Sentenza per la vicenda di Acciaierie di Borgo

BORGO. Mille euro a ciascun cittadino di Borgo costituitosi parte civile (sono 267), 40 mila euro al comune di Borgo e 10 mila al Wwf oltre a 57 mila euro di ammenda e al pagamento della perizia. Questo prevede l’ordinanza del giudice Carlo Ancona che ha ammesso all’oblazione le Acciaierie di Borgo. E che lascia la porta aperta ad eventuali cause civili. Il totale è di circa 470 mila euro (a fronte di una richiesta di 21 milioni) e chiude il capitolo su emissioni non autorizzate, getti pericolosi e messa in pericolo dei lavoratori.

La parola fine nell’udienza del 26 gennaio quando dovrebbe chiudersi la parte relativa ai falsi e alle violazioni infortunistiche (accuse anche queste mosse dalla pm Alessandra Liverani) per i quali è possibile che si sceglierà, per Leali e Spandre, il patteggiamento.

Ma veniamo all’ordinanza. Il giudice riconosce il danno non patrimoniale «intervenuto in ragione della perdurante sensazione di apprensione e di disagio fisico» ai cittadini di Borgo e il danno al Comune «sia perché soggetto esponenziale della relativa comunità sia per la spesa che si è dovuto accollare per la pulizia delle polveri». Ritenuta anche idonea la somma offerta (sempre dalle stesse Acciaierie) al Wwf. Riconosciuto anche l’accantonamento di 50 mila euro per l’eventuale bonifica del suolo agricolo limitrofo inquinato.

Non è stato invece ravvisato il danno per le parti civili che vivono vicino a Borgo o che a Borgo hanno i riferimenti di lavoro o di studio. Stessa cosa per la Comunità di valle, gli altri comuni della Valsugana e del Tesino e la Provincia. E poi il giudice scrive: «Tutte le patologie o i danni a cose che le parti hanno lamentato, in particolare il tema di potenziale effetto teratogeno degli inquinanti, di depositi sul suolo agricolo e di determinazione di decessi per forme tumorali, fanno riferimento necessariamente ad una esposizione a polveri inquinanti di lunga durata» mentre «il procedimento penale si occupa di precise responsabilità personali per condotte realizzate in un ambito di tempo altrettanto precisamente delimitato».

Ed è in questo passaggio che Ancona specifica che gli eventuali effetti dannosi per la salute umana provocati dalla protratta esposizione, dovranno esser presi in considerazione eventualmente in sede civile. Condizione necessaria per essere ammessi all’oblazione la verifica che i danni provocati dall’azienda – quelli eliminabili – fossero cessati. E il «controllo» era stato affidato al perito Angelo Borroni del Politecnico di Milano. La sua relazione è molto corposa e frutto di diversi sopralluoghi nello stabilimento e dà atto alle Acciaierie di aver effettuato, negli ultimi due anni, investimenti di grande dimensione per cui, scrive Ancona, «appare ragionevole confidare nel completamento di opere come muri di sigillazione e coperture di riparo che hanno bisogno di autorizzazione urbanistica, ma non rappresentano un impegno economico particolarmente oneroso».

È stato anche verificato il rispetto dei limiti di legge. E poi l’ultima sottolineatura: «Non è compito del giudice vigilare sulla correttezza urbanistica ed amministrativa della collocazione in una valle urbanizzata come la Valsugana di un’attività inevitabilmente inquinante qual è un’acciaieria, e neppure stabilire quale debba essere in astratto o in concreto il livello di tollerabilità delle emissioni, o se abbia rilievo a riguardo la loro diluizione nello spazio».

Orsi: bentornati senza false paure

Orsi oggetto di polemiche sterili e infondate, da parte di pochi che però sui giornali fanno rumore. Serve razionalità e profonda consapevolezza di cosa sia l’ecosistema. In realtà le poche rilevazioni esistenti mostrano che la maggioranza dei trentini gradisce il ritorno degli orsi nei nostri boschi.

Ecco una mia risposta a argomentazioni sbagliate, pubblicata dal quotidiano L’Adige a fine agosto 2010.

L’Adige di domenica 29 agosto pubblicava una lettera di Enrico Sisler, che sosteneva l’opportunità di ridurre il numero di orsi in Trentino, rimpatriandoli in Slovenia. La tesi era motivata con la presunta incompatibilità tra uomini e orsi nelle Alpi e con la presunta pericolosità degli orsi.

La lettera contiene innanzitutto un dato falso: per Sisler gli animali in libertà sarebbero 70. Invece il numero di orsi presenti in Trentino (Rapporto Orso della Provincia di Trento, dicembre 2009) è di minimo 25 individui, massimo 30.

Nel corso del 2010 sono accertate 4 cucciolate, è probabile però che vi siano state delle morti e che alcuni orsi si siano spostati. A fine anno avremo un dato preciso ma il numero non sarà molto diverso.

In ogni caso è impossibile arrivare ai 70 orsi inventati da Sisler: gli orsi non si moltiplicano per incanto!

La lettera paventa poi la pericolosità degli orsi. Un orso è certo un animale potenzialmente pericoloso per la sua mole ma quella di una aggressione ai danni dell’uomo è un’ ipotesi remota. Questi sono i dati di una ricerca su scala europea (sito PAT):
In Italia, nelle Alpi e negli Appennini, non sono documentate aggressioni deliberate nei confronti dell’ uomo negli ultimi 150 anni. (Aggiungo: dal 2000 non si registra alcun incidente con gli umani causato dagli orsi presenti in Trentino che spaziano tra Alto Adige, Veneto e altri stati). Uno studio scandinavo basato su numerose documentazioni e testimonianze, ha evidenziato che in Svezia l’ultima vittima di un attacco risale a più un centinaio di anni fa, un cacciatore di orsi attaccato da un individuo ferito. Tra il 1976 e 1995, ci sono stati 21 incontri, con 7 feriti: di questi, 6 erano situazioni di caccia e in un caso fu coinvolta una femmina con i piccoli. Ancora, nel 1998, si è registrato in Finlandia un incidente mortale occorso ad un uomo mentre faceva footing. Nel Progetto Scandinavo sull’Orso bruno, sono stati documentati negli ultimi 15 anni in Svezia (popolata da circa 2.000 orsi) 114 incontri, nella maggior parte dei quali l’animale è scomparso, senza attacco alcuno, appena percepita la presenza umana. In Russia, in uno studio specifico, sono stati documentati 704 incontri negli ultimi anni; nessuno di questi ha implicato aggressività o ferimenti. Un altro studio, in Austria, dove è stata realizzata una immissione di orsi sloveni, tra il 1989 e il 1996, ha registrato 516 casi di incontro, tra cui 5 “falsi attacchi”, ma senza alcuna conseguenza.” Insomma, è molto più pericoloso guidare in autostrada che muoversi nei boschi abitati dagli orsi!

Sisler sottolineava la natura carnivora dell’orso per solleticare le nostre paure. In realtà l’orso bruno è un animale onnivoro opportunista, con una tendenza alimentare vegetariana.

Il 64% della dieta degli orsi studiati in Trentino è fatta di vegetali, il 6% di carcasse, il 17% di insetti. Solo il 13% è composto da altro (dati PAT).

Le predazioni ai danni di animali da allevamento sono -rispetto al numero di orsi- poco numerose. E’ un fenomeno da tenere sotto controllo ma limitabile, grazie all’esperienza, usando cani da guardiania e adeguate recinzioni.

L’ ipotesi finale di Sisler , poi, di reimpatriare gli orsi in Slovenia è priva di senso. Gli orsi di provenienza slovena erano 10, alcuni sono morti, altri in cattività (Yurka). Gli altri (la maggior parte) sono animali nati liberi, in natura e in Italia, protetti da norme internazionali, pertanto la Slovenia non ha alcun obbligo di accoglierli e l’Italia non può dislocarli come oggetti.

L’orso è una specie importante, fa parte da sempre dell’ecosistema alpino e del suo complesso equilibrio e appartiene da sempre al nostro immaginario. Anche il turismo – fondamentale per noi- non può che beneficiare dell’immagine di un territorio ancora capace di ospitare e rispettare un animale così simbolico, che l’Europa cerca di tutelare insieme a tutta la biodiversità.

Lavorare per l’orso deve significare lavorare per tutto l’ambiente. La conservazione di questa specie è solo un pezzo del necessario riequilibrio degli usi del territorio nelle Alpi e i costi sostenuti per questo impegno sono il minimo che possiamo mettere in campo, a fronte di una situazione ambientale compromessa.

Ricci e pipistrelli: come aiutarli

Ecco un sito e un centro recupero fantastici!

Dalla parte dei piccoli ricci e dei piccoli e utilissimi chirotteri (alias i pipistrelli)

Seguite il link e leggete

http://www.sosricci.it

Se trovate un riccio ferito oppure cucciolo (intorno ai 100/120 grammi) o che vaga di giorno prendetelo (usate i guanti per non ferire voi e perdere lui in malo modo), mettetelo in una scatola con acqua da bere e una borsa di acqua calda per evitare ipotermia e:

In attesa, effettuare sempre il primo soccorso:

  • mettere il riccio in un scatola alta, all’interno di una stanza,
  • non lasciarlo in giardino o peggio al sole,
  • se neonato (e fino a g 100 circa) mettergli una borsa d’acqua calda accanto o in mancanza una bottiglia di acqua calda (rischio di iportermia anche in estate!)
  • non lasciare in natura, anche nel dubbio, esemplari piccoli, che vagano di giorno o sera,
  • se si evidenzia la presenza di zecche  mettere qualche goccia di olio di oliva sulla cute e rimuoverle successivamente, con una pinzetta; eventualmente mettere sul dorso una goccia di Frontline per gattini (anche in presenza di pulci o acari),
  • se si rilevano uova di mosca (puntini grigio-biancastri) o larve (vermiformi), lavare con una soluzione di Betadine (1 parte) e acqua (2 parti).

Cosa mangia un cucciolo appena soccorso?

Se il peso é inferiore a g 130 circa, somministrare solo Esbilac ® (non sempre facilmente reperibile: farmacie, negozi per animali tipo Pet Discount oppure tramite corriere direttamente dai distributori di prodotti Chifa): non esistono sostituti del latte simili a questo.
Non utilizzare altri tipi di latte (in particolare non latte vaccino, neppure diluito, non surrogati di latte per altri animali o latte per bambini).

In attesa di Esbilac, in emergenza, si può usare, per un tempo breve (max un paio di giorni) latte di capra (recuperabile in quasi tutti i supermercati), che però non fa crescere l’animale, ma almeno, non provoca, di norma, intolleranze.

Esbilac va somministrato secondo lo schema presente sul sito (vai) o sul libro “Il riccio – ci sono anch’io” (vai).

Il riccio con occhi ancora chiusi necessita, dopo ogni pasto, di un delicato massaggio perianale, con la punta di un dito inumidita da olio di oliva o di mandorle, per stimolare l’evacuazione fecale ed urinaria.

Agli animali con peso superiore a g 120 va aggiunto, alla dieta, A.D. ® (di Hill’s), ogni 3 ore, con piccole porzioni di frutta a pezzettini.

L’acqua fresca non deve mai mancare, per uno spiccato rischio di disidratazione.

Contattare sempre il proprio veterinario, in particolare quando l’animale presenti ferite o appaia disidratato (aspetto di sacchetto sgonfio) o malato (poco vitale, non si chiude, barcolla, lo si incontra durante il giorno, …).

Riabilitazione?

Il riccio può essere riabilitato alla vita selvatica verso i g 700: il reinserimento in natura comporta un notevole calo ponderale (l’animale passa da una condizione di totale assistenza alimentare ad una, in cui l’approvvigionamento di cibo è solo parziale e l’esemplare deve cominciare a procacciarsi il cibo in autonomia e seppure in un’area protetta, dovrà cavarsela con le proprie forze).

Va sverminato intorno ai g 500, con prodotti per gattini (es. Milbemax giallo ®: 1\4 di compressa, da ripetere dopo 20 giorni), inoltre, va trattato con un antiparassitario, cosparso sul dorso (usare prodotti per gattini!).

Va lasciato in luoghi con punti fissi di acqua, con una casetta-rifugio (che sarà libero o no di utilizzare), in cui posizionare per alcuni giorni del cibo per gattini, vicino a cespugli con fiori che attirino gli insetti (loro cibo prioritario).
Giova ripetere che il riccio europeo è un animale selvatico e che pertanto non può essere detenuto, come animale da compagnia, con mezzi coercitivi (recinti, box, …), ma nulla vieta di offrire acqua, cibo, rifugio, in punti strategici, che l’animale sceglierà, secondo il proprio istinto, di utilizzare o meno.

Attenzione!

Non toccare i nidi di ricci con prole!     >>> La mamma quasi sempre abbandona immediatamente la cucciolata, se viene disturbata. O peggio si può assistere ad episodi di cannibalismo, se i riccetti vengono toccati con le  mani.

Se si devono spostare cataste di legna o effettuare lavori in giardini, orti, stalle e fienili, accertarsi, per quanto possibile, se vi siano tane di riccio con cuccioli; in caso positivo é meglio rimandare i lavori successivamente allo svezzamento e anzi portare nei pressi del nido acqua e cibo (i piccoli muoiono spesso per disidratazione oltre che per fame, data la carenza di insetti).

Centri di recupero animali selvatici

Rivolgersi alla Polizia Provinciale, al Corpo Forestale dello Stato, al proprio veterinario per avere informazioni sulla presenza del centro di recupero più vicino; si fornisce il collegamento ad un elenco, non esaustivo, ma ampio, di diversi centri di soccorso per animali selvatici, in tutta Italia.


Numerose telefonate ed e-mail a SOS Ricci, riferiscono di informazioni avute “in giro“, dove si consiglia di rimettere in libertà i piccoli cuccioli di riccio, perchè, tanto, la natura li aiuterà a crescere e sopravvivere!
NON é così
: la sorte dei lattanti (sic!) e dei piccoli adolescenti, perchè sono incapaci di procurarsi cibo autonomamente, inoltre la loro immediata debilitazione li fa vittime della miasi (deposizione di uova di mosca, con successiva trasformazione in larve, che “divorano vivi” i piccoli!).


Nord Est e Autonomie

La notizia: Il neo governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia (ex Ministro dell’Agricoltura), ha lanciato nei giorni scorsi un appello al Trentino, all’Alto Adige e al Friuli  (due Provincie e una Regione autonome, seppure con una netta differenza di realizzazione dell’ Autonomia, che il Friuli deve ancora definire con Roma) per unirsi in una battaglia verso la realizzazione del federalismo fiscale e per competere uniti rispetto alle economie  di confine di Slovenia e Austria. Zaia ha evocato per questo il mito del Nord Est, motore produttivo del Paese.

La risposta della politica trentina e alto-atesina è stata fredda: il Presidente della Giunta provinciale di Bolzano Luis Durnwalder (del partito etnico di raccolta SVP) ha ricordato che l’Alto Adige ha già siglato un accordo sul federalismo e sulla futura gestione dell’Autonomia con il Governo. Lo stesso ha ricordato il Vice Presidente della Giunta Provinciale di Trento Alberto Pacher (ex Sindaco di Trento, del Partito Democratico) per il Trentino. Infine il Presidente del Consiglio Provinciale Giovanni Kessler, del Partito Democratico, ha espressamente detto che il Nord- Est è un mito superato. Semmai  – ha ricordato l’esponente democratico – il Trentino guarda a Bolzano e Innsbruck.

I politici leghisti locali (a partire dal Segretario del Carroccio trentino Fugatti) si sono subito entusiasmati , affrettandosi però a rassicurare sul fatto che la Lega al potere nel Nord non mette a rischio l’Autonomia trentina. L’Autonomia infatti costituisce in Trentino (quanto in Alto Adige) un tema delicatissimo.

Lo stesso Assessore provinciale alla Sanità, Ugo Rossi, del Partito Autonomista PATT, ha tagliato corto rispetto alle proposte di Zaia ricordando che il Trentino ha un naturale sguardo a Nord, più che ad est.

Il commento: Luca Zaia cerca nella direzione sbagliata e guarda il problema sbagliato. Le Autonomie del Nord est geografico (che non corrisponde in alcun modo ad un possibile Nord est geo-politico) italiano sono Autonomie di montagna. Friuli, Alto Adige, Trentino sono terre di montagna. Il Veneto invece è terra di pianura, di mare e in parte di montagna e non ha una politica per la montagna, come denunciato da tempo dal mondo della cultura e delle associazioni.

Le Autonomie del Nord est possono insegnare alcune cose significative al Veneto sul governo dei territori di montagna. Al tempo stesso l’Autonomia di Trentino e Alto Adige mostra le difficoltà e alcune soluzioni del decentramento. La recente riforma istituzionale trentina, con la difficoltosa creazione delle Comunità di Valle e la devoluzione dell’urbanistica all’ambito di valle e comunale, mostra da un lato gli elementi di vulnerabilità reale del decentramento e dall’altro le difficoltà politiche e sociali nel realizzarlo nei fatti.A ben guardare il Trentino oggi costituisce un esempio illuminante di come non si possa banalizzare o mitizzare la devoluzione e il federalismo. Si tratta di percorsi complessi.

Il problema a cui guarda Zaia è poi quello sbagliato: l’Autonomia non è tanto una risposta strutturale alle sfide economiche (può essere anche quello) ma è soprattutto un’architettura istituzionale, che richiede responsabilizzazione delle periferie, qualità amministrativa decentrata,  un elevato senso civico e spirito di partecipazione dei cittadini.

Kessler – Dellai: il ruolo del Consiglio provinciale.

La notizia: Negli ultimi mesi assistiamo ad un apparente conflitto tra il Presidente della Giunta provinciale Lorenzo Dellai e il Presidente del Consiglio provinciale, Giovanni Kessler. I giornali (soprattutto l’Adige) rappresentano la vicenda come un conflitto di carattere personale intorno al potere.

Il mio commento: I due personaggi hanno caratteri decisi e sicuramente anche a Giovanni Kessler non dispiace (legittimo) l’idea di diventare in futuro Presidente della Giunta. In futuro il Trentino avrà bisogno di un autorevole Presidente della Giunta, che sia anche persona di carattere ma che ami più di Lorenzo Dellai il confronto e la partecipazione. In ogni caso la questione che pone sin dall’inizio del suo mandato il Presidente del Consiglio provinciale, Giovanni Kessler, è di vitale importanza.

Molti pensano che la Giunta provinciale abbia troppo potere e che lo abbia usato male con le Giunte di Dellai.  Troppo spesso decisioni importanti sono state imposte a tutti, usando il potere e non il confronto. Però pochi hanno il coraggio di dirlo apertamente e di lavorare direttamente per riportare il Consiglio provinciale al centro del potere politico. La Giunta dovrebbe essere uno strumento di governo mentre in Consiglio dovrebbe avvenire una trasparente discussione delle regole e dei principi, sulla cui base esercitare il governo.

Ho così intervistato Giovanni Kessler.

Presidente, ci spiega cosa sta succedendo tra le due massime cariche politiche provinciali, tra lei Presidente del Consiglio e Lorenzo Dellai, Presidente della Giunta Provinciale? È uno scontro sul potere personale (come scrivono i giornali) oppure un confronto, seppure duro, sul ruolo del Consiglio Provinciale e quello della Giunta provinciale?

Qualcuno, anche sui giornali, parla di “guerra Kessler -Dellai”. Devo subito dire che non mi riconosco in u’immagine di guerra. Non ho mai espresso critiche alla persona, né ho mai messo in discussione il ruolo o le funzioni del mio interlocutore. Non cerco pretesti per criticare e sono ben consapevole che i miei interventi pubblici hanno sulla stampa un rilievo (e a volte un’enfatizzazione) superiore a quello riservato ad altri esponenti politici. Detto questo le mie critiche si sono appuntate su specifiche scelte del presidente, quando assunte in maniera solitaria ed ignorando il ruolo del Consiglio. E così continuerò a fare, senza farmi zittire, né da minacce, né da opportunismi. Alcuni hanno spiegato il mio atteggiamento critico come una manovra per divenire il prossimo presidente della provincia. Trovo quest’interpretazione davvero singolare, incomprensibile. Un dibattito fuorviante che sposta l’attenzione dalle vere questioni in campo: ovvero la qualità della nostra democrazia.

Lei ritiene che in questi ultimi anni la Giunta provinciale abbia avuto troppo potere, come per esempio dicono spesso le associazioni ambientaliste?

Credo che quando un Presidente di provincia e una Giunta ricevano un chiaro mandato dagli elettori sia per loro un dovere assumere le responsabilità di governo che, evidentemente, hanno anche delle forti componenti decisionali. Proprio per questo è importante che l’esercizio di governo sia bilanciato da un Consiglio che rappresenta tutte le forze politiche. È questo il luogo vero in cui ci si confronta e si possono ascoltare tutti i punti di vista. È il luogo della mediazione per eccellenza. Ed è anche il luogo delle decisioni.

Cosa dovrebbe e potrebbe cambiare in pratica?

Occorre riportare il Consiglio al centro del confronto e delle scelte politiche, soprattutto quando queste riguardano temi d’interesse generale. Certo questo è molto più faticoso che prendere le scelte entro i quattro muri di una Giunta. Ma la democrazia, come ci hanno ampiamente insegnato i padri fondatori della Repubblica italiana, costa fatica. La fatica della libertà.