Lince B132: nuovo radiocollare, a Molveno

Notizia: E’ stata catturata (sopra Molveno) e dotata di un nuovo radiocollare la lince  B132. L’animale si trova in Trentino dalla primavera del 2008. Proviene dal Cantone svizzero del San Gallo, dove è nata nella primavera del 2006 (oggi ha dunque 4 anni). B132 è un maschio. B132 era stato catturato e radiocollarato la prima volta in Engadina (Svizzera) il 22 febbraio 2008, nel territorio del Parco Nazionale omonimo. Successivamente l’animale si era spostato in territorio italiano, in Val di Sole (passando dalla Lombardia). Poi B132 si è spostato nel cuore delle Dolomiti patrimonio Unesco e del parco Naturale Adamello Brenta, ovvero proprio nel Gruppo di Brenta. L’animale viene costantemente seguito grazie al radiocollare dalla Forestale, con la collaborazione  di personale del Parco naturale Adamello Brenta e dell’Associazione cacciatori. Attiva e costante la collaborazione con i tecnici svizzeri, che hanno segnalato regolarmente le localizzazioni trasmesse dal radio collare svizzero fino a che questo ha funzionato. Il trasmettitore (come previsto) ha smesso di funzionare a fine 2009. Quindi ora è stato messo un nuovo radiocollare, e ora la lince sarà monitorata dallo staff italiano.

LINK AL video della cattura (notare la bellezza strordinaria della lince, le dimensioi notevoli delle zampe, ma anche l’amorevolezza dei forestali mentre maneggiano la lince, si “palpa” quasi il loro desiderio di accarezzarla. In effetti lo fanno, accarezzano la lince. ED E’ BELLISSIMO, VORRESTI ESSERE CON LORO!)

Questa lince è singolare: sicuramente dalla letteratura scientifica nota si tratta dell’esemplare che ha effettuato il più lungo spostamento documentato nelle Alpi. In Italia si tratta del secondo caso di cattura di lince, il primo era avvenuto alcuni anni fa in Friuli Venezia Giulia.

Commento (riprendo un mio articolo del maggio 2008, con dati di Anja Jobin, esperta europea di lince e lupo, Coordinatrice del gruppo S.C.A.L.P. – Status and Conservation of the Alpine Lynx Population): 

La Svizzera ha reintrodotto  le linci negli anni settanta. Da allora la specie ha lentamente colonizzato tutto l’arco montuoso del paese, sia la parte alpina che quella dei Grigioni. Il successo della reintroduzione è in una fase cruciale infatti sono emersi conflitti con la componente venatoria, che vede la lince come un competitore venatorio. Secondo Anja Jobin invece una lince arriva a predare in un anno al massimo 50-60 caprioli, in un territorio però che per un individuo di lince (animale solitario, non forma branchi, come succede anche per il puma ad esempio) copre centinaia di chilometri quadrati. Se le linci trovano poi un ambiente popolato da diverse specie di ungulati (ovvero un ambiente sano, biodiverso) naturalmente ampliano la propria dieta anche a camosci e cervi (potrebbe essere interessante verificare le interazioni con la popolazione problematica di cervi nel Parco nazionale dello Stelvio).

Il Trentino e l’Alto Adige offrono ancora ambiti con una buona diversità di specie di ungulati, dunque vocati sotto il profilo nutrizionale per le linci. Una ricchezza adeguata di prede naturali inoltre esclude conflitti forti con gli allevatori, che non subirebbero perdite significative.

Cosa  serve per il ritorno stabile di una popolazione vitale di linci? Gli elementi sono gli stessi per tutti i grandi carnivori, quelli da tempo divulgati dagli esperti ( esempio dal Gruppo grandi Carnivori della Convenzione delle Alpi, da quello di ALPARC e infine anche dalla nota Piattaforma Ursina, del WWf e per l’orso.)

Ecco i punti:

– Informazione e azioni di coinvolgimento e partecipazione, rivolte a cittadini, agricoltori, cacciatori, amministratori pubblici.

– Fondi per la ricerca e il monitoraggio , con particolare riguardo sulle cause di disturbo antropico, sull’interazione con la caccia (ovvero la lince evita le zone di caccia oppure no? ) e sull’utilizzazione delle aree protette.

– Preservare ambienti idonei , come già dovrebbe accadere per il ritorno dell’ orso.

Si conferma in ogni caso l’importanza delle aree protette quali ambiti di pregio naturalistico per la presenza della grande fauna (come già successo per stambecco (Gran Paradiso), cervo (Stelvio), gipeto (Stelvio, Engadina), orso (Adamello Brenta) ma anche per le competenze del loro personale faunistico.

Si conferma anche l’importanza strategica delle relazioni con altri Parchi (qui l’Engadina) e di carattere internazionale (la Svizzera qui, nel caso dell’orso la Slovenia). Anche per la reintroduzione del gipeto la collaborazione transalpina è stata fondamentale per il successo dell’operazione.

Insomma, più biodiversità, più ricerca, più amore verso le varie forme di vita ma anche più internazionalizzazione, più Europa.

Il bello dei grandi carnivori è che loro richiedono grandi spazi di naturalità, ambienti di elevata qualità e cooperazione internazionale. Insomma, ci aiutano ad alzare il livello della nostra sfida per fare buona conservazione

Documenti:

Comunicato stampa nr 337 del 11/02/2010 della Provincia Autonoma di Trento

http://www.uffstampa.provincia.tn.it/CSW/c_stampa.nsf/416AD28B715DF727C12574BE0028F2B0/7939FFB6FB72AE26C12576C7003806A1

Documento (Speciale Fogli dell\’Orso, pubblicazione del Parco Naturale Adamello Brenta)– dedicato al workshop speciale sui grandi carnivori svoltosi nel 2009

Lupi: potranno tornare anche da est?

Lupi: animali elusivi, plastici, emblematici. Come noto sono tornati nelle Alpi, ad ovest, tra Piemonte e Francia e alcuni individui hanno raggiunto anche la valle d’Aosta, la Lombardia e la Svizzera, dove ormai – secondo le ultimissime stime elvetiche – gli esemplari accertati sono dodici, ai quali si aggiungono altri 6-7 probabili.
E’ quindi verosimile dunque che tornino ad affacciarsi anche nella nostra regione, se Homo sapiens permetterà loro di spostarsi, non perseguitandoli e mitigando l’effetto delle tante barriere antropiche, come ferrovie, autostrade, recinzioni, che ne limitano i movimenti e che separano le varie popolazioni italiane ed europee.
Negli ultimi anni si è assistito a un movimento elettrizzante di alcune specie simbolo della biodiversità alpina: orsi, linci, lontre, gipeti. E i lupi? Alcuni mesi fa sono stati ritrovati i resti di un individuo di Canis lupus  morto in Trentino, al confine con l’Alto Adige, a Varena.  Le analisi genetiche effettuate su un dente dell’animale, hanno poi rivelato: non si tratta di un lupo italico. I risultati sono stati illustrati alcuni giorni fa a Trento, presso il Museo di Scienze, da Elena Fabbri, la genetista che le ha eseguite. Nessun dubbio: la popolazione italica di lupo ha un aplotipo (sequenza del dna) unico in Europa.
Potrebbe trattarsi quindi di un individuo proveniente dall’Europa dell’est, dalla Croazia come dalla Bulgaria, impossibile definirlo con precisione. Oltretutto resta aperta anche la possibilità che si tratti  di un esemplare fuggito dalla cattività. Finora si pensava soprattutto alla possibilità dell’arrivo dei lupi italiani da ovest, dopo la loro risalita dagli Appennini. Orme di lupo erano state trovate poi nel dicembre 2008 sul versante svizzero della Val Monastero, Cantone dei Grigioni, non distante dal confine altoatesino. Insomma: flebili segnali, solo questo, per ora.
Come per la lontra, in ogni caso lo scenario è duplice: dentro l’Italia e attraverso le Alpi.
I problemi di spostamento dei lupi sono tanti, come ha spiegato al Museo il ricercatore Josip Kusak, del Dipartimento di Veterinaria dell’Università di Zagabria.
“Sono troppe – ha detto – le barriere create dall’uomo, come le autostrade per esempio, che i lupi per adesso non riescono a superare facilmente, se non vi sono opere per l’attraversamento della fauna adeguate.”
Inoltre manca un piano unitario di gestione della specie. Kusak ha raccontato l’esperienza della Croazia : per legge considerati “nocivi” e quindi cacciati fino al 1994, a partire dal 1995 i lupi sono protetti e oggi si stima che in Croazia vi siano dai 160 a 220 lupi, divisi in circa 50 branchi.
La convivenza è possibile, ci racconta Kusak, che studia i lupi da molto tempo e li ha ammirati anche in Alaska, dove un maschio in dispersione giovanile si sposta anche di mille chilometri dal suo territorio nativo. In Europa sarebbe impensabile. L’uomo sta ovunque.
Il problema principale – risaputo – è la coesistenza di zootecnia e grandi predatori.
Dal 2005 la Croazia ha un Piano di Gestione della specie, che comprende ricerca sull’etologia della specie, divulgazione scientifica e sensibilizzazione, un team di intervento di emergenza (analogo a quello trentino per l’orso) per situazioni critiche, agevolazioni per ottimizzare le dimensioni degli allevamenti, per installare recinzioni elettrificate e acquistare cani da guardiania. Il piano sembra funzionare, garantendo la convivenza e la lenta ripresa della specie.
“La buona salute di una specie però significa avere l’ integrità della struttura demografica, una base di prede naturali, e sane reti ecologiche”, scriveva nel 2005 Luigi Boitani, uno dei massimi esperti italiani. Tracce di speranza, cercando un migliore rapporto con la vita selvatica, là fuori.

Maddalena Di Tolla Deflorian

Questo mio articolo è stato pubblicato su Alto Adige e Trentino nel novembre 2009. Si ringrazia l’editore

Albatros: uccidiamo i loro piccoli con la plastica

Santuario delle Midway, Oceano pacifico. 2000 miglia marine lontano dal primo continente abitato da umani. Cadaveri di piccoli albatros. I loro stomaci contengono plastica, immondizia sparsa negli oceani dall’uomo. Gli adulti di albatros portano plastica ai loro piccoli, perché la trovano sul mare e la considerano cibo. I piccoli muoiono di denutrizione (la plastica non nutre), tossicità, soffocamento.

Perchè succede? La strategia di caccia degli albatros nell’evoluzione ha trovato un equilibrio tra energia spesa per cercare il cibo e quantità di energia che si ottiene per i pulli (i piccoli) dal cibo. Gli albatros non possono sapere però che sul mare galleggi plastica: per loro quello è nutrimento facile da trovare! L’evoluzione impiega tempi lunghi, qui li facciamo morire prima che possano capire! Poi: gli albatros non sono animali sociali, non hanno -come i branchi di lupi o leoni o i  clan di primati -la possibilità di imparare cose complesse da altri individui della specie, non hanno modo di scambiarsi esperienze e per loro il mare è l’ambiente elettivo, quello che sta nel mare per loro sarà sempre BUONO. Purtroppo.

immagini dei piccoli di albatros morti, con plastica nello stomaco

albatros pulli plastica chrisjordan

Pullo di albatros morto con plastica nello stomaco, foto di Chris Jordan, tratta dal suo sito web

Le immagini sono state scattate da Chris Jordan in settebre 2009. Il fotografo non ha alterato le scene, non ha toccato, spostato, introdotto plastica in alcun modo.

Qui trovate uno studio della prestigiosa rivista scientifica PLOSONE sulla plastica ingurgitata dagli albatros di diverse colonie nel Pacifico.

Terribile. Non buttiamo mai la plastica da nessuna parte, mai vicino al mare o  corsi d’acqua: il vento trasporta tutto lontano. Poi stimoliamo il mercato ad usarne meno di ora.

Altri due gravi problemi causati dall’uomo agli albatros: 1 – reti da pesca industriale lunghe migliaia di metri, con migliaia di ami appesi dove gli uccelli restano impigliati e muoiono per annegamento. Qui leggete un vecchio articolo del 2003, tratto dal sito web della LIPU Itali asu questo tema 2 –  Roditori che predano uova e pulli vivi, introdotti dall’uomo in molte isole dove nidificano gli albatros.

Da Wikipedia: Chi sono i magnifici albatros?

Gli albatri sono uccelli di mare della famiglia Diomedeidae nell’ ordine delle Procellariiformes. Vivono negli oceani meridionali e nel nord Oceano Pacifico. Sono assenti nell’Atlantico settentrionale se non come fossili. Sono tra gli uccelli volatili più grandi al mondo e l’albatro urlatore (Diomedea exulans) è l’uccello vivente con l’apertura più grande al mondo.

Sono molto efficienti in aria, sfruttando le correnti aeree e sono in grado di percorrere grandi distanze con poco sforzo. Si nutrono di cibi grassi ed oleosi[1], fra cui seppie, pesci e krill. Spesso si cibano anche degli scarti rilasciati dalle navi specializzate nella lavorazione di prodotti derivati dalle balene[1]. Abitano soprattutto su isole remote dell’oceano in numerosi gruppi spesso di specie diverse. Animali monogami, la stagione degli amori può durare un anno da quando viene deposto l’uovo, uno solo, a quando il pulcino prende il volo. Poiché nidificano su rocce scoscese non hanno troppi nemici naturali.

19 delle 21 specie di albatri sono a rischio di estinzione. Oggi gli albatri sono minacciati dall’introduzione nel loro habitat da animali come ratti o gatti selvatici che attaccano uova, pulcini e giovani adulti; dall’inquinamento e dalla pesca intensiva.

L’albatro urlatore è una specie marina e aerea; si sposta seguendo le correnti d’aria calde e fredde e raramente entra in contatto con il ghiaccio. Giunge a terra solo per la nidificazione, per il resto la sua vita scorre tra aria e mare. Il nido è generalmente costruito in prossimità di punti scoscesi, e comunque comodi per prendere il volo. Gli albatri urlatori sono particolarmente longevi e vivono mediamente trent’anni. Per tale motivo essi nidificano tardivamente e, nonostante siano in grado di nidificare a 3-4 anni, non si riproducono prima dei 7-8 anni. La riproduzione può avvenire solo ad anni alterni sia per il tempo di incubazione richiesto (11 settimane) sia per il periodo necessario al giovane prima di prendere il volo (40 settimane). È una specie migratrice e pelagica e si ciba di pesci, calamari o, talvolta, di rifiuti gettati dalle navi. Vive negli Oceani meridionali fermandosi per nidificare in alcune isole oceaniche e subantartiche.

La vita di coppia di questi volatili è improntata sulla monogamia, l’ultima parola che dà il via alle nozze spetta alla femmina che sceglie il compagno, è una scelta oculata e a volte richiede un lungo fidanzamento poiché tra loro non esiste il divorzio. Il rituale del corteggiamento è basato su una serie di danze, e strofinamenti vari, dopo di che si accoppiano.

Specie aliene: l’esempio di Caldonazzo e altre storie

La notizia: nel lago di Caldonazzo ci sono centinaia di tartarighe aliene (della specie non autoctona Pseudemys scripta, le tartarughe dalle orecchie rosse, cosidette), che stanno alterando l’equilibrio del lago. Vivono lungo le rive, prevalentemente nei canneti, ma si possono osservare in folti gruppi anche dalla ciclabile lungolago, dove la passerella è in legno. Sono abili nuotatrici, si cibano di pesci  come scardole e rodei, prolificano. La specie è nordamericana, all’acquisto è lunga tre-quattro centimetri, è molto facile da allevare, appassiona chi ama gli animali domestici, ma poi il suo carapace s’allunga fino a 28-30 centimetri, allora in casa non sta più, tra l’altro è molto vorace. «Le tartarughe gettate in acqua costituiscono uno dei più grandi problemi di gestione faunistica delle acque interne e non solo locali – spiega l’ittiologo Lorenzo Betti – quelle del lago di Caldonazzo sono immesse dall’uomo ed alterano gli equilibri, il problema c’è ed è notevole, crea danni evidenti». In pericolo ci sono anche le testuggini autoctone, e i pesci. «Entra in concorrenza con la testuggine nostrane di palude, la Emys orbicularis che è ormai a rischio di estinzione, ma la minaccia maggiore sta nelle malattie che introduce – continua l’esperto – Si nutre di uova, avanotti, ma soprattutto di pesce vivo. Si riproduce velocemente in quanto trova una nicchia ecologica libera per lei, ma è un elemento estraneo che altera gli equilibri naturali esistenti». Ma una soluzione al problema si potrebbe trovare. «Meglio creare spazi adatti – conclude Betti – dove possa vivere dall’inizio alla sua fine e se ciò non è possibile, paradossalmente è meglio sopprimere l’animale, piuttosto che rilasciarlo in ambiente naturale». Se la tartaruga dagli orecchi rossi preoccupa, non è certo l’unica specie esotica introdotta nel lago dall’uomo e sempre con forti conseguenze sull’equilibrio naturale. «Il pesce gatto è in pieno boom – segnala l’ittiologo – è una specie dannosa e pericolosa, c’è da una decina d’anni e negli ultimi due è presenza assidua e abbondante. Altro pesce immesso dall’uomo è il Rodeo (Rhodeus amarus) una quindicina d’anni fa; ora è tanto abbondante da essere terzo per numerosità solamente dopo la scardola ed il persico». Anche il coregone che tanto fa felici i pescatori non è autoctono, proviene dai laghi dell’Europa settentrionale ed è stato introdotto decine d’anni fa per motivi commerciali. Così pure la bottatrice, immessa negli anni Ottanta ed il persico-trota tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Talvolta in occasione di grandi semine di pesce bianco proveniente da altri luoghi. Insomma, anche il lago è diventato «multirazziale» (dal quotidiano L’Adige, 02 giugno 2009).

Il Commento: l’introduzione di specie animali e vegetali da altri ecosistemi è una delle principali cause di deterioramento dell’ambiente.  In ogni caso non dovrebbero esistere animali in cattività, men che meno di specie così poco affini all’uomo, al limite vanno bene cani e gatti, ma le tartarughe stanno bene libere.                                                                                                                                                                                                                      Allego un articolo da me scritto sulla questione a livello nazionale, pubblicato dal quotidiano Trentino il 4 febbraio 2009.

Trentino — 04 febbraio 2009   pagina 44   sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI

Nel panorama della crisi ecologica globale, si parla spesso della perdita di biodiversità e della sua principale ragione: la distruzione e compromissione degli habitat per azione diretta e indiretta dell’uomo.  Poco invece si parla di un altro fenomeno, di origine antropica anch’esso, che secondo gli esperti sarebbe la seconda ragione di crisi: l’invasione delle specie animali e vegetali aliene, esotiche, che causa gravi danni agli ecosistemi invasi.  Ne ha parlato recentemente a Trento, al Museo di Scienze naturali, Sandro Bertolino, ricercatore dell’Università di Torino (DIVAPREA Entomology & Zoology), nella prima conferenza del 2009 del ciclo “Incontri al Museo per parlare di fauna”. La relazione dell’esperto ha rimarcato un aspetto fondamentale, nella lettura della crisi ecologica, ricordando «che alla base dell’idea di biodiversità, così come l’ha divulgata E. O. Wilson, non vi è solo una lista numerica di specie – il che potrebbe far erroneamente pensare che l’arrivo di nuovi elementi sia un fatto positivo: l’idea di biodiversità è un concetto di quantità ma anche di relazioni e di complessità».  Bertolino ha citato poi un numero emblematico: circa il 30% delle specie estintesi nell’epoca moderna avrebbero subito tale sorte proprio a causa dell’invasione di specie aliene. Nel 1992, nel celebre libro “The diversity of Life-La diversità della vita”, il biologo Edward O. Wilson, padre della parola “biodiversità” e ricercatore universalmente stimato, scriveva una definizione, che ebbe uno straordinario successo.  «L’esito creativo della selezione naturale è l’abilità di assemblare nuove, complesse strutture e processi fisiologici, attraverso una pressione che agisce per mutazioni». La biodiversità, la diversità della vita, è la capacità dell’evoluzione di produrre incessantemente organismi viventi con abilità e adattamenti mutevoli, che interagiscono profondamente fra loro. Wilson proseguiva: «La diversità è la proprietà che rende possibile la resilienza della vita». Meno biodiversità significa quindi un ambiente con meno capacità di risposta allo stress, all’inquinamento, ai cambiamenti naturali e antropogenici. Ora: la biodiversità è avvenuta lentamente, in milioni di anni, senza la perturbazione diffusa geograficamente, rapida e persistente dello stile di vita recente di Homo sapiens.  Wilson auspica nei sui scritti: «Un’etica globale della Terra, non un’etica qualsiasi, ma basata sulla migliore comprensione di noi stessi e del mondo intorno, che la scienza e la tecnologia possano fornire».  Infatti, almeno secondo Wilson (ne “Il futuro della vita”), siamo «mammiferi intelligenti, preparati dall’evoluzione a perseguire obiettivi personali mediante la cooperazione». Forse, perchè, racconta Bertolino «Negli anni 70 il Portogallo con fondi europei cercò di difendere due specie di gamberi autoctoni, nello stesso tempo la Spagna introduceva altre specie alloctone, che giunsero in Portogallo, portandovi la peste del gambero». E però, le nostre conoscenze dei processi vitali sono ancora grezze, come illustra il caso dei batteri Prochlorococcus. Wilson afferma che siano gli organismi più numerosi del pianeta, responsabili di una gran parte della produzione organica dell’oceano. Però, fino al 1988 la scienza li ignorava. Giocare con la vita, insomma, può essere pericoloso.  Qualcuno ha giocato e continua a giocare, come risulta evidente dalle parole di Bertolino «Gran parte delle specie aliene si muovono attraverso la mediazione dell’uomo; traffici commerciali, legali e non, sempre più diffusi, complice anche una diffusa irresponsabilità e la mancanza di una strategia globale di risposta». In molti ambienti l’introduzione dall’esterno di predatori, competitori e parassiti determina il declino di specie native, talvolta anche la loro estinzione, ovvero un potente disequilibrio.  «Un esempio emblematico è quello dello scoiattolo grigio americano – ha spiegato Bertolino – che, (seppure simpaticissimo agli umani – ndr), in Piemonte e Lombardia, come già avvenuto in Inghilterra, mette a rischio la sopravvivenza dello scoiattolo comune (lo scoiattolo rosso)». Vi sono altri esempi: il visone americano (liberato dagli allevamenti ad opera degli animalisti) limita le popolazioni di prede; la nutria (arrivata anche in Trentino) altera la funzionalità delle zone umide, eliminando parte consistente della vegetazione, e può minare la tenuta di argini e canali artificiali, con danno per l’agricoltura e la sicurezza; l’asiatica vespa velutina, arrivata in Francia, preda le utilissime api europee, che non conoscono difese contro l’invasore. Tra gli invertebrati, numerosi gamberi alloctoni competono con i gamberi nativi e limitano fortemente molti invertebrati acquatici.  Queste sono alcune delle specie presenti in Italia; altre si stanno insediando o arriveranno. In conclusione, accanto alla tecnica necessaria per rispondere, torna l’etica globale. Perché spesso la risposta praticabile all’invasione di specie aliene, comporta l’uccisione, l’eliminazione fisica dell’invasore. Insomma, la violenza versus l’alterazione di un equilibrio. Non se ne esce facilmente, con una risposta tranquillizzante, in ogni modo si può agire solo tornando al principio di responsabilità, alla cooperazione delle idee e delle pratiche, da mammiferi intelligenti. Con la vita non si gioca, mai.

Maddalena Di Tolla Deflorian

Una giovane orsa muore annegata nel lago di Molveno

Un’orsa giovane, la figlia di Yurka probabilmente, lo diranno le analisi genetiche. Cosa faceva che agli umani non garbasse? Rovistava di notte nei rifiuti di un paese del Trentino. Non ha mai dato alcun segno di aggressività né di volere un contatto diretto con l’uomo, come del resto Yurka, sua madre, oggi rinchiusa in un recinto presso Trento. Rimedio pensato dalla Provincia: braccarla, spararle del narcotico, catturarla e metterle un radiocollare, per averla sempre sotto controllo. Risultato: i forestali alle due di notte la trovano,la fotografano, le sparano, la colpiscono con l’iniezione di narcotico, il fratello che è con lei riesce a fuggire, il narcotico su di lei fa effetto dopo un quarto d’ora, come previsto dal protocollo. Solo che la giovane orsa nel frattempo è scappata spaventata e confusa e sotto primo effetto del farmaco è scivolata giù per una delle scarpate del lago di Molveno. Noi che viviamo in questa terra lo sappiamo: sono versanti scoscesi, quelli. E l’orsa è caduta in acqua ed è affogata. Questa morte è assurda, se si spara a un animale sapendo che l’effetto del narcotico arriva dopo 15 minuti, non lo si fa presso le rive di un lago. Il rischio di ucciderlo così è evidente. La responsabilità della sua morte, morte non bella , per affogamento, è della Forestale. Si tratta di negligenza. Abbiamo così perso un altro individuo, dei 27 nati restano la metà. E altri adulti introdotti sono morti o scomparsi, che vuol dire bracconati naturalmente. E c’è un altro problema: perché ogni volta che un orso dimostra di esistere avvicinando senza pericolo reale gli spazi dell’uomo noi lo bracchiamo, inventiamo paure e pericoli, spariamo, mettiamo collari, costruiamo recinti mentali? Se l’uomo non cambierà atteggiamento, se non saremo tolleranti, giusti e aperti, uccideremo o faremo morire tutti gli orsi e non avremo speranza di una vita sana e piena, in equilibrio con il resto del vivente. Il ritorno dell’orso bruno, come del lupo e della lince è una grande ricchezza, ci dovrebbe indurre a maggiore rispetto per gli altri esseri animali. Lo spazio e le foreste non sono solo nostre, anzi considerato che noi occupiamo già quasi tutto lo spazio, davvero dobbiamo lasciarne anche agli altri. Il recente Convegno del WWF al Parco dello Stelvio ha mostrato come la convivenza sia possibile, reimparando le regole del bosco, reintroducendo la guardiania delle greggi e i cani addestrati per questo, i recinti appositi e una migliore cultura. Facciamolo, per amore degli orsi e di noi stessi.