpino fassano con le unità cinofile, i colleghi dell’Aiut Alpin, i poliziotti.   Contemporaneamente sono iniziate le ricerche dei due escursionisti friulani. I corpi sono stati trovati grazie ai cani. I due ragazzi non avevano con se l’ARVA (Strumento di segnalazione in caso di valanghe) .

Maurizio Dellantonio è il Presidente del Soccorso Alpino trentino. Quel maledetto sabato sera era nella terza squadra di ricerca dei friulani. Nella sua versione della tragedia la valanga ha preso i colleghi alle spalle,  confluendo nel canalone dove si trovavano. Un fronte enorme ha colpito in pieno Diego, Luca, Erwin e Alex. Martin Riz è stato sbalzato fuori, ha sentito le richieste d’aiuto di Platter, ha iniziato a scavare, ha dato l’allarme. La terza squadra è arrivata da sopra , grazie all’Arva ha individuato Sergio Valentini che era più a monte, vivo. Era in piedi con gli sci ancora fissati ma bloccato dalla massa di neve.

Il 29 dicembre si sono svolti i funerali delle quattro vittime trentine, a Canazei. Erano presenti tremila persone. Era presente anche Guido Bertolaso.

La tragedia ha scatenato la reazione dura del capo della protezione civile Bertolaso: «Sono stufo che i nostri soccorritori perdano la vita perché le persone vanno a fare escursioni in modo sprovveduto e senza tenere conto degli allarmi». Gli uomini del Soccorso Alpino alpino però (a partire dal Presidente Maurizio Dellantonio) hanno risposto: in montagna si parte, comunque. Il nostro spirito, con la consapevolezza del pericolo, con gli strumenti per affrontarlo, ci spinge a partire, per salvare i dispersi.

Alcuni articoli con le testimonianze (toccanti, semplici e vere) degli amici e parenti si trovano a questi link

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2009/12/28/ANBPO_ANB03.html (Fiorenzo Perathoner, padre di Diego, deceduto nella tragedia)

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2009/12/28/ANBPO_ANB01.html (Martin Riz, uno dei soccorritori travolti e sopravvissuti)

Lo splendido, denso articolo sui funerali di Franco de Battaglia, il migliore giornalista trentino, uomo delle montagne e del suo popolo, pubblicato dal quotidiano Trentino il 30 dicembre.

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2009/12/30/AA1PO_AA101.html

Il mio commento:

“Signore, prendi questa rabbia e trasformala in intimità”. Sono le dirette, limpide parole del prete che a Canazei, nel gelo di  un inverno improvvisamente freddo, ha pronunciato ai funerali. Io non credo in Dio e non credo nella Chiesa ma queste parole sono molto belle e aderenti alla  realtà.

Di fronte a morti come queste non ho certezze. Sussurro la mia idea: il Soccorso Alpino opera sempre in condizioni di rischio, fa parte delle regole severe della montagna. Non esiste mai la sicurezza di tornare. Il Soccorso è però il bagaglio più luminoso della nostra esperienza alpina, insieme al volontariato dei vigli del fuoco, di chi mantiene i sentieri e agli Usci Civici. E’ una parte pregnante di noi, popolo della montagna. Ogni tanto qualcosa di terribile oppure di grandioso ci ricorda di questa immensa dignità e responsabilità.

Queste morti devono produrre qualcosa, un cambiamento. Anche se lo diciamo spesso, e tutto resta uguale. Dobbiamo restituire rigore e responsabilità alla cultura del turismo e della frequentazione della montagna. Esiste una sottocultura (creata da noi, popolo delle montagne) dell’accesso alle Alpi illimitato, per tutti, come fosse un luna park, che abbiamo in parte diffuso.  Ma lo sappiamo, di Alpi si muore, se non si ha rigore, se si corre verso la meta con rischio valanghe 4. Dobbiamo smetterla, questa sottocultura, che porta le persone a rischiare per niente, come accaduto ai due poveri giovani friulani. Perché questa mancanza di rigore e rispetto violenta le montagne, il nostro rapporto, la nostra intimità con esse e a volte porta alla morte.

Eppure il vento soffia ancora, accarezza le creste e i ghiacci. Ma nessuna parola saprà mai riportare alle compagne, ai figli, alle famiglie, il sapore della pelle e il sorriso di Alex, Diego, Luca ed Erwin. Chiedo scusa se anche le mie parole  sono in fondo soltanto simboli fragili.

Dalla rabbia, dal dolore:  l’intimità.

Lupi: potranno tornare anche da est?

Lupi: animali elusivi, plastici, emblematici. Come noto sono tornati nelle Alpi, ad ovest, tra Piemonte e Francia e alcuni individui hanno raggiunto anche la valle d’Aosta, la Lombardia e la Svizzera, dove ormai – secondo le ultimissime stime elvetiche – gli esemplari accertati sono dodici, ai quali si aggiungono altri 6-7 probabili.
E’ quindi verosimile dunque che tornino ad affacciarsi anche nella nostra regione, se Homo sapiens permetterà loro di spostarsi, non perseguitandoli e mitigando l’effetto delle tante barriere antropiche, come ferrovie, autostrade, recinzioni, che ne limitano i movimenti e che separano le varie popolazioni italiane ed europee.
Negli ultimi anni si è assistito a un movimento elettrizzante di alcune specie simbolo della biodiversità alpina: orsi, linci, lontre, gipeti. E i lupi? Alcuni mesi fa sono stati ritrovati i resti di un individuo di Canis lupus  morto in Trentino, al confine con l’Alto Adige, a Varena.  Le analisi genetiche effettuate su un dente dell’animale, hanno poi rivelato: non si tratta di un lupo italico. I risultati sono stati illustrati alcuni giorni fa a Trento, presso il Museo di Scienze, da Elena Fabbri, la genetista che le ha eseguite. Nessun dubbio: la popolazione italica di lupo ha un aplotipo (sequenza del dna) unico in Europa.
Potrebbe trattarsi quindi di un individuo proveniente dall’Europa dell’est, dalla Croazia come dalla Bulgaria, impossibile definirlo con precisione. Oltretutto resta aperta anche la possibilità che si tratti  di un esemplare fuggito dalla cattività. Finora si pensava soprattutto alla possibilità dell’arrivo dei lupi italiani da ovest, dopo la loro risalita dagli Appennini. Orme di lupo erano state trovate poi nel dicembre 2008 sul versante svizzero della Val Monastero, Cantone dei Grigioni, non distante dal confine altoatesino. Insomma: flebili segnali, solo questo, per ora.
Come per la lontra, in ogni caso lo scenario è duplice: dentro l’Italia e attraverso le Alpi.
I problemi di spostamento dei lupi sono tanti, come ha spiegato al Museo il ricercatore Josip Kusak, del Dipartimento di Veterinaria dell’Università di Zagabria.
“Sono troppe – ha detto – le barriere create dall’uomo, come le autostrade per esempio, che i lupi per adesso non riescono a superare facilmente, se non vi sono opere per l’attraversamento della fauna adeguate.”
Inoltre manca un piano unitario di gestione della specie. Kusak ha raccontato l’esperienza della Croazia : per legge considerati “nocivi” e quindi cacciati fino al 1994, a partire dal 1995 i lupi sono protetti e oggi si stima che in Croazia vi siano dai 160 a 220 lupi, divisi in circa 50 branchi.
La convivenza è possibile, ci racconta Kusak, che studia i lupi da molto tempo e li ha ammirati anche in Alaska, dove un maschio in dispersione giovanile si sposta anche di mille chilometri dal suo territorio nativo. In Europa sarebbe impensabile. L’uomo sta ovunque.
Il problema principale – risaputo – è la coesistenza di zootecnia e grandi predatori.
Dal 2005 la Croazia ha un Piano di Gestione della specie, che comprende ricerca sull’etologia della specie, divulgazione scientifica e sensibilizzazione, un team di intervento di emergenza (analogo a quello trentino per l’orso) per situazioni critiche, agevolazioni per ottimizzare le dimensioni degli allevamenti, per installare recinzioni elettrificate e acquistare cani da guardiania. Il piano sembra funzionare, garantendo la convivenza e la lenta ripresa della specie.
“La buona salute di una specie però significa avere l’ integrità della struttura demografica, una base di prede naturali, e sane reti ecologiche”, scriveva nel 2005 Luigi Boitani, uno dei massimi esperti italiani. Tracce di speranza, cercando un migliore rapporto con la vita selvatica, là fuori.

Maddalena Di Tolla Deflorian

Questo mio articolo è stato pubblicato su Alto Adige e Trentino nel novembre 2009. Si ringrazia l’editore

Mobilità, sfida alpina: verso i mondiali di sci 2013, Val di Fiemme

Articolo da  me scritto e pubblicato dal quotidiano Trentino in data lunedì 7 settembre. Si ringrazia l’editore

Mobilità e vivibilità sono ambiti problematici per le Alpi turistiche.
Se ne è parlato a Cavalese, sabato sera, con Marco Onida, Segretario della Convenzione delle Alpi, ospite della locale sezione Sat.
Onida ha presentato le indicazioni che la Convenzione offre agli amministratori, per affrontare il problema su scala regionale.
“Il nodo della mobilità -ha ricordato “ è una questione di organizzazione ma anche culturale. Si affronta al meglio attraverso la cooperazione fra enti, con accordi locali e sovraregionali e un lavoro di informazione e sensibilizzazione di cittadini e operatori.” L’analisi dei flussi di traffico mostra che il 72% del traffico alpino è interno. Il 20% dei flussi proviene dal turismo. “In tutti i paesi alpini più dell’80% degli spostamenti turistici avviene con l’auto privata, solo la Svizzera fa meglio (70% circa), infatti ha creato una mobilità alternativa bene organizzata.”
Proprio nello spirito della Convenzione delle Alpi, che fonda il successo delle azioni di governo del territorio sulla cooperazione fra enti, è stato sottoscritto recentemente per la Val di Fiemme un  innovativo protocollo d’intesa sugli obiettivi strategici per lo sviluppo del territorio verso la vivibilità. L’impegno è creare un “Distretto della vivibilità”, che persegua la mobilità sostenibile integrata, fortemente orientata al servizio pubblico, la produzione di energia da fonti rinnovabili e politiche di risparmio energetico e la promozione culturale e la formazione sul territorio, con particolare attenzione a creare le condizioni sociali e culturali per fermare i giovani nelle valli.
Enti firmatari sono Comuni, Comprensorio, Provincia, Magnifica Comunità , APT, Comitato organizzatore dei Mondiali di Sci 2013. Primo obiettivo concreto è avere infatti per i Mondiali la mobilità alternativa. Sono previsti trasporto urbano integrato con biciclette, bus, mezzi eco-compatibili e percorsi ciclo-pedonali sulla S.S. 48, liberata dal traffico nei paesi, grazie ai raccordi viari paesi-strada di fondovalle.
“Sarà anche un fattore di promozione: la qualità della vita è un ottimo argomento di attrazione” ha ricordato Bruno Felicetti, Direttore dell’APT.
La Provincia si è impegnata a completare per il 2012 le connessioni tra i paesi e la strada di fondovalle e a cofinanziare altre opere. Sono previsti parcheggi di attestamento all’ingresso dei paesi, isole pedonali, collegamenti a basso impatto con Passo Lavazè, Alpe di Pampeago, Bellamonte, Parco di Paneveggio e fra pista ciclabile e singoli paesi.
“Sembra davvero nello spirito della Convenzione” ha commentato il Segretario Onida, promettendo collaborazione. Inizia la sfida.

Commento esclusivo per il blog, non inserito nel pezzo pubblicato: La vera sfida della sostenibilità in Trentino Alto Adige è davvero nelle valli come Rendena, Fiemme e Fassa o nella valle dell’Adige, con i loro notevoli numeri di turisti, posti letto, spostamenti e impatti. Però dieci anni fa queste erano le proposte del movimento ambientalista, accusato di sbagliare. Se li avessero ascoltati, presi sul serio. Adesso i Comuni considerano la Convenzione delle Alpi uno strumento utilissimo. Il trattato  è fortemente ambientalista, ed è stato voluto soprattutto dalle associazioni e ancora oggi risulta troppo spesso trascurato dagli Stati. Nemo profeta per tempo….:-)

Dolomiti Unesco: spazio di opportunità

L’articolo sotto riportato è stato da me scritto a seguito della serata dedicata alle Dolomiti Patrimonio Unesco svoltasi a Madonna di Campiglio domenica 23 agosto. E’ stato pubblicato dal quotidiano Trentino martedì 25 agosto. Si ringrazia l’editore.

La versione che trovate qui è quella integrale, leggermente tagliata per ragioni di spazio nella pubblicazione sul giornale.

Dolomiti: un patrimonio naturale unico, arcipelago fossile, archetipo di bellezza naturale, da giugno fra le bellezze globali Unesco, con discussioni annesse, certo. Ma anche -forse soprattutto -Dolomiti come spazio di opportunità verso un futuro sostenibile e un diverso governo del territorio, che coinvolgerà per la prima volta le popolazioni di tre regioni (Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli) e cinque provincie, su un territorio di 231.00 ettari, fra “core zone” e aree cuscinetto, con culture, sistemi amministrativi e lingue diverse. Tedesco, italiano, ladino, friulano; autonomie e statuti ordinari.
Un complesso puzzle, affascinante sotto il profilo naturale e sotto quello socio-politico.
Una sfida, anche, di quelle che fanno tremare i polsi.
Così sono state rappresentate domenica sera le Dolomiti a Madonna di Campiglio, nel convegno “Le Dolomiti di Brenta. Patrimonio mondiale dell’Umanità”, nell’ambivalenza fra bellezza e leggibilità geologica e paesaggistica da un lato e prospettive economiche, politiche e di gestione dall’altro.
Tre le cifre di lettura proposte: i valori di questo patrimonio (paesaggio, geologia, estetica); il futuro del governo di questo prezioso territorio e infine l’antropologia alpina e le sue connessioni con le scelte degli usi (e abusi) del territorio stesso.
Governance era la parola d’ordine, lanciata per prima dalla Vice Sindaco di Pinzolo, Patrizia Ballardini e poi ripresa dall’Assessore provinciale all’Urbanistica Mauro Gilmozzi e da Annibale Salsa, antropologo e Presidente del CAI.
Salsa ha ricordato tanto il necessario equilibrio fra conservazione e infrastrutturazione (nel caso delle Dolomiti soprattutto turistica), quanto il rischio del disaccoppiamento tra turismo invernale e estivo. “Il turismo centrato sull’ inverno è pericoloso – ha detto Salsa – “Crea omologazione e un consumo eccessivo di territorio. Sappiamo che laddove prevale il turismo invernale abbiamo troppe seconde case. Meglio perseguire il modello sudtirolese, che ha saputo mantenere un buon rapporto fra alberghi e seconde case e la qualità del paesaggio e urbanistica.”
Sembra facile, una questione di regole. In Trentino esiste la legge Gilmozzi. “Attenzione, però – ammonisce – “è una questione di cultura, prima ancora che di norme e di pianificazione”.
Gli fa eco l’Assessore Gilmozzi, che è piaciuto nel suo intervento anche alla qualificata rappresentanza degli ambientalisti di Italia Nostra, Legambiente e Mountain Wilderness presente, rilanciando il ruolo della conoscenza e della scienza (in effetti le Dolomiti sono le montagne più studiate al mondo, con il Latermar a farla da re delle pubblicazioni) ma ha soprattutto indicato la strada della nascente Fondazione Dolomiti Patrimonio Unesco: “Le polemiche finiranno presto. Troveremo un buon accordo. Per noi la sede va bene anche a Belluno. L”importante è il futuro della governance, che ora dovrà vederci operare in sinergia, con un nuovo metodo e nuove prospettive di qualità del territorio e anche per il turismo”. Una promessa di sostenibilità.
Per l’Assessore il riconoscimento Unesco e la collaborazione nella Fondazione, sono un’ opportunità “per riportare al centro dell’agenda politica la montagna e governare il territorio dolomitico in modo più equo”.
Erano silenziosi gli ambientalisti, nessuna polemica. Pensavano però a una domanda “Come si lega il collegamento Pinzolo-Campiglio con questi ottimi propositi”?
Sarà che, come scrisse Goethe, “I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”.

Val Genova: una riflessione dopo gli attentati al Parco Adamello Brenta

Questa è la mia riflessione sulla situazione della mobilità in Val Genova e sul ruolo delle aree protette nelle Alpi, a seguito dei gravi fatti accaduti nei giorni scorsi in Val Genova. Nella notte fra giovedì 23 luglio e venerdì 24 luglio sono state date alle fiamme due casette del Parco in Val Genova, delle quali una è completamente bruciata. Inoltre è stato manomesso anche il trenino che svolge il servizio navetta nelal valle, mettendo anche a rischio le persone che vi viaggiavano. Casualmente lo stesso giorno uno dei rifugi storici della Val Genova, il Fontanabona, chiudeva per clamorosa protesta contro la mobilità sostenibile attuata dal Parco, che prevede la chiusura ad un certo punto della valle per gran parte della giornata, parcheggi di attestamento a pagamento e mobilità svolta da un trenino e da alcuni bus navetta.

Il mio articolo pubblicato dal quotidiano Trentino sabato 25 luglio 2009 – si ringrazia l’editore.

Uomini e Parchi: è questa una relazione ancora oggi complessa, che a volte innesca inevitabili conflitti.
E’ accaduto in questi giorni intorno al Parco Naturale Adamello Brenta: mentre l’Ente festeggiava l’avvio del GeoParco, una nuova iniziativa culturale che valorizza la geologia e che promette di portare anche nuovo turismo di qualit・ qualcuno, con un gesto isolato ed estraneo all’atteggiamento della maggioranza della popolazione, compiva due atti che sanno di vecchio, di anacronistico: l’incendio di due strutture del Parco e il sabotaggio del trenino per la mobilità in Val Genova.
Oltre ai fatti dolosi è stata inscenata, sempre in Val Genova, e del tutto casualmente in contemporanea, la protesta clamorosa di alcuni rifugisti, con la chiusura del locale in piena estate. Anche questa reazione al problema sembra anacronistica, considerato il clima di dialogo che oggi si vive dentro il Parco.
E’ utile allora ricostruire un quadro sul ruolo delle aree protette nelle Alpi, per dare una lettura generale a questi fatti di cronaca.

La Val Genova è una delle valli più spettacolari del Parco, e proprio per questo ha sofferto in passato eccessivamente del traffico motorizzato dei visitatori, quindi di un modello di fruizione del territorio che oggi non è più sostenibile.
E però la mobilità moderna e pubblica, che il Parco offre ai visitatori con i bus navetta, i parcheggi gestiti e il trenino, e che i visitatori dimostrano di gradire, pone dei limiti, come sempre accade quando si opera una gestione in qualunque settore, e per questo solleva anche le reazioni di contrasto di qualcuno.
Da una parte quindi abbiamo l’immagine vincente della conservazione della natura che diventa anche cultura e economia (le attivit・che il Parco propone stanno dentro un mercato del turismo culturale, in espansione), dall’altra ci viene suggerita l’immagine di un ipotetico conflitto tra le attivit・del Parco e le attivit・degli operatori economici.
Ma non esiste un conflitto reale fra economia e conservazione della natura: questo è chiaro da tempo. Come scrivevano gli autori del celebre libro “Uomini e Parchi” ancora negli anni ottanta, “un Parco è un luogo di attività e si deve constatare quindi l’identità fra pianificazione dell’Ente e pianificazione economico-sociale ed urbanistica del territorio”.
La questione specifica della mobilità in Val Genova riporta quindi all’attenzione il tema generale della pianificazione degli usi del territorio, che è centrale nelle politiche alpine.
Le Alpi mostrano da tempo la necessità di riposizionare la propria offerta turistica e la struttura economica in generale verso la sostenibilità, con minori impatti e maggiore qualità, e questo innanzitutto a favore dei residenti, il che ovviamente comporta dei vantaggi ma anche dei limiti.
Se le Alpi non si danno dei limiti e non sanno governare gli accessi, il territorio ne risulta frantumato e indebolito, non rafforzato come qualcuno vorrebbe fare intendere con questa protesta. Vediamo numerosi esempi di fallimento, soprattutto economici, di una politica incapace di governare i fenomeni di accesso e fruizione.
Il tema quindi è la collocazione sul mercato turistico della Val Genova e del territorio del Parco: vogliamo posizionarli nei mercati della qualità e della cultura o nei mercati del consumo e del ribasso? Detto questo, è chiaro che si devono attuare le eventuali correzioni necessarie alla programmazione.
Però è chiaro a molti che dalla qualità non si torna indietro, pena l’arretramento della collocazione economica del territorio e una conseguente peggiore qualità della vita per chi lo vive.
I fatti ripropongono quindi il tema del ruolo che oggi devono svolgere le aree protette, cioè fare conservazione attraverso la pianificazione delle attività e dell’economia.
Anzi, il vero tema è come riqualificare e riposizionare correttamente tutta l’economia turistica e tutti gli usi del territorio, dentro e fuori le aree protette, innescando quei processi virtuosi che rendono l’economia vantaggiosa e sostenibile al tempo stesso.

Maddalena Di Tolla Deflorian

L’eredità di Walter Micheli: un vuoto da colmare con visioni politiche

In questi giorni ricorre il primo anniversario della morte di Walter Micheli, ricordato anche attraverso l’uscita del libro “Passioni e sentieri”, a lui dedicato dalla casa editrice Il Margine. L’eredità morale, culturale, politica lasciata da Walter Micheli al Trentino ci impegna ad un’analisi: quanto oggi trova attuazione del suo disegno ideale e politico?Ricordiamo qui una sintesi della sua vita pubblica, densa di ruoli e impegni diversi nel sindacato, nelle associazioni, nelle istituzioni, nella vita culturale.

Micheli è stato consigliere regionale e provincialedal 1978 al 1993, vicepresidente della giunta Provinciale di Trento e assessore al territorio e all’ambiente dal 1085 al 1994. Ha firmato la prima legge provinciale sulle aree protette, ha dato vita ai biotopi e al secondo Piano Urbanistico Provinciale nel 1987. Dal 1969 consigliere comunale a Trento per nove anni, è stato segretario del PSI trentino dal 1976 al 1979. E’ stato sindacalista mella CGIL dal 1969 al 1976.

Uomo delle istituzioni ha lasciato il segno anche nella vita associativa, essendo tra i promotori delle esperienze di “Società aperta” e di “Costruire Comunità” e animando decine di incontri, dibattiti, documenti. Uomo di cultura, ha curato con Bruno Dorigatti il libro “Ugo Panza, il sindacalista”, edito nel 2006. Per la stessa casa editrice Il Margine ha pubblicato “Il socialismo nella storia del Trentino” nel 2006.

Per molti Walter Micheli ha rappresentato una geografia morale, per la sua integrità e coerenza, unite alla capacità di analisi, al confine tra culture politiche e ambiti diversi, con un’onestà intellettuale e una lucidità di lettura del contesto socio-politico che oggi ci mancano terribilmente.

Quanto duqnue è attuato della sua visione del territorio e della società? Partiamo dal suo ultimo discorso pubblico: nelle celebrazioni per il 25 aprile del 2008, Walter ricordava l’unità d’intenti che caratterizzò la politica del paese alla fine della seconda guerra mondiale. La invocava, ammoniva della sua necessità, sapendo che oggi il Trentino e ancora di più la Regione, come il Paese, soffrono invece di una dolorosa frammentazione degli intendimenti politici. Anzi la Regione sembra lasciata scivolare verso il nulla, mentre potrebbe esercitare funzioni importanti di indirizzo sulle politiche ambientali, economiche come sulle relazioni europee. Invece i due piccoli principi, ciascuno nel suo troppo piccolo feudo provinciale, esercitano il loro ruolo, senza la generosità di un vero leader.

Ma oggi Walter sarebbe preoccupato da una campagna per le elezioni europee priva di un senso forte di Europa, anche qui in Regione, senso d’Europa che per lui invece era uno dei fondamenti irrinunciabili di un’Autonomia che avrebbe voluto autorevole, capace di costruire politiche di respiro sovraregionale. E così la nostra Autonomia non è.

E così la nostra Autonomia non è. Sarebbe anche preoccupato dal vedere che lo scambio con il Veneto di Galan avviene nel contesto di una polemica al ribasso sia sulle competenze della nostra Autonomia che sulle politiche per la montagna.  Lui, autore di un PUP nel 1987 improntato al senso del limite, alla “misura” del territorio, al ruolo strategico delle Aree protette, chiederebbe maggiore integrazione nelle prassi amministrative ed economiche delle politiche per la sostenibilità ed una maggiore decisione per costituire nuovi Parchi, per avviare reti ecologiche e per responsabilizzare sulla base delle competenze i territori periferici, maggiore rigore nel governo del territorio e una partecipazione vera e di qualità per i cittadini. Walter avrebbe certamente manifestato disagio rispetto ai limiti mostrati dalla nostra Autonomia nel controllo del territorio, nei casi di Roncegno, Tenno, dell’ Europa Steel di Mezzolombardo. Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo le osservazioni, scritte insieme alle associazioni ambientaliste, rispetto al nuovo PUP, nelle quali richiamava con preoccupazione la devoluzione urbanistica verso le nascenti Comunità di Valle come un problema, sapendo che nelle valli il governo del territorio in questi anni è stato labile, fallace, replicando errori pesanti ed una eccessiva pressione speculativa, senza un disegno complessivo, spesso solo inseguendo varie istanze localistiche e privatistiche.  “Il tuo monito era che Autonomia significa innanzitutto responsabilità e partecipazione.” scrivevo un anno fa, per ricordarlo. Se penso a come sono stati gestiti male, nella relazione con i cittadini, casi come quelli del biodigestore di Lasino, dell’impianto per il compostaggio di Campiello o dei collegamenti sciistici della Pinzolo-Campiglio o in Folgaria, oggi come allora ritengo che questo monito resti inattuato.  Walter Micheli ha lasciato un’eredità politica da riempire di lucidità e sogni.

Maddalena Di Tolla Deflorian

articolo pubblicato sul quotidiano “Trentino” — 07 giugno 2009   pagina 11   sezione: CRONACA

Specie aliene: l’esempio di Caldonazzo e altre storie

La notizia: nel lago di Caldonazzo ci sono centinaia di tartarighe aliene (della specie non autoctona Pseudemys scripta, le tartarughe dalle orecchie rosse, cosidette), che stanno alterando l’equilibrio del lago. Vivono lungo le rive, prevalentemente nei canneti, ma si possono osservare in folti gruppi anche dalla ciclabile lungolago, dove la passerella è in legno. Sono abili nuotatrici, si cibano di pesci  come scardole e rodei, prolificano. La specie è nordamericana, all’acquisto è lunga tre-quattro centimetri, è molto facile da allevare, appassiona chi ama gli animali domestici, ma poi il suo carapace s’allunga fino a 28-30 centimetri, allora in casa non sta più, tra l’altro è molto vorace. «Le tartarughe gettate in acqua costituiscono uno dei più grandi problemi di gestione faunistica delle acque interne e non solo locali – spiega l’ittiologo Lorenzo Betti – quelle del lago di Caldonazzo sono immesse dall’uomo ed alterano gli equilibri, il problema c’è ed è notevole, crea danni evidenti». In pericolo ci sono anche le testuggini autoctone, e i pesci. «Entra in concorrenza con la testuggine nostrane di palude, la Emys orbicularis che è ormai a rischio di estinzione, ma la minaccia maggiore sta nelle malattie che introduce – continua l’esperto – Si nutre di uova, avanotti, ma soprattutto di pesce vivo. Si riproduce velocemente in quanto trova una nicchia ecologica libera per lei, ma è un elemento estraneo che altera gli equilibri naturali esistenti». Ma una soluzione al problema si potrebbe trovare. «Meglio creare spazi adatti – conclude Betti – dove possa vivere dall’inizio alla sua fine e se ciò non è possibile, paradossalmente è meglio sopprimere l’animale, piuttosto che rilasciarlo in ambiente naturale». Se la tartaruga dagli orecchi rossi preoccupa, non è certo l’unica specie esotica introdotta nel lago dall’uomo e sempre con forti conseguenze sull’equilibrio naturale. «Il pesce gatto è in pieno boom – segnala l’ittiologo – è una specie dannosa e pericolosa, c’è da una decina d’anni e negli ultimi due è presenza assidua e abbondante. Altro pesce immesso dall’uomo è il Rodeo (Rhodeus amarus) una quindicina d’anni fa; ora è tanto abbondante da essere terzo per numerosità solamente dopo la scardola ed il persico». Anche il coregone che tanto fa felici i pescatori non è autoctono, proviene dai laghi dell’Europa settentrionale ed è stato introdotto decine d’anni fa per motivi commerciali. Così pure la bottatrice, immessa negli anni Ottanta ed il persico-trota tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Talvolta in occasione di grandi semine di pesce bianco proveniente da altri luoghi. Insomma, anche il lago è diventato «multirazziale» (dal quotidiano L’Adige, 02 giugno 2009).

Il Commento: l’introduzione di specie animali e vegetali da altri ecosistemi è una delle principali cause di deterioramento dell’ambiente.  In ogni caso non dovrebbero esistere animali in cattività, men che meno di specie così poco affini all’uomo, al limite vanno bene cani e gatti, ma le tartarughe stanno bene libere.                                                                                                                                                                                                                      Allego un articolo da me scritto sulla questione a livello nazionale, pubblicato dal quotidiano Trentino il 4 febbraio 2009.

Trentino — 04 febbraio 2009   pagina 44   sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI

Nel panorama della crisi ecologica globale, si parla spesso della perdita di biodiversità e della sua principale ragione: la distruzione e compromissione degli habitat per azione diretta e indiretta dell’uomo.  Poco invece si parla di un altro fenomeno, di origine antropica anch’esso, che secondo gli esperti sarebbe la seconda ragione di crisi: l’invasione delle specie animali e vegetali aliene, esotiche, che causa gravi danni agli ecosistemi invasi.  Ne ha parlato recentemente a Trento, al Museo di Scienze naturali, Sandro Bertolino, ricercatore dell’Università di Torino (DIVAPREA Entomology & Zoology), nella prima conferenza del 2009 del ciclo “Incontri al Museo per parlare di fauna”. La relazione dell’esperto ha rimarcato un aspetto fondamentale, nella lettura della crisi ecologica, ricordando «che alla base dell’idea di biodiversità, così come l’ha divulgata E. O. Wilson, non vi è solo una lista numerica di specie – il che potrebbe far erroneamente pensare che l’arrivo di nuovi elementi sia un fatto positivo: l’idea di biodiversità è un concetto di quantità ma anche di relazioni e di complessità».  Bertolino ha citato poi un numero emblematico: circa il 30% delle specie estintesi nell’epoca moderna avrebbero subito tale sorte proprio a causa dell’invasione di specie aliene. Nel 1992, nel celebre libro “The diversity of Life-La diversità della vita”, il biologo Edward O. Wilson, padre della parola “biodiversità” e ricercatore universalmente stimato, scriveva una definizione, che ebbe uno straordinario successo.  «L’esito creativo della selezione naturale è l’abilità di assemblare nuove, complesse strutture e processi fisiologici, attraverso una pressione che agisce per mutazioni». La biodiversità, la diversità della vita, è la capacità dell’evoluzione di produrre incessantemente organismi viventi con abilità e adattamenti mutevoli, che interagiscono profondamente fra loro. Wilson proseguiva: «La diversità è la proprietà che rende possibile la resilienza della vita». Meno biodiversità significa quindi un ambiente con meno capacità di risposta allo stress, all’inquinamento, ai cambiamenti naturali e antropogenici. Ora: la biodiversità è avvenuta lentamente, in milioni di anni, senza la perturbazione diffusa geograficamente, rapida e persistente dello stile di vita recente di Homo sapiens.  Wilson auspica nei sui scritti: «Un’etica globale della Terra, non un’etica qualsiasi, ma basata sulla migliore comprensione di noi stessi e del mondo intorno, che la scienza e la tecnologia possano fornire».  Infatti, almeno secondo Wilson (ne “Il futuro della vita”), siamo «mammiferi intelligenti, preparati dall’evoluzione a perseguire obiettivi personali mediante la cooperazione». Forse, perchè, racconta Bertolino «Negli anni 70 il Portogallo con fondi europei cercò di difendere due specie di gamberi autoctoni, nello stesso tempo la Spagna introduceva altre specie alloctone, che giunsero in Portogallo, portandovi la peste del gambero». E però, le nostre conoscenze dei processi vitali sono ancora grezze, come illustra il caso dei batteri Prochlorococcus. Wilson afferma che siano gli organismi più numerosi del pianeta, responsabili di una gran parte della produzione organica dell’oceano. Però, fino al 1988 la scienza li ignorava. Giocare con la vita, insomma, può essere pericoloso.  Qualcuno ha giocato e continua a giocare, come risulta evidente dalle parole di Bertolino «Gran parte delle specie aliene si muovono attraverso la mediazione dell’uomo; traffici commerciali, legali e non, sempre più diffusi, complice anche una diffusa irresponsabilità e la mancanza di una strategia globale di risposta». In molti ambienti l’introduzione dall’esterno di predatori, competitori e parassiti determina il declino di specie native, talvolta anche la loro estinzione, ovvero un potente disequilibrio.  «Un esempio emblematico è quello dello scoiattolo grigio americano – ha spiegato Bertolino – che, (seppure simpaticissimo agli umani – ndr), in Piemonte e Lombardia, come già avvenuto in Inghilterra, mette a rischio la sopravvivenza dello scoiattolo comune (lo scoiattolo rosso)». Vi sono altri esempi: il visone americano (liberato dagli allevamenti ad opera degli animalisti) limita le popolazioni di prede; la nutria (arrivata anche in Trentino) altera la funzionalità delle zone umide, eliminando parte consistente della vegetazione, e può minare la tenuta di argini e canali artificiali, con danno per l’agricoltura e la sicurezza; l’asiatica vespa velutina, arrivata in Francia, preda le utilissime api europee, che non conoscono difese contro l’invasore. Tra gli invertebrati, numerosi gamberi alloctoni competono con i gamberi nativi e limitano fortemente molti invertebrati acquatici.  Queste sono alcune delle specie presenti in Italia; altre si stanno insediando o arriveranno. In conclusione, accanto alla tecnica necessaria per rispondere, torna l’etica globale. Perché spesso la risposta praticabile all’invasione di specie aliene, comporta l’uccisione, l’eliminazione fisica dell’invasore. Insomma, la violenza versus l’alterazione di un equilibrio. Non se ne esce facilmente, con una risposta tranquillizzante, in ogni modo si può agire solo tornando al principio di responsabilità, alla cooperazione delle idee e delle pratiche, da mammiferi intelligenti. Con la vita non si gioca, mai.

Maddalena Di Tolla Deflorian