Storie di APT: (Pinè-Cembra) lavoro, cultura, porfido

La notizia: Posaranda è un’originale iniziativa proposta dall’ ‘APT di Pinè-Cembra. E’ un simposio artigianale-artistico dedicato (prima edizione, questa) ad una figura storica  ma indebolita e trascurata del mondo del lavoro trentino: i selciatori del porfido. Da giovedì 6 a sabato 8 agosto sette squadre di esperti posatori del porfido hanno prodotto, nelle suggestive strade della frazione di Baselga di Pinè di Montagnaga,  alcune opere di posa in porfido e altre pietre (marmo giallo di Mori, ciottoli Luserna, graniti trentini e calcari rosa). Alcune erano vere e proprie sculture, altre piccole pavimentazioni ed è anche stata realizzata la copertura tradizionale in scandole di porfido a griglia di pesce del tetto di un fienile in legno.   Sabato 8 nel pomeriggio si è svolto a Baselga di Pinè un particolare convegno dal titolo “Il posatore trentino per le vie del mondo”, dove è stata presentata l’importanza e la storia di fatica e competenza dei selciatori e dove si è mostrato il loro importante ruolo nella filiera del porfido. Si è anche parlato del paesaggio culturale delle cave.

Il commento: Nel panorama asfittico delle nostre APT , ripiegate sullo status quo, questa originale  e non facile iniziativa dell’APT di Pinè-Cembra, dimostra che il ruolo di questi enti può realmente essere promuovere la cultura del territorio come un prodotto, e di poterlo fare anche rispetto ad un tema delicato come il porfido.  Questa iniziativa è una vera iniziativa politica, di carattere anche piuttosto coraggioso. Anche se Direttrice e Presidente lo negherebbero con forza…

Il messaggio che così si lancia è duplice: da una parte si afferma che la cultura è un prodotto importante per il turismo, perché un territorio innanzitutto è un luogo di vita, di lavoro, di carattere, solo dopo e in secondo luogo il turismo “vende” un territorio, solo dopo e quando un territorio sa “essere” un luogo vero.

Secondo messaggio: il porfido e la pietra hanno una storia di fatica dal basso, hanno una storia di condivisione dei saperi e di tradizione, hanno poi anche un impatto forte sull’ambiente e sul paesaggio, ed oggi però si assiste anche ad una speculazione di pochi sfruttando con compromessi insostenibili un patrimonio collettivo, pertanto dobbiamo riportare l’attenzione sul lavoro, sulla sua dignità, sull’ambiente, sulla qualità e sulla dimensione sociale del settore. Insomma, Posaranda ci racconta una volta di più che per il bene del turismo e soprattutto delle valli, il Trentino deve parlare di cultura dentro le filiere produttive e promuoverne la complessità.

Messaggio chiarissimo e manifestato in modo intelligente con una festa del lavoro e delle opere e un momento di riflessione.

Al convegno hanno parlato esponenti dei posatori, raccontando le loro storie, anche in modo divertente e romantico. In una di queste storie, il posatore  Nello Ravanelli, ha raccontato dei suoi viaggi in Turchia per insegnare la posa a popoli che non hanno questa tradizione, dimostrando (come altre storie) che i posatori locali hanno un sapere davvero unico e prezioso, per finire poi con la raccomandazione ai giovani posatori di “girare il mondo e fare esperienze diverse”.

E’ intervenuto anche il Presidente del Distretto del Porfido e delle Pietre trentine, Mariano Gianotti (che è anche socio della Porfidi Europa di Civezzano): tra le varie cose più o meno lodative e più che altro dedicate alla parte industriale, ha però anche detto “dobbiamo estrarre di meno e estrarre meglio” (lo faranno?). Sembra un impegno. E’ interessante. Ha anche detto (interessante pure questo) che gli altri paesi del porfido (Giovo, Albiano, Cembra, Fornace) non hanno mostrato di sentire la manifestazione a sufficienza: serve, ha sottolineato più volte, maggiore condivisione. Ha infine parlato del Codice Etico datosi dal Distretto: vedremo come il settore lo farà proprio nella prassi. Ha fatto una proposta interessante: se la Provincia ogni anno facesse una manutenzione migliorativa delle strade trentine solo con le pietre locali, la viabilità sarebbe più bella e attrattiva anche per il turismo, e la ricaduta economica sarebbe pari a circa 2/3 milioni di investimenti annui.

Ricordiamo qui allora cosa oggi è il settore della pietra in Trentino: solo porfido: 108 aziende  estrattive con circa 960 addetti, nel 2008 1,5 milioni di tonnellate di pietre estratte, nel complesso per tutte le pietre vi sono 513 aziende estrattive, con circa 3000 addetti e 5 milioni di tonnellate di materiale estratto. In Trentino vi sono circa 400 posatori. (Tutti i dati sono stati da me raccolti durante i lavori del convegno da fonti ufficiali). La legge di riferimento è la recente L.P: 7/2006, che ha istituito il Distretto del Porfido e delle pietre trentine, attribuendo al cosiddetto Soggetto Idoneo (una Srl con un regolare consiglio di amministrazione e un regolare bilancio ) il potere legislativo, operativo e finanziario, quindi anche la facoltà di gestire i fondi che la Provincia inietta nel settore. Nel Soggetto Idoneo vi sono anche le aziende private.

Il settore è in crisi, con tanti licenziamenti, dovuti alla distribuzione sul mercato del porfido argentino e cinese, a costi inferiori di quelli italiani e con lotti enormi di materiale immessi sul mercato in tempi rapidi. Gli stessi imprenditori trentini hanno investito proprio in Argentina e Cina, e alcuni sono stati trovati a vendere il famigerato tout venant, ovvero il porfido grezzo non lavorato in loco, prodotto competitivo sul mercato ma che rovina la filiera, a vantaggio solo di chi vende (ma  a danno degli artigiani e dell’ indotto locale). La vendita del tout venant è proibita per legge. Ancora recentemente a Fornace  c’è stato un sequestro di tout venant illecito. Proprio là dove le Asuc sono deboli….

Da tempo inoltre è in atto una vertenza fra le Asuc (le Associazioni degli Usi Civici) e i titolari delle concessioni di estrazione delle cave di porfido. In alcuni casi chi estrae guadagna forti somme a fronte di concessioni pari a 2€ al metro cubo estratto, mentre dove le Asuc si sono sapute imporre le nuove quote sono pari a 12 € a metro cubo estratto., cioè sei volte tanto .  Una sperequazione folle. In alcune località importanti per il porfido (come Fornace) le Asuc non hanno comitati di gestione, e i diritti dei residenti non trovano lo spazio dovuto.

Torniamo alla nostra APT: non è un caso se alla guida di questa bella APT (l’unica che funziona davvero, insieme a quella di Comano Terme) vi sia una donna giovane e brava, di nome Lorenza Biasetto, che è stata la Direttrice coraggiosa e innovativa dell’APT del Primiero e del Tesino, che aveva lanciato il turismo attento all’ambiente e in particolare un modo sostenibile di “vendere” e frequentare il Lagorai, per poi essere allontanata (poveri loro, meglio per Pinè, che l’ha guadagnata) da amministratori miopi, che pensano davvero che il loro territorio guadagnerà di più con le mega operazioni edilizie e di marketing, stile l’operazione di recupero (e ampliamento successivo? …) con infrastrutturazione, elle baite della potentissima famiglia di imprenditori Paterno nel Lagorai, oggi ancora selvaggio. Per quanto? Chi sono i Paterno? Tre fratelli (Domiziano, Franco, Luigi) I proprietari della catena Eurobrico,(Gruppo Eurogroup) i proprietari della ditta  New Stone, nata dalla vecchia Ceramiche Valverde che si sono comprati, i nuovi proprietari dell’ex stabilimento Bailo di Cinte Tesino e così via.

Aggiungiamo che la recente riforma delle APT ha prodotto un mostro, ovvero degli Enti di diritto privato controllati dai privati che utilizzano (molti) soldi pubblici nel settore delicatissimo della promozione del territorio, il tutto in totale assenza di qualsiasi vera forma di partecipazione dei cittadini e di seria responsabilizzazione degli operatori economici. La promozione del territorio che le APT trentine stanno facendo di fatto coincide con la direzione che si da alla pianificazione del territorio. Cioè: le APT di fatto promuovono operazioni immobiliari e infrastrutturazioni, indirizzando le politiche di finanziamento e di promozione in quella direzione. La storia dell’ APT di Folgaria, che abbiamo raccontato in un precedente articolo, mostra ì l’intreccio perverso fra affari, costruttori, amministratori. e la parallela debolezza dei Comuni e delle popolazioni locali quanto degli operatori economici nelle valli. L’altra recente vicenda invece del fallimento (immobiliare) di una società (Aeroterminal) partecipata dal socio di maggioranza (Bertoli) della società impianti di Folgarida- Marilleva, è un ulteriore prova di come il turismo qui sia in larga parte in mano a incompetenti, irresponsabili o interessi particolari e poco trasparenti.

Le APT dovrebbero essere pubbliche e gestite in modo partecipato e responsabilizzando gli operatori. Invece ogni volta che qualcuno collassa e perde soldi, la Provincia rifinanzia.

Altrimenti, se il pubblico non dirige i processi economici, ecco cosa succede, lo dice bene proprio Domiziano Paterno in un’intervista pubblicata da L’Adige nel 2006, a proposito del successo del suo gioiello, i negozi del fai da te Eurobrico, che incassano subito e pagano i fornitori a 120 giorni… ” «Più cresci e più diventi grosso, più sei in grado di dettare le condizioni ai fornitori». AD1111PPA1.qxp.pdf Ai fornitori ma anche ai territori, attenzione.

Lunga vita quindi a Posaranda, ai convegni di riflessione sulle filiere, alla Direttrice dell’APT Pinè-Cembra Lorenza Biasetto,  all’ onesta e appassionata Presidente Franca Broseghini, ai selciatori e alle APT lungimiranti.

Val Genova: una riflessione dopo gli attentati al Parco Adamello Brenta

Questa è la mia riflessione sulla situazione della mobilità in Val Genova e sul ruolo delle aree protette nelle Alpi, a seguito dei gravi fatti accaduti nei giorni scorsi in Val Genova. Nella notte fra giovedì 23 luglio e venerdì 24 luglio sono state date alle fiamme due casette del Parco in Val Genova, delle quali una è completamente bruciata. Inoltre è stato manomesso anche il trenino che svolge il servizio navetta nelal valle, mettendo anche a rischio le persone che vi viaggiavano. Casualmente lo stesso giorno uno dei rifugi storici della Val Genova, il Fontanabona, chiudeva per clamorosa protesta contro la mobilità sostenibile attuata dal Parco, che prevede la chiusura ad un certo punto della valle per gran parte della giornata, parcheggi di attestamento a pagamento e mobilità svolta da un trenino e da alcuni bus navetta.

Il mio articolo pubblicato dal quotidiano Trentino sabato 25 luglio 2009 – si ringrazia l’editore.

Uomini e Parchi: è questa una relazione ancora oggi complessa, che a volte innesca inevitabili conflitti.
E’ accaduto in questi giorni intorno al Parco Naturale Adamello Brenta: mentre l’Ente festeggiava l’avvio del GeoParco, una nuova iniziativa culturale che valorizza la geologia e che promette di portare anche nuovo turismo di qualit・ qualcuno, con un gesto isolato ed estraneo all’atteggiamento della maggioranza della popolazione, compiva due atti che sanno di vecchio, di anacronistico: l’incendio di due strutture del Parco e il sabotaggio del trenino per la mobilità in Val Genova.
Oltre ai fatti dolosi è stata inscenata, sempre in Val Genova, e del tutto casualmente in contemporanea, la protesta clamorosa di alcuni rifugisti, con la chiusura del locale in piena estate. Anche questa reazione al problema sembra anacronistica, considerato il clima di dialogo che oggi si vive dentro il Parco.
E’ utile allora ricostruire un quadro sul ruolo delle aree protette nelle Alpi, per dare una lettura generale a questi fatti di cronaca.

La Val Genova è una delle valli più spettacolari del Parco, e proprio per questo ha sofferto in passato eccessivamente del traffico motorizzato dei visitatori, quindi di un modello di fruizione del territorio che oggi non è più sostenibile.
E però la mobilità moderna e pubblica, che il Parco offre ai visitatori con i bus navetta, i parcheggi gestiti e il trenino, e che i visitatori dimostrano di gradire, pone dei limiti, come sempre accade quando si opera una gestione in qualunque settore, e per questo solleva anche le reazioni di contrasto di qualcuno.
Da una parte quindi abbiamo l’immagine vincente della conservazione della natura che diventa anche cultura e economia (le attivit・che il Parco propone stanno dentro un mercato del turismo culturale, in espansione), dall’altra ci viene suggerita l’immagine di un ipotetico conflitto tra le attivit・del Parco e le attivit・degli operatori economici.
Ma non esiste un conflitto reale fra economia e conservazione della natura: questo è chiaro da tempo. Come scrivevano gli autori del celebre libro “Uomini e Parchi” ancora negli anni ottanta, “un Parco è un luogo di attività e si deve constatare quindi l’identità fra pianificazione dell’Ente e pianificazione economico-sociale ed urbanistica del territorio”.
La questione specifica della mobilità in Val Genova riporta quindi all’attenzione il tema generale della pianificazione degli usi del territorio, che è centrale nelle politiche alpine.
Le Alpi mostrano da tempo la necessità di riposizionare la propria offerta turistica e la struttura economica in generale verso la sostenibilità, con minori impatti e maggiore qualità, e questo innanzitutto a favore dei residenti, il che ovviamente comporta dei vantaggi ma anche dei limiti.
Se le Alpi non si danno dei limiti e non sanno governare gli accessi, il territorio ne risulta frantumato e indebolito, non rafforzato come qualcuno vorrebbe fare intendere con questa protesta. Vediamo numerosi esempi di fallimento, soprattutto economici, di una politica incapace di governare i fenomeni di accesso e fruizione.
Il tema quindi è la collocazione sul mercato turistico della Val Genova e del territorio del Parco: vogliamo posizionarli nei mercati della qualità e della cultura o nei mercati del consumo e del ribasso? Detto questo, è chiaro che si devono attuare le eventuali correzioni necessarie alla programmazione.
Però è chiaro a molti che dalla qualità non si torna indietro, pena l’arretramento della collocazione economica del territorio e una conseguente peggiore qualità della vita per chi lo vive.
I fatti ripropongono quindi il tema del ruolo che oggi devono svolgere le aree protette, cioè fare conservazione attraverso la pianificazione delle attività e dell’economia.
Anzi, il vero tema è come riqualificare e riposizionare correttamente tutta l’economia turistica e tutti gli usi del territorio, dentro e fuori le aree protette, innescando quei processi virtuosi che rendono l’economia vantaggiosa e sostenibile al tempo stesso.

Maddalena Di Tolla Deflorian

Storie di APT e territori: Folgaria e Primiero, due storie

La notizia: In questi giorni sono state pubblicate sui giornali locali le notizie relative a due vicende con elementi  in comune delle APT del Primiero e di Folgaria.

Folgaria: l’APT di Folgaria e  degli Altipiani Cimbri è fallita. Il debito dichiarato ad oggi è pari a 800.000 euro e non si intravede una rapida soluzione. Era stato individuato dagli stessi operatori turistici locali il nome dell’ex Segretario Comunale di Lavarone, Francesco Fait,  come possibile curatore fallimentare nella fase di transizione verso una possibile salvezza. Oggi la notizia:  Fait ha rinunciato all’incarico, con una analisi che si può sintetizzare così: “Alle due assemblee da me indette per confrontarmi con i soci, hanno partecipato pochi operatori, soprattutto pochi albergatori di Folgaria paese. E’ evidente che manca la base: il senso di partecipazione  e la voglia di impegno dei soci. Ha danneggiato il senso di partecipazione l’appiattimento sull’impiantistica e la perdita di identità”.

Primiero: La notizia è che  nell’ultima assemblea, i soci dell’APT del Primiero (gli operatori turistici) non hanno raccolto la loro quota parte, pari a 500.000 € per finanziare la ricapitalizzazione della società impiantistica di San Martino “Rosalpina”. L’accordo di programma sottoscritto dai Comuni, l’APT , le società impiantistiche con la Provincia di Trento prevedeva che a fronte dei 5 milioni di euro collocati da operatori locali e Comuni, la Provincia avrebbe finanziato le opere (impianti e piste) previste per collegare il Passo Rollaecon San Martino di Castrozza con altri fondi pubblici. Prima di questo, nelle scorse settimane il Comune di Fiera di Primiero aveva votato contro il collegamtno nella sua versione progettuale attuale (che andrebbe – ricordiamo – ad intaccare il paesaggio dei laghi del Colbricon, nel cuore del Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino).

Il commento: Le due vicende dimostrano purtroppo che l’analisi da molto tempo avanzata dagli ambientalisti era e rimane corretta e lucida. L’analisi diceva questo: gli operatori turistici trentini sono viziati dai troppi soldi pubblici sempre elargiti con troppa facilità;  i processi decisionali rispetto a grandi investimenti territoriali sono superficiali, senza una vera e corretta partecipazione dei cittadini, la responsabilizzazione degli operatori privati è insufficiente,  sui territori manca  una visione uitaria, complessiva e capace di futuro e di identità del territorio e di politiche per il turismo. Tutto questo costituisce un magma pericoloso che oggi si manifesta con queste due crisi. L’APT di Folgaria è fallita per le ragioni che Francesco Fait ha lucidamente esposto, che sono le stesse denunciate da anni dalle associazioni ambientaliste locali e da gruppi di cittadini dell’Altopiano cimbro molto critici. In Folgaria manca innanzitutto una visione identitaria del luogo e manca il senso di comunità. Da questo nasce la frammentazione degli obiettivi e anche la debolezza delle categorie economiche, che prima non hanno saputo governare e indirizzare le politiche turistiche schiacciandole sul solo sci invernale, poi hanno fatto fallire l’APT e infine alle recenti elezioni comunali non hanno saputo esprimere con forza loro consiglieri comunali, che portassero una visione economica unitaria e collettiva. Come se ne esce? Aprendo una vera grande fase di partecipazione dei cittadini e delle categorie economiche, una fase di confronto sull’identità dell’Altopiano e in particolare di Folgaria (che soprattutto ha manifestato la propria non coesione e il proprio disagio interno). Chi deve realizzare questa fase? Senza dubbio i tre Comuni di Folgaria, Lavarone e Luserna. Il Comune di Folgaria ha però sicuramente la principale responsabilità e la migliore possibilità di essere efficace, per due motivi: è il Comune più grande e più influente, è soprattutto la sua situazione interna che ha indirizzato male le politiche fino ad oggi seguite e indebolito e reso opaca la politica dell’Altopiano. Da Folgaria si può quindi ripartire.

Per quanto riguarda il Primiero: anche qui si evidenzia una debolezza preoccupante degli operatori economici, incapaci di esprimere una visione del territorio e del turismo, anche loro schiacciati sui fondi pubblici legati alle grandi opere. Prima di tutto questo, invece, viene l’identità del territorio, la coesione interna, la visione di un futuro.

In entrambi i casi quello che è venuto a mancare, problema generale in Trentino, è il senso dei luoghi. Il turismo funziona, produce oltre che denaro anche benessere delle persone e dinamiche positive, solo se i territori sanno prima di tutto “essere” qualcosa, dei luoghi, per poi vendersi. Purtroppo spesso si insegue invece la fase mercantile prima di aver saputo “essere” un luogo.

Sindaco di Folgaria: Toller vince ma la democrazia è in crisi

La notizia: Domenica 3 maggio, elezione del nuovo Sindaco e Consiglio Comunale di Folgaria: vince, come previsto, l’ex Vice Sindaco, Maurizio Toller, con l’83% dei voti. Ha votato il 66,15% degli aventi diritto (percentuale molto bassa per Folgaria e per la media del Trentino, in aumento le astensioni dal voto rispetto alle elezioni precedenti). Delle schede votate il 24% circa erano bianche o nulle (con diversi insulti vergati su molte schede annullate). In pratica Toller prende l’83% dei voti ma in realtà lo ha votato circa il 51% degli aventi diritto.

Commento: Questo voto esprime in modo pesante e chiaro il disagio a Folgaria, creato dal precedente modo di amministrare del Sindaco uscente Alessandro Olivi, che nonostante questo disagio è stato premiato pochi mesi fa con un plebiscito dai cittadini di Folgaria, ed eletto Consigliere provinciale e oggi è Assessore all’Industria, Commercio e Artigianato in Provincia. Si consideri come prima cosa che quell’83% dei voti si deve anche al fatto che la lista di opposizione era costituita da un gruppo di volenterosi ragazzi, giovani, senza esperienza e visibilità : facile vincere così. Il secondo dato sono l’astensionismo e le schede nulle, cosa mai vista prima in Folgaria. Terzo dato: dei cinque esponenti di categorie economiche presenti nella lista vincente, solo una (Giorgia Poli, dei commercianti) è stata eletta.  Fa riflettere nello specifico anche questo caso: Michele Ciech, forte assessore e uomo di fiducia di Alessandro Olivi nella passata amministrazione, ha ricevuto 128 voti, contro i 254 che aveva ottenuto nel 2005. Cioè, uno degli uomini forti della precedente amministrazione perde voti, in modo netto.

In sintesi: Folgaria soffre di una difficoltà di democrazia e di trasparenza, molti residenti non si fidano più della politica e non trovano rappresentazione adeguata nel Consiglio Comunale, infine le categorie economiche del paese non sanno fare sintesi. Del resto questo si vede drammaticamente anche dal fatto che l’APT sia di fatto fallita e  che nessuno intraveda una soluzione a breve. Anche il dissenso peraltro viaggia su binari molto diversificati se non in alcuni casi opposti: parte dei dissidenti sono cittadini che si oppongono allo sfruttamento ulteriore del territorio a scopo turistico (con i previsti impianti, piste e seconde case tra Serrada e l’Altopiano dei Fiorentini)  allo strapotere della Società Carosello Ski Spa e all’appiattimento della politica locale sul turismo di massa e poco altro, e chiedono così  maggiore attenzione al turismo sostenibile, ad un’economia diversificata e basata su natura, cultura, artigianato, identità. Mentre l’altra parte del dissenso si può pensare raccolta intorno alla scontentezza degli abitanti dell’Oltre Sommo per essere stati trascurati da un modo di vedere il futuro economico centrato sul centro del paese e sulle sue esigenze (o supposte tali). Insomma, Olivi, si dimostra così, ha amministrato malissimo, lasciando dietro di sé le macerie, e la comunità di Folgaria tale non è più, da tempo, con dolorose divisioni, accuse, offese, marginalizzazioni.                      Toller era il delfino di Olivi, però le persone possono anche cambiare. Chissà che futuro aspetta Folgaria. Certo è che il caso merita grande attenzione. Chi diceva cosa? Beh, noi ambientalisti (anche la mia Legambiente) abbiamo detto per anni: la gente è stufa, si è persa fiducia nella politica, la rappresentanza non è adeguata, le categorie economiche stanno a guardare, l’APT è debole, l’economia ha bisogno di sintesi, unione, innovazione, investimenti distribuiti sui vari settori. Ci hanno detto che la nostra visione era sbagliata. Purtroppo era corretta. E lo stesso si potrebbe dire per un altro importante Comune turistico: Madonna di Campiglio, dove la Giunta si ostina a proporre un modello economico massivo (con il collegamento Pinzolo-Campiglio e nessun nuovo assetto economico) eppure la gente sta cominciando, seppure timidamente, a manifestare difficoltà rispetto ad un futuro che sembra meno desiderabile di pochi anni fa. Lo stesso accade in Primiero, dove comincia scricchiolare l’idea del collegamento San Martino-Passo Rolle. Forse se ci parlassimo di più di cosa vogliamo fare, delle proposte possibili, delle cose che fanno male al territorio sarebbe più facile trovare delle soluzioni. O no?

Porfido: i sindacati chiedono posti di lavoro in cambio dei 50 milioni pubblici

La notizia: La Provincia intende finanziare con 50 milioni di euro le aziende in crisi del settore porfido. I sindacati approvano, a condizione che i soldi siano dati solo alle imprese che si impegnino a conservare i posti di lavoro.

Commento: Il settore del porfido ha sacrificato negli anni paesaggio, integrità ambientale, la salute dei lavoratori, i canoni pubblici delle cave,  e la complessità delal struttura economica di valle, a fronte di notevolissimi guadagni di poche aziende. Ora serve rigore nel governo del settore, sotto il profilo ambientale ma anche sociale e quindi anche nel mercato del lavoro. Il sindacato denuncia da tempo l’erosione dei posti di lavoro, che si sono persi perchè trasformati in fasulle partite IVA o in micro-aziendine fragilissime, che che possono lavorare con bassa qualità,producendo una frammentazione dove il divide et impera regna sovrano.

L’articolo del sempre ottimo Francesco Terreri , L’Adige 07.04.2009

TRENTO – L’anno scorso il settore del porfido ha perso 100 lavoratori. Nei primi tre mesi dell’anno ci sono stati almeno altri 20 licenziamenti. I segretari della Filca Cisl Stefano Pisetta e della Fillea Cgil Massimo Bertolini mettono quindi precisi paletti nel momento in cui la Provincia approverà progetti di investimento per circa 50 milioni di euro proposti dal Distretto: «Bene, a condizione che venga salvaguardata l’occupazione». E chiedono un incontro urgente all’assessore provinciale alle attività economiche Alessandro Olivi. Il coordinamento del distretto del porfido e delle pietre trentine ha preparato nelle scorse settimane 23 schede progetto per rilanciare il comparto. Tra le iniziative messe in cantiere, l’utilizzo di pietre locali nelle gare dei Comuni e del porfido nelle bordature delle strade e la costituzione di una società comune di commercializzazione. Complessivamente sono previsti circa 50 milioni di investimenti in cinque-sei anni, in gran parte da finanziare da parte della Provincia. Ora le proposte sono all’esame di Distretto Srl, la società costituita da Trentino Sviluppo come «soggetto idoneo» per la promozione e lo sviluppo del comparto, che poi le trasmetterà alla giunta provinciale per l’approvazione. «Abbiamo dovuto prendere atto una settimana fa da parte dei rappresentanti dei datori di lavoro che la trattativa per il rinnovo del contratto integrativo provinciale scaduto a luglio 2008 sarebbe stata ufficialmente sospesa perché non poteva essere affrontato alcun elemento economico riguardante la retribuzione dei lavoratori vista la grave situazione in cui versano molte imprese del settore – affermano Pisetta e Bertolini – Chiediamo all’assessore Olivi un incontro da effettuarsi in tempi brevi per potergli illustrare la reale situazione in cui versa il settore soprattutto sul versante occupazionale». I sindacalisti ricordano che «il dato occupazionale nel settore del porfido ha raggiunto i minimi storici da trent’anni a questa parte. Oggi contiamo a mala pena 900 operai dipendenti di 130 aziende contro i 1.780 del 1993, i 1.350 del 2001, i 1.000 nel 2007. Ma dove sono andati a finire tutti questi posti di lavoro quando l’escavazione e la lavorazione del porfido negli anni citati è calata di pochissimo? La risposta è semplice: esternalizzazione a più non posso per abbattere i costi del lavoro. Molti operai dipendenti, soprattutto stranieri di etnia macedone, hanno aperto la partita Iva, spesso costretti a farlo, altrimenti vengono emarginati». Tra chi invece ha mantenuto un livello alto per lo sviluppo del settore c’è, secondo Pisetta e Bertolini, il consorzio di Albiano. «Ora la Provincia sta investendo 50 milioni di euro su cinque anni per aiutare le aziende a superare il guado che con la crisi si è notevolmente allargato. Bene, ma a delle condizioni: la Provincia assieme ai Comuni e alle parti sociali deve tener monitorato lo stato occupazionale e allo stesso tempo salvaguardarlo. Non siamo più disponibili a perdere altri posti di lavoro». Le aziende, aggiungono Cgil e Cisl, devono impegnarsi «come ha già fatto il presidente della sezione porfido di Confindustria Simone Caresia una settimana fa. I lavoratori del porfido non sono più disponibili a pagare un prezzo così alto, magari dopo aver anche compromesso la propria salute. Come sindacato – concludono Pisetta e Bertolini – terremo un’attenzione particolare sul settore soprattutto in questo periodo, dove la risorsa umana è la più debole e la più ricattabile». Francesco  Terreri, http://www.ladige.it

Pinzolo-Campiglio: le associazioni ambientaliste si appellano ai cittadini

Le associazioni ambientaliste Italia Nostra, Legambiente e WWf martedì 24 marzo hanno indetto una amara conferenza stampa per annunciare che in assenza di una chiara presa di posizione da parte della popolazione non adiranno le vie del TAR per fermare il collegamento sciistico fra Pinzolo e Madonna di Campiglio. Le associazioni (Italia Nostra e Legambiente, con l’appoggio solo morale del WWF) avevano infatti presentato in dicembre Ricorso straordinario al capo dello Stato, con motivazioni giuridiche e di carattere ambientale, per fermare il collegamento, che la Giunta Provinciale aveva deliberato definitivamente pochi mesi fa. Le ragioni giuridiche sono riassunte in questo efficace documento dell’Avvocato Silvia Zancanella, la brillante legale che abbiamo scelto (infatti io sono la Presidente di Legambiente Trento e una delle persone che ha contribuito a scrivere e motivare il Ricorso):

Il ricorso al Capo dello Stato proposto da Legambiente e Italia Nostra, contro la Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Pinzolo e del Parco Adamello Brenta, chiede l’annullamento dei provvedimenti della PAT dell’agosto 2008 di definitiva valutazione di impatto ambientale del “Progetto di Mobilità integrata Pinzolo-Madonna di Campiglio”, redatto e proposto dal Comune di Pinzolo e del conseguente  -o megli o presupposto – provvedimento di modifica d’ufficio del Piano del Parco Adamello Brenta. La ragione del ricorso segue. le linee funiviarie di collegamento passeranno in una delle più belle zone delle Dolomiti di Brenta, aree di eccellenza ambientale e di straordinario pregio, nonché territorio del Parco Naturale Adamello Brenta, e ciò di certo non per la finalità manifesta di una “mobilità” ai fini generali, ma all’esclusivo fine di espansione degli impianti di sci e della relativa offerta turistica di piste. L’aggressione alle estese aree che verranno interessate al gigantesco intervento avviene mediante illegittimo allentamento e riduzione del vincolo di tutela ambientale, che fino ad oggi ha mantenuto sostanzialmente integra la Val Brenta. Due sono i fronti del ricorso: uno relativo alle modalità e alel norme con le quali la Giunta Provinciale è arrivata ad autorizzare l’intervento di irreversibile impatto, il secondo relativo alla grave violazione dei principi comunitari di tutela e sostenibilità ambientale.  Sul fronte delle norme provinciali, le due deliberazioni della Giunta Provinciale risultano concertate ed articolate secondo uno schema complessivo, finalizzato alla realizzazione degli impianti, pur se in assenza di definitiva approvazione del Piano del Parco e pur se in assenza del Piano Unitario. Vengono poi applicate norme transitorie che consentono di fatto ai Comuni di determinare la disciplina urbanistica anche dentro il Parco. La ricostruzione delle fonti normative e regolamentari poste a base dei provvedimenti è davvero singolare e curiosa, oltreché a nostro avviso, gravemente illegittima.

In sintesi: il Piano Urbanistico Provinciale variante 2000 prevede la possibile messa in rete dell’area sciabile di Pinzolo con quella di Campiglio ma pone le condizioni che “L’insieme delle previsioni avrà il supporto di un piano unitario e andrà sostenuto da un’intelligente politica gestionale del sistema per trane il massimo di utile anche in termini di mobilità”. Nelle more del ricorso avverso il primo collegamento, la Giunta Provinciale adotta la norma regolamentare di cui all’art. 3 del D.PP. nr 23-53/Leg. 30 dicembre 2005. Con tale disposizione la Giunta Provinciale inverte (letteralmente) l’obbligo stabilito dal PUP di un previo Piano Unitario. In tal modo una qualunque domanda di VIA una volta approvata, diviene non solo progetto di opera compatibile sotto il profilo ambientale, ma anche al contempo uno strumento urbanistico, capace di modificare il PRG del Comune di Pinzolo, un “atto generale” di pianificazione delle concessioni funiviarie e addirittura, un “atto generale” che si impone nelle aree di tutela ambientale e nelle aree a Parco. Ed effettivamente è in virtù di tale sfuggevole ed illegittima disposizione regolamentare, che sono state già previste notevoli varianti al sistema insediativo e rei infrastrutturali nel PRG di Pinzolo e sempre in virtù di tale norma è stato modificato ex officio il Piano del Parco Naturale Adamello Brenta, modificato anch’esso d’ufficio dalla Giunta Provinciale in virtù di norma sempre trnasitoria. La modifica del Piano del Parco ha determinato la trasformazione della attuale area B in area C, consentendo in sostanza gli interventi di realizzazione degli enormi impianti.

Evidente e incontestabile è la qualificazione dell’intervento: espansione degli impianti da sci e della relativa offerta turistica di piste e non certo mobilità generale, se di mobilità si tratta, questa infatti è solo degli sciatori, ai quali sarà concessa l’eccezionale fruizione di aree dolomitiche fino ad oggi risparmiate dall’industria dello sci, dell’edificazione e da altre opere dell’uomo. Gli interventi sacrificano inoltre ampi territori del Parco Naturale Adamello Brenta, incidono su tre SIC, due dei quali localizzati sul Gruppo dell’Adamello, mentre il terzo è individuato sul Gruppo di Brenta. Sono previste imponenti opere di disboscamento, movimenti terra, costruzioni murarie a servizio delle piste e del percorso funiviario e opere funiviarie (stazioni e funi) che intaccheranno bacini imbriferi delicatissimi oltre che di estrema bellezza. Interi versanti boschivi, ancora totalmente intatti, verranno incisi profondamente con odificazione del rilievo e della morfologia.  La valutazione d’impatto ambientale è stata effettuata per i singoli interventi (e sono molti) ma è mancata sotto i profili istruttorio e motivazionale la valutazione complessiva, la corretta qualificazione delle serie di opere e la comparazione degli interessi in gioco. Violati poi risultano le norme ed i principi comunitari in materia di tutela ambientale, riproponendosi in toto i motivi di censura della messa in mora da parte della Commissione europea, del 2006, relativa ai piani e progetti volti alla realizzazione delle infrastrutture sciistiche. Dopo l’intervento della Commissione il progetto è stato variato solo minimamente, con mere modifiche di alcuni tracciati e altri aggiustamenti di facciata che tuttavia non hanno nella sostanza modificato alcunchè. Gli interventi continuano a essere previsti dentro il Parco Naturale Adamello Brenta, dentro e in contiguità deiSsiti di Interesse Comunitario (SIC), dentro biotopi e dentro aree di tutela ambientale assoluta per legge. Altresì rilevanti le censure di violazione del Piano Generale di Utilizzazione delle Acque Pubbliche (P.G.U.A.P.) (D.P.R 15 febbraio 2006), poichè molti degli interventi progettati  risultano in contrasto con il PGUAp stesso. tra questi risulta palese e assolutamente ingiustificata  la violazione degli ambiti fluviali ecologici, individuati dal PGUAP e in particolare, proprio dove è stato previsto lo snodo di Plaza, area di straordinario interesse oltre che paesaggistico e ambientale, anche fluviale.Altro ambito fluviale ecologico compromesso è quello in località Magri. Non affrontato nel ricorso ma di prossima attualità, è il finanziamento delle opere e la scelta dei soggetti che saranno chiamati a fare la regia e ad eseguire i lavori.


Il porfido e gli Usi Civici

porfido

La notizia: (Interamente tratta dal quotidiano L’Adige del 10 febbraio 2009) Il giorno 8 febbraio i carabinieri del Noe hanno sequestrato un ingente quantitativo di porfido a Civezzano, proveniente dalla cava della Montechiara Porfidi srl di Fornace. La Montechiara Porfidi fa capo a Marco Stenico , ex sindaco di Fornace e rappresentante dei cavatori nel Tavolo del distretto del porfido. Si tratta del  primo, clamoroso caso di applicazione della nuova legge provinciale (Legge Provinciale nr 7 del 26 ottobre 2006 \”Disciplina dell\’attività di cava\”) che ha posto il divieto di vendita del tout venant , vale a dire del materiale estratto e non sottoposto ad una preliminare operazione di cernita. Il verbale del Noe è finito sul tavolo del sindaco di Lona-Lases sul cui territorio (lotto 2 di Pianacci) insiste la cava in concessione della Montechiara Porfidi. Il Comune ha immediatamente incaricato due geologi, Lorenzo Stenico e Claudio Valle , di svolgere una prima verifica in cava sulla parte di materiale abbattuto con la volata di lunedì 2 febbraio e non finito nel piazzale della Porfidi Avisio 93 srl a Civezzano. Risultato: non è scarto, è materiale che ha una resa, e ciò confermerebbe l’indagine del Noe, indagine per altro appena agli inizi. La conseguenza, in ogni caso e in attesa di un rapporto del Servizio minerario, è che il sindaco di Lona-Lases dovrà diffidare la Montechiara Porfidi di sospensione momentanea dell’attività, vista la violazione di legge. Ovviamente, la ditta farà le sue osservazioni. Nel caso di una seconda, analoga violazione, la conseguenza sarebbe pesantissima: la revoca della concessione. IL SINDACATO: BASTA ILLEGALITÀ . Durissima la nota del sindacato di settore. Stefano Pisetta (Filca Cisl) e Massimo Bertolini (Fillea Cgil) annotano: «L’intervento del Noe rappresenta il primo passo per riportare la legalità in un settore che troppo spesso, per certi aspetti, è diventato un “Far West”. Sollecitiamo quindi un’azione efficace di controlli in tutte le cave auspicando che possa continuare una collaborazione tra le forze dell’ordine ed il Servizio minerario. Purtroppo» aggiungono i due sindacalisti «da parte di quest’ultimo sul versante dei controlli si è registrata una certa latitanza che speriamo possa essere superata». Anche da parte dei Comuni serve un forte impegno, secondo il sindacato, «perché con il loro silenzio non fanno altro che assecondare l’operato illecito delle aziende». Nel merito della vicenda che vede coinvolta la Montechiara Porfidi, Pisetta e Bertolini esprimono una doppia preoccupazione: «Innanzitutto perché qualsiasi imprenditore non può vendere il materiale per legge, poiché la lavorazione del tout venant deve essere effettuata in cava con manodopera dipendente. In secondo luogo perché è coinvolta una figura che fino a qualche mese fa ha ricoperto il ruolo di presidente della sezione porfido di Confindustria, è stato sindaco per ben vent’anni del Comune di Fornace ed è componente del Tavolo del coordinamento del distretto del porfido. Non riusciamo a comprendere» scrivono i due sindacalisti «come mai tale azienda, che si difende dicendo che si tratta di materiale di scarto, non abbia fatto intervenire il Comune per certificare la tipologia dello stesso. Se fosse stato riconosciuto come “scarto”, infatti, il Comune avrebbe garantito anche un’eventuale agevolazione sul canone di affitto». Di recente, il Tavolo del distretto ha discusso della piaga del tout venant e deliberato un documento che in premessa recita: «Dobbiamo dimostrare che vogliamo fare sul serio». Commentano Pisetta e Bertolini: «Se questa è la strada per fare un salto di qualità al settore, siamo sulla strada sbagliata»

Commento: Il settore del porfido è da tempo all’attenzione della Provincia, dei sindacati, degli imprenditori stessi, delle amministrazioni comunali della valle di Cembra e di alcuni comitati e delle ASUC. Dal 2006 esiste una nuova legge che in teoria avrebbe dovuto fare due cose notevoli: 1) creare un distretto del Porfido, con lo scopo di integrare interessi e politiche di mercato e di gestione nella direzione della qualità , della valorizzazione del prodotto e del rispetto dell’ambiente (ancora non è realmente attivo) 2) riscrivere le regole del gioco dell’estrazione per:  dimensionare in misura corretta (cioè: aumentare) i canoni e gli indennizzi da pagare per estrarre e stabilire regole precise per la sistemazione ambientale-paesaggistica a fine vita delle cave.

Si intrecciano diversi fattori in questa vicenda, che in qualche misura è una specie di cartina al tornasole del conflitto locale sulla qualità del fare mercato e della gestione del territorio: 1) il mercato, che è invaso dal prodotto cinese e argentino a prezzi e condizioni migliori di quelli locali, 2) la vendita del famoso tout venant, ovvero appunto di non lavorato in cava che esporta e non conserva il valore aggiunto sottraendolo alla dimensione produttiva locale e indebolisce tutto il settore, 3) il futuro, lavoro: cosa faranno tutti i lavoratori e gli impresari del settore quando (fra 50 oppure 80 anni) anche il porfido sarà tutto estratto? 3.1) il futuro, ambiente: come mitigare gli effetti devastanti sul paesaggio e in alcuni casi anche sugli ecosistemi (esempio: il biotopo del lago di Lases, che ha perso parte della sua funzionalità di zona umida a causa proprio della presenza delle discariche), causati dall’estrazione del porfido e dalle enormi discariche che scivolano  sui versanti? 4) il diritto di usco civico: questa è forse la parte più affascinante e meno nota e sulla quale poco si riflette: per anni alcuni privati si sono arricchiti molto con il porfido, l’estrazione tuttavia è avvenuta con una vera rapina dell’ambiente (e della salute dei lavoratori, purtroppo),  però i canoni pagati dagli impresari alle Associazioni degli Usi Civici sono irrisori e la pratica di vendere il tout venant è ancora diffusa. Il principio che in questi ultimi anni alcune ASUC e Comitati civici hanno voluto difendere è semplice, chiaro, inoppugnabile: qualsiasi attività produttiva e forma di arricchimento sono leciti, purché non rovinino l’ambiente di tutti e purché non privino le comunità delle proprie prerogative. Ricordiamoci il principio dell’Uso Civico: usare il territorio prioritariamente per i fini della comunità locale, preservandone l’integrità, il valore, l’accessibilità comunitaria complessiva.

Parlare di porfido significa senza dubbio parlare del nocciolo duro della nostra storia di autodeterminazione: significa ripeterci che le Comunità locali devono tutelare i Beni Comuni e che gli Usi Civici devono essere governati in modo democratico, distributivo, trasparente.

Ed è bello constatare che sia proprio il sindacato che da anni si batte, assieme ad altri, per valorizzare questo settore e renderne le regole rigorose e sensate. In fondo, a volte, tutto torna.

Alcuni numeri e alcune riflessioni del sindacato: 140 circa le aziende artigiane e industriali che lavorano nel porfido in Trentino, circa 1350 i lavoratori addetti + circa 450 autonomi (totale circa 2550 addetti), circa 200 milioni il fatturato complessivo del settore, 35 % rendimento medio di cava (quantità di merce prodotta sulla quantità di roccia estratta), numero di addetti in sensibile calo e sensibile aumento di consumo di energia elettrica (meccanizzazione delle lavorazioni), sensibile aumento del materiale prodotto (e della velocità di consumo della risorsa): nel 2004 e 2005 aumento di circa 1/3. (Dati tratti dal dossier dei Sindacati FILLEA CGIL e FILCA CISL per il Convegno”Distretto del Porfido: vincolo o opportunità”‘ del 21 aprile 2007). Questo scrivevano in quel Dossier i sindacati: “Gran parte delle aziende sono di piccola dimensione e soffrono di una forte sottocapitalizzazione. Manca una capacità di autofinanziamento e sostegno in proprio degli investimenti e mancano politiche di risparmio e razionalizzazione dei servizi che consentano di abbassare i costi di esercizio. Abbiamo la sensazione che per alcuni essere imprenditori non sia più essere responsabili verso una comunità, verso dei lavoratori, verso un territorio ma sia soltanto la quotidiana protezione dei propri interessi….” E ancora “…troppo spesso si assiste ad una reciproca  competizione tra aziende basata sul tagli dei csoti di produzione e sulla diminuzione dei prezzi della lavorazione o di vendita dei prodotti; di fronte a trutto questo si risponde con politiche vecchie e ci corto respiro utilizzando le forme più spinte dell’uso flessibile della manodopera