Legambiente: solidarietà a Roberto Saviano, anche la mia

Comunicati stampa

16/10/2009 12:53 Scorta per Roberto Saviano

Legambiente: “Solidarietà e sostegno allo scrittore di Gomorra”

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza a Roberto Saviano, vittima di un attacco becero e inopportuno. Gli siamo grati per quanto ha fatto e continua a fare, per aver sacrificato la sua vita, una vita normale alla lotta alle ecomafie”.

Così Legambiente ha espresso il suo sostegno all’autore di Gomorra, in seguito alle dichiarazioni del capo della squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, che ha messo in dubbio la reale necessità dell’assegnazione della scorta per Saviano.

“Legambiente ha avuto modo di verificare l’importanza del lavoro di Saviano per combattere la camorra e far crescere nell’opinione pubblica lo sdegno nei confronti della mafia – ha dichiarato Sebastiano Venneri, vicepresidente nazionale di Legambiente. Esprimiamo, pertanto, a lui tutto il nostro sostegno e affetto, affinché non sia lasciato solo nella denuncia quotidiana della criminalità organizzata”.

Sottoscrivo. Questo paese ha bisogno di Roberto Saviano e Roberto Saviano ha bisogno di tutti noi, ha diritto di avere la nostra riconoscenza. Saviano denuncia in modo adeguato la mafia. Lo fa con arte, oltretutto. In questo Paese è considerato giusto da troppi che dei ragazzotti viziati prendano un sacco di soldi per fare i calciatori o che donnine guadagnino un mucchio di denaro per fare le veline o le show girl. Se uno invece denuncia la mafia e per  questo ottiene  anche la fama (triste fama) , ci sono persone che vorrebbero danneggiarlo. Pazzesco. Un paese alla rovescia. GRAZIE ROBERTO SAVIANO. HA DIRITTO ALLA SCORTA, DELLA QUALE FAREBBE A MENO, SE SOLO POTESSE VIVERE SENZA PERICOLO.

Iran “Etekaf”, lo sciopero islamico contro il regime

Questa testimonianza è toccante e ci impegna a vivere nella pienezza i nostri giorni di uomini liberi, qui in Italia e in Europa. Cerchiamo di portare qualcosa di verde e di continuare a parlare di Iran, questi giovani che danno e rischiano la vita, la tortura, il lavoro meritano che noi siamo uomini degni della nostra libertà.  Dall’inizio di questa tragedia iraniana, mi sento più sorella di prima di tutti gli uomini e soprattutto delle donne islamiche che vivono nel mondo e nel nostro paese. Vedo un velo e sorrido: mi sento così uguale a loro ! In fondo, ovunque, da sempre, tutti cerchiamo di essere liberi.  Piange il cuore a pensare all’Iran privato della libertà con la violenza ma sorride  anche l cuore perché attraverso questo dolore, che non avremmo voluto sopportare, aumenta la vicinanza con altri popoli e altre culture. Che il mondo sia verde, come la rivoluzione dei giovani iraniani :-)

Scriveva Etty Hillesum (ebrea olandese,  per scelta deportata ad Auschwitz, attenta osservatrice del proprio terribile tempo): Si vorrebbe essere balsamo per molte ferite. (Maddalena Di Tolla Deflorian)

dalla pagina web http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/esteri/iran-fatemeh/fatemeh-karimi-4/fatemeh-karimi-4.html

Fatemeh Karimi è una studentessa iraniana che, come tanti altri, sta vivendo questi giorni di paura, rabbia ed emozioni. Giorno per giorno, riferisce sul nostro sito quello che vede e sente, quello che vedono e sentono i suoi amici. Fatemeh scrive anche sul sito “AgendaComunicazione.it” che da tempo si occupa dei temi dell’informazione e che dà molta attenzione alla vicenda iraniana.

TEHERAN – Non è facile fare uscire questi pensieri e queste notizie, non è facile nemmeno comunicare tra noi. Non è opportuno uscire di casa: ci sono guardie armate ovunque. Si cerca chiunque abbia anche solo l’aspetto di essere potenzialmente un nemico del regime. Il rischio è di essere coinvolti in sparatorie o pestaggi. Bisogna stare attenti a tenere in mano il proprio telefonino oppure una macchina fotografica.

Lo sciopero islamico. Ieri, dopo la pubblicazione nel web del nono comunicato del nostro Presidente Mira Hossein Mousavi, tra gli amici rincuorati, è iniziato il dibattito – di persona e attraverso i blog – sul programma dei prossimi giorni.

Mi sono esaltata sia per il comunicato sia per le affermazioni di sdegno dell’ex presidente Mohhamad Khatami. Ci hanno dato nuove speranze e nuove energie per continuare nonostante tutte le repressioni e le brutalità che stanno compiendo in questi giorni di sangue.

Alla fine, vista la difficoltà di manifestare per le strade, si è deciso di organizzare, l’Etekaf, lo sciopero verde islamico, in tutto l’Iran nei giorni consentiti dalla legge islamica dal 15 al 17 Tir, secondo il calendario persiano e dal 13 al 15 del mese di Rajab per quello arabo (dal 6 all’8 luglio per il vostro). “Ogni azione non deve essere contro le leggi islamiche”: questo dobbiamo ricordarci. Quindi i giorni consentiti per lo sciopero sono gli ultimi dieci del mese del Ramadan e quelli “bianchi” del mese di Rajab: così non infrangiamo né il diritto Coranico né le leggi della Repubblica .

Dunque la protesta va avanti con le manifestazioni indette per giovedì 2 (oggi) e 9 luglio. Cosa faremo? Oltre a gridare “Allaho Akbar” tutte le sere dai tetti delle case, scriveremo sulle banconote, ritireremo i soldi e chiuderemo i nostri conti nelle banche statali, inoltre continueremo il boicottaggio dei prodotti pubblicizzati dalle Tv di stato.

Lo “sciopero islamico” si attua con precise modalità. Anche perché, così, non può essere vietato. I partecipanti devono fermarsi dalle loro attività quotidiane e quindi non vanno a lavorare. L’Etekaf deve avere dietro un pensiero (fioretto) preciso, con un fine predeterminato. Gli scioperanti si recano nelle moschee che diventano, così, il centro dello sciopero. In questo caso il comunicato raccomanda di andare al Mausoleo dell’Imam Khomeini, oltre che in tutte le altre moschee del Paese.

L’Etekaf non deve durare meno di tre giorni e i partecipanti non devono lasciare la propria postazione nella moschea scelta: si può anche partecipare restando a casa. L’importante è astenersi dalle attività e pensare all’obiettivo dello sciopero.

I partecipanti devono inoltre digiunare durante i tre giorni come nel mese di Ramadan, perciò non si deve bere e mangiare dall’alba al tramonto.

Questa è stata una grande idea secondo me, molto intelligente, visto che ci consente di protestare legalmente, rimanendo in quel “rispetto delle regole” più volte affermato dal nostro Presidente Mir Hossein Mousavi.

Picchiato perché aveva la macchina fotografica. Un mio caro amico, assieme ad altri suoi amici, stava passeggiando e aveva una piccola macchina fotografica in mano: non stava scattando, non stava facendo niente. Senza alcun motivo, un gruppo di poliziotti, lui non ricorda bene chi fossero, li ha inseguiti: gli altri sono riusciti a scappare, ma lui è stato preso. Lo hanno massacrato di botte. In qualche modo è arrivato in ospedale, gli hanno fatto una Tac al cranio. Ha la schiena distrutta dalle manganellate, ma quando l’ho chiamato mi ha detto che continuerà a partecipare alle manifestazioni e che con questo non l’hanno intimidito.

Mi piange il cuore e mi chiedo il perché: non siamo giovani anche noi? Perché non abbiamo il diritto di un’esistenza normale come tanti altri? Questa non è vita, ormai qualcosa si è spezzato per sempre, non riusciranno più a farci stare buoni come vogliono loro.

In qualsiasi modo inventandoci forme di protesta continueremo la nostra protesta pacifica. Da ieri si possono utilizzare nuovamente gli sms: hanno levato il filtro, ma noi non vogliamo più usarli per creare un danno economico al governo; ma sul web qualcuno ha proposto invece di utilizzarli per una nuova forma di protesta: su questo ho scritto un nuovo articolo per l’Agenda News

Centro di documentazione ambientale di Italia Nostra

La notizia:  “Italia Nostra” di Trento ha inaugurato recentemente, nella sede di via Oss Mazzurana n. 54, il proprio rinnovato Archivio. Il fondo è costituito da materiale storico riguardante la lunga attività di salvaguardia dell’ambiente e le battaglie riconducibili al periodo tra il 1963 ed il 2003. Vi si trovano documenti, registri, lettere, fotografie e cartoline, fascicoli, riviste, e altro materiale di varia origine, ora archiviati secondo criteri di archiviazione scientifici.

Il lavoro di archiviazione è stato condotto dai due archivisti Mirko Saltori e Nicola Zini, coordinati da Salvatore Ferrari, vicepresidente dell’associazione ed esperto di Beni Culturali.  L’accesso al Fondo sarà gratuito. I lavori sono stati possibili grazie ad un contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, da sempre attenta alla realtà culturale del teritorio, e ad alcune donazioni di privati ed associazioni ambientaliste, fra le quali Legambiente, che peraltro con Italia Nostra condivide la bella sede di recente ristrutturata anch’essa nel centro storico di Trento.

In futuro è intenzione degli organizzatori proporre incontri di approfondimento per studenti che attraverso l’archivio possano documentarsi, ma esso sarà a disposizione di tutti coloro che vorranno approfondire le tematiche ambientali in Trentino. Parte del materiale raccolto nella saletta “ad hoc” costituisce il “Centro di Documentazione Ambientale”, intitolato ad Alberto Agostini, protagonista della sezione trentina.

Tra i numerosi documenti raccolti e inventariati vi è inoltre una sezione definibile come più “istituzionale”, composta da verbali, statuti, corrispondenza, regolamenti, bilanci; è possibile inoltre “spulciare” la documentazione sulla gestione dei Parchi naturali. Nelle teche gli argomenti di interesse sono rintracciabili per comprensorio, per argomento, oppure per ordine cronologico.

Commento: Questa è davvero una bella notizia! Le associazioni ambientaliste hanno dato e continuano a dare un contributo importantissimo di civiltà e di cultura, oltre che di mobilitazione sociale e politica, al Paese e al Trentino pure. La memoria storica delle associazioni come Italia Nostra (e come la mia Legambiente) è irrinunciabile, è un bene comune. Preservarla e diffonderla è un fatto importante e utile, per tutti. L’uso della memoria, in fondo, attiene agi usi civici:-). Conosco personalmente le persone che hanno curato negli anni l’Archivio e i dirigenti di Italia  Nostra: fidatevi, si tratta di materiale utile e interessante.

La sede: Italia Nostra con il suo Archivio si trova a Trento, in centro storico, in via Oss Mazzurana, nr. 54 – Condivide la bella sede con Legambiente, Nettare(Educazione Ambientale, Progetti per la sostenibilità), INU ( Istituto Nazionale di Urbanistica).

Incroci: relazioni opache del potere trentino, atto 1

La notizia: Riporto in basso (sotto il mio commento) la rubrica INCROCI di Guido Pasqualini, pubblicata ( 21 dicembre 2008) sul quotidiano L’Adige.

Commento: La rubrica è utile e sagace, svolge bene il ruolo della stampa locale: informare i cittadini delle relazioni e appunto degli incroci (per i più non conosciuti e forse insospettabili) del potere locale. Il Trentino è sempre più caratterizzato da un potere politico e economico senza controlli, senza inibizioni, autoreferenziale e autarchico. Questo modo di considerare il potere viene sovente chiamato dai potenti nostrani “Autonomia” e il mani libere è stato ribattezzato finemente “prerogative dell’ Autonomia”. Però l’Autonomia è cosa ben diversa e molto più nobile e complessa di questo giochetto al ribasso tra pochi e per pochi. Gli effetti si vedono: prima l’indagine Giano Bifronte che coinvolge importanti imprenditori e politici, poi il caso della discarica di Monte Zaccon, che evidenzia da una parte l’inadeguatezza dei controlli e delle strutture,  dall’ altra l’insofferenza della politica per il funzionamento corretto del bilanciamento dei poteri, come quello della magistratura, infine il fastidio del Presidente Dellai verso qualsiasi forma di critica e verifica esterna o interna. E’ tutto molto pericoloso e -sembra- in peggioramento. Il Principe è sempre più tale. La cittadinanza si trasforma sempre più in sudditanza e l’economia in vassallaggio. Certo, è una dorata prigionia, pur sempre prigionia però.

Dal sito web del quotidiano L’Adige (21 dicembre 2008) di Guido Pasqualini: INCROCI/1. È incredibile la capacità di rimozione della memoria. Tre mesi fa, con cinque arresti, scoppiò l’inchiesta sugli appalti pubblici. Il presidente dell’Autobrennero Silvano Grisenti – sotto inchiesta per turbativa d’asta, corruzione aggravata, abuso d’ufficio e truffa – fu giustamente indotto a dimettersi dall’incarico. Tre mesi dopo il coordinatore regionale di Forza Italia Mario Malossini, coinvolto nella stessa inchiesta con l’accusa di corruzione e finanziamento illecito ai partiti, si vede riconfermare il contratto di collaborazione e diventa addirittura «consulente unico» della Fierecongressi di Riva, società a partecipazione pubblica il cui capitale è detenuto per il 43% da Garda Trentino Sviluppo, compagine di privati, e per il 57% dalla Lido di Riva, spa controllata dal Comune omonimo. Ma chi è il presidente della Lido? Il segretario provinciale dell’Upt, il «signor Marco Tanas» come ebbe ad appellarlo lo stesso Grisenti. INCROCI/2. Arriva in udienza preliminare l’inchiesta sulla sottrazione di fondi destinati alla campagna elettorale 2003 del presidente Lorenzo Dellai e si scopre, almeno stando al capo d’imputazione, che erano 234.303 e non 40 mila gli euro sottratti dall’allora tesoriere della Margherita Lorenzo Vicentini. Quei soldi sarebbero spariti da quattro conti correnti intestati allo stesso Dellai e ad Alessandro Dalla Torre, all’epoca braccio destro del presidente. Quel fatto non venne nemmeno denunciato da Dellai, che per il momento non si è costituito parte civile nel processo penale. Ed è curioso osservare come il 21 ottobre 2000, quando alla presenza dello stesso Dellai Mario Malossini venne chiamato a guidare la Compagnia delle Opere in Trentino, nella direzione entrò un tal Lorenzo Vicentini. INCROCI/3. Gira e e rigira si torna ancora all’inchiesta sugli appalti. Vi è coinvolto, con l’accusa di corruzione aggravata, anche Stefano Oberosler, imprenditore vicino a Silvano Grisenti. Al suo gruppo edile fa capo la Brennero 2005 Srl, proprietaria dell’area ex Star Oil di via Brennero salita alla ribalta per un’altra inchiesta aperta dalla procura della Repubblica, quella sulla gestione della discarica del monte Zaccon a Roncegno. Dalle indagini è emerso che i terreni inquinati di via Brennero sarebbero stati conferiti in modo improprio nella discarica diretta da Simone Gosetti, uno dei cinque arrestati per l’inchiesta sui rifiuti. Piccolo particolare: della Brennero 2005 Srl Gosetti è consigliere delegato. INCROCI/4. Ci sono frasi, fatti e tempi che, messi in fila, fanno pensare. 30 ottobre 2008: Mario Marangoni organizza una cena ad Acquaviva per sostenere la candidatura di Alessandro Olivi alle provinciali: «Su Olivi – dichiara – puntiamo molto, come imprenditori, perché ha dimostrato capacità amministrativa ed è un nome spendibile per Rovereto e tutta la Vallagarina». 24 novembre 2008: Alessandro Olivi viene nominato assessore provinciale all’industria. 15 dicembre 2008: la Marangoni Pneumatici annuncia il licenziamento di 70 dipendenti. 17 dicembre 2008: «La Provincia – dichiara l’assessore – garantirà ogni sostegno alla Marangoni affinché il suo riposizionamento strategico sul mercato sia tale da ridurre al massimo il ricorso alla riduzione degli organici». Il cerchio si è chiuso.

Scarpe a Bush: cosa racconta quel gesto

La notizia: Muntazar al Zeiha giornalistairaqè un giornalista di 28 anni. Viva  a Baghdad, lavora per la tv irachena  Al Baghdadia. Il 15 dicembre ha lanciato le sue scarpe contro il Presidente uscente degli Stati Uniti George Bush, durante una conferenza stampa, svoltasi in occasione di una visita ufficiale, l’ultima di Bush, in Iraq. Bush ha schivato il lancio, è rimasto poi con un sorriso sospeso di fronte al fatto, non ha chiesto al giornalista di discutere del suo gesto, non ha chiesto che si evitasse il suo fermo. Il giovane giornalista è stato immediatamente immobilizzato a terra – come si vede dalle immagini diffuse in internet  (Repubblica TV Speciale Iraq dicembre 2008)- dalle forze di sicurezza irachene e statunitensi presenti in sala. Nelle immagini si sentono grida soffocate del giovane a terra, si percepisce  il rumore sordo di apparenti colpi  ma non si vede cosa stia accadendo all’arrestato. Il parlato delle immagini è in arabo, tuttavia una parola si capisce bene ed è “camera, camera”, pronunciata più volte dagli uomini della security irachena. Guardando le immagini, si nota che gli uomini che dicono ripetutamente “Camera, camera” alzano le mani, coprono con i loro corpi la vista dell’uomo a terra, impediscono di fatto le riprese, chiedono con quel “Camera, camera” che i giornalisti non riprendano cosa sta accadendo. Di fatto i cameramen presenti non riprendono l’uomo a  terra.

Il 31 dicembre dovrebbe avere inizio il processo contro l’uomo (che pare aver chiesto scusa al Premier dell’Iraq, Maliki), e che rimane ora imprigionato in carcere. Il Giudice avrebbe negato la libertà su cauzione. Notizie del 17 dicembre dicono che il Giudice che aveva convocato una prima udienza, ne avrebbe spostato invece la data di alcuni giorni, perché l’imputato non sarebbe presentabile. Il fratello,  la famiglia di al Zeiha e il suo avvocato, infatti dicono che l’uomo sarebbe stato pestato a sangue e dunque ipotizzano che la scelta del Giudice di non farlo comparire sarebbe di opportunità. Ipotizzano infatti che se gli iracheni vedessero come è stato conciato l’imputato, – per molti divenuto un eroe dell’ antiamericanismo iracheno, con duecento avvocati dichiaratisi pronti a difenderlo e varie manifestazioni di piazza a suo favore-,  ci potrebbe essere una sollevazione popolare. L’uomo rischia per la legge irachena dai cinque ai 15 anni di carcere, è stato imputato di “aggressione contro Capo di Stato in visita ufficiale”.

Commento: Il Presidente della più grande e potente democrazia del mondo, dopo aver distrutto il paese di quel giovane con una guerra fallimentare, motivata con una manifesta bugia (armi di distruzione di massa e presidi terroristici, inesistenti allora in Iraq) , dopo aver lasciato devastare le risorse economiche e sociali del paese, di fronte ad un insulto grave ma che dovrebbe far riflettere, da parte di un uomo inerme, che con un gesto plateale di protesta ha sollevato un enorme problema, rischiando in proprio,  sorride come un beota mentre  questo accade, sapendo che le garanzie dei diritti degli imputati e dei carcerati in quel paese sono deboli. Lo sono anche nel suo paese e nella sua giurisdizione, del resto, per sua stessa volontà, come abbiamo appreso da Guantanamo e Abu Ghraib. Bush avrebbe dovuto chiedere subito un pubblico confronto con il giovane (da ospite non gli sarebbe stato negato), cercare di capirne le ragioni, cercare di uscire da questa figuraccia come un uomo forte e giusto, che dialoga con i propri avversari, e soprattutto scoraggiare del tutto il suo arresto immediato, chiedere di andare a visitarlo in carcere, per evitare le botte, le persecuzioni, un processo surreale e pericoloso per l’uomo. Bush avrebbe dovuto mettere subito a disposizione del giovane giornalista la stampa straniera, altro che lasciare che lo arrestassero!

Successiva notizia: Il 15 dicembre il New York Times ha pubblicato stralci della bozza ufficiosa di un rapporto  federale sugli esiti della guerra in Iraq e soprattutto della cosidetta ricostruzione. Sintesi del rapporto: la guerra è fallita, la ricostruzione è fallita, l’Iraq oggi è impoverito, ingovernato e ingovernabile, insicuro, corrotto, diviso tra fazioni, debole nelle relazioni internazionali, soprattutto ai propri confini, preda delle speculazioni innanzitutto degli affaristi statunitensi, permeabile al terrorismo (ora si).

Allego l’ articolo a questo dedicato da Repubblica:

BAGDAD – Un rapporto federale di 513 pagine ripercorre la storia della ricostruzione in Iraq. E mette in luce il fatto che il piano iniziale era pieno di difetti già prima dell’ invasione. Gli organizzatori del Pentagono, infatti, erano ostili all’ idea di ricostruire un paese straniero e hanno trasformato i loro progetti in un fallimento da 100 miliardi di dollari, per colpa della burocrazia, dell’ escalation della violenza e dell’ abissale ignoranza della società e delle infrastrutture irachene. “Hard Lessons: The Iraq Reconstruction Experience” (Lezioni amare, l’ esperienza della ricostruzione dell’ Iraq) è il primo resoconto ufficiale, ancora in bozze, di questo fallimento. Una delle conclusioni del rapporto è che quando la ricostruzione iniziò a essere in ritardo rispetto alla tabella di marcia – specialmente nel settore cruciale della formazione di una polizia e un esercito iracheni – il Pentagono si limitò a sbandierare dati gonfiati ad arte e progressi inesistenti per mascherare gli insuccessi. L’ ex segretario di Stato Colin Powell, si legge per esempio nel rapporto, avrebbe detto nei mesi successivi all’ invasione del 2003 che il “Dipartimento della Difesa continua a inventare cifre sulle forze di sicurezza irachene: afferma che aumentano di 20.000 unità alla settimana, che ne abbiamo addestrati 80.000, poi 100.000 e adesso 120.000!”. A cinque anni di distanza da quando si è avventurato nel più ampio progetto di ricostruzione all’ estero dai tempi del Piano Marshall, il governo americano ha dimostrato di non avere né le capacità politiche e tecniche né la struttura organizzativa necessarie a intraprendere un programma di questa portata. Il messaggio più deprimente potrebbe essere racchiuso nel finale di questa vicenda: le cifre nude e crude dei servizi di base e della produzione industriale raccolte per questo rapporto rivelano che nonostante tutti i soldi spesi e a dispetto di tutte le promesse fatte, lo sforzo della ricostruzione non ha conseguito niente di più che riparare ciò che era andato distrutto durante l’ invasione e il saccheggio frenetico che la seguì. Alla metà del 2008 – si legge nel rapporto – per la ricostruzione dell’ Iraq si erano spesi 117 miliardi di dollari, 50 dei quali provenienti esclusivamente dai versamenti dei contribuenti statunitensi. Nel rapporto c’ è un inventario di nuove rivelazioni che mostrano l’ atmosfera di caos assoluto – spesso anche velenosa – che è prevalsa durante gli sforzi per la ricostruzione. Eccone alcuni esempi: quando nell’ agosto 2003 l’ Office of Management and Budget si tirò indietro di fronte alla richiesta improvvisa da parte dell’ Autorità statunitense di occupazione di ricevere 20 miliardi per nuovi progetti di ricostruzione, un lobbista repubblicano che lavorava per l’ Autorità fece rimproverò aspramente Josha Bolten, allora direttore dell’ Office of Management and Budget e oggi segretario generale della Casa Bianca. “Rimandare la disponibilità di questi fondi comporterebbe un disastro politico per il presidente” scrisse il lobbista, Tom Korologos. “La sua elezione dipende in buona parte dalla possibilità di dimostrare progressi tangibili in Iraq e se quest’ anno i finanziamenti non saranno concessi, i progressi si arresteranno”. Con l’ appoggio dell’ Amministrazione, il Congresso qualche mese più tardi allocò i fondi richiesti. Un funzionario civile dell’ Agenzia Usa per lo Sviluppo Internazionale a un certo punto viene incaricato di determinare in sole 4 ore quante miglia di strade irachene sarebbe stato necessario riaprire e risistemare. Il funzionario eseguì una ricerca nella biblioteca dell’ agenzia e la sua previsione entrò a far parte del piano generale. I finanziamenti per molti dei progetti locali di ricostruzione sono spartiti da uno spoils system controllato da politici di quartiere e capi tribali. «Sul controllo delle risorse – ha detto un funzionario dell’ Ambasciata Usa – il nostro presidente del consiglio distrettuale è diventato una sorta di Tony Soprano; uno che ordina di usare il suo appaltatore, altrimenti i lavori non saranno eseguiti». (Copyright New York Times-La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti) – JAMES GLANZ CHRISTIAN MILLER

Commento finale: Quel gesto ci racconta quindi, mille cose complesse, da tenere ben presenti. Insomma, è stato un gesto di terribile realistico giornalismo, vissuto sulla carne del giornalista stesso. Eppure Bush ride sornione, presto sarà in una ricca pensione, mentre un giovane di 28 anni, in un paese che ha disperatamente bisogno di cervelli liberi e costruttivi, rischia di perdere i migliori anni della propria vita per un lancio di scarpe. Non amo gli eroi per nulla, amo la libertà, amo che la gente sia felice, vorrei che quel giovane avesse usato meglio la propria rabbia per diffondere il rapporto federale nel suo paese, vorrei che fosse libero e audace  ma con l’arma della parola, fuori dal carcere. A noi spetta di essere però degni della nostra libertà,  restando lucidi.