Nord Est e Autonomie

La notizia: Il neo governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia (ex Ministro dell’Agricoltura), ha lanciato nei giorni scorsi un appello al Trentino, all’Alto Adige e al Friuli  (due Provincie e una Regione autonome, seppure con una netta differenza di realizzazione dell’ Autonomia, che il Friuli deve ancora definire con Roma) per unirsi in una battaglia verso la realizzazione del federalismo fiscale e per competere uniti rispetto alle economie  di confine di Slovenia e Austria. Zaia ha evocato per questo il mito del Nord Est, motore produttivo del Paese.

La risposta della politica trentina e alto-atesina è stata fredda: il Presidente della Giunta provinciale di Bolzano Luis Durnwalder (del partito etnico di raccolta SVP) ha ricordato che l’Alto Adige ha già siglato un accordo sul federalismo e sulla futura gestione dell’Autonomia con il Governo. Lo stesso ha ricordato il Vice Presidente della Giunta Provinciale di Trento Alberto Pacher (ex Sindaco di Trento, del Partito Democratico) per il Trentino. Infine il Presidente del Consiglio Provinciale Giovanni Kessler, del Partito Democratico, ha espressamente detto che il Nord- Est è un mito superato. Semmai  – ha ricordato l’esponente democratico – il Trentino guarda a Bolzano e Innsbruck.

I politici leghisti locali (a partire dal Segretario del Carroccio trentino Fugatti) si sono subito entusiasmati , affrettandosi però a rassicurare sul fatto che la Lega al potere nel Nord non mette a rischio l’Autonomia trentina. L’Autonomia infatti costituisce in Trentino (quanto in Alto Adige) un tema delicatissimo.

Lo stesso Assessore provinciale alla Sanità, Ugo Rossi, del Partito Autonomista PATT, ha tagliato corto rispetto alle proposte di Zaia ricordando che il Trentino ha un naturale sguardo a Nord, più che ad est.

Il commento: Luca Zaia cerca nella direzione sbagliata e guarda il problema sbagliato. Le Autonomie del Nord est geografico (che non corrisponde in alcun modo ad un possibile Nord est geo-politico) italiano sono Autonomie di montagna. Friuli, Alto Adige, Trentino sono terre di montagna. Il Veneto invece è terra di pianura, di mare e in parte di montagna e non ha una politica per la montagna, come denunciato da tempo dal mondo della cultura e delle associazioni.

Le Autonomie del Nord est possono insegnare alcune cose significative al Veneto sul governo dei territori di montagna. Al tempo stesso l’Autonomia di Trentino e Alto Adige mostra le difficoltà e alcune soluzioni del decentramento. La recente riforma istituzionale trentina, con la difficoltosa creazione delle Comunità di Valle e la devoluzione dell’urbanistica all’ambito di valle e comunale, mostra da un lato gli elementi di vulnerabilità reale del decentramento e dall’altro le difficoltà politiche e sociali nel realizzarlo nei fatti.A ben guardare il Trentino oggi costituisce un esempio illuminante di come non si possa banalizzare o mitizzare la devoluzione e il federalismo. Si tratta di percorsi complessi.

Il problema a cui guarda Zaia è poi quello sbagliato: l’Autonomia non è tanto una risposta strutturale alle sfide economiche (può essere anche quello) ma è soprattutto un’architettura istituzionale, che richiede responsabilizzazione delle periferie, qualità amministrativa decentrata,  un elevato senso civico e spirito di partecipazione dei cittadini.

Iran “Etekaf”, lo sciopero islamico contro il regime

Questa testimonianza è toccante e ci impegna a vivere nella pienezza i nostri giorni di uomini liberi, qui in Italia e in Europa. Cerchiamo di portare qualcosa di verde e di continuare a parlare di Iran, questi giovani che danno e rischiano la vita, la tortura, il lavoro meritano che noi siamo uomini degni della nostra libertà.  Dall’inizio di questa tragedia iraniana, mi sento più sorella di prima di tutti gli uomini e soprattutto delle donne islamiche che vivono nel mondo e nel nostro paese. Vedo un velo e sorrido: mi sento così uguale a loro ! In fondo, ovunque, da sempre, tutti cerchiamo di essere liberi.  Piange il cuore a pensare all’Iran privato della libertà con la violenza ma sorride  anche l cuore perché attraverso questo dolore, che non avremmo voluto sopportare, aumenta la vicinanza con altri popoli e altre culture. Che il mondo sia verde, come la rivoluzione dei giovani iraniani :-)

Scriveva Etty Hillesum (ebrea olandese,  per scelta deportata ad Auschwitz, attenta osservatrice del proprio terribile tempo): Si vorrebbe essere balsamo per molte ferite. (Maddalena Di Tolla Deflorian)

dalla pagina web http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/esteri/iran-fatemeh/fatemeh-karimi-4/fatemeh-karimi-4.html

Fatemeh Karimi è una studentessa iraniana che, come tanti altri, sta vivendo questi giorni di paura, rabbia ed emozioni. Giorno per giorno, riferisce sul nostro sito quello che vede e sente, quello che vedono e sentono i suoi amici. Fatemeh scrive anche sul sito “AgendaComunicazione.it” che da tempo si occupa dei temi dell’informazione e che dà molta attenzione alla vicenda iraniana.

TEHERAN – Non è facile fare uscire questi pensieri e queste notizie, non è facile nemmeno comunicare tra noi. Non è opportuno uscire di casa: ci sono guardie armate ovunque. Si cerca chiunque abbia anche solo l’aspetto di essere potenzialmente un nemico del regime. Il rischio è di essere coinvolti in sparatorie o pestaggi. Bisogna stare attenti a tenere in mano il proprio telefonino oppure una macchina fotografica.

Lo sciopero islamico. Ieri, dopo la pubblicazione nel web del nono comunicato del nostro Presidente Mira Hossein Mousavi, tra gli amici rincuorati, è iniziato il dibattito – di persona e attraverso i blog – sul programma dei prossimi giorni.

Mi sono esaltata sia per il comunicato sia per le affermazioni di sdegno dell’ex presidente Mohhamad Khatami. Ci hanno dato nuove speranze e nuove energie per continuare nonostante tutte le repressioni e le brutalità che stanno compiendo in questi giorni di sangue.

Alla fine, vista la difficoltà di manifestare per le strade, si è deciso di organizzare, l’Etekaf, lo sciopero verde islamico, in tutto l’Iran nei giorni consentiti dalla legge islamica dal 15 al 17 Tir, secondo il calendario persiano e dal 13 al 15 del mese di Rajab per quello arabo (dal 6 all’8 luglio per il vostro). “Ogni azione non deve essere contro le leggi islamiche”: questo dobbiamo ricordarci. Quindi i giorni consentiti per lo sciopero sono gli ultimi dieci del mese del Ramadan e quelli “bianchi” del mese di Rajab: così non infrangiamo né il diritto Coranico né le leggi della Repubblica .

Dunque la protesta va avanti con le manifestazioni indette per giovedì 2 (oggi) e 9 luglio. Cosa faremo? Oltre a gridare “Allaho Akbar” tutte le sere dai tetti delle case, scriveremo sulle banconote, ritireremo i soldi e chiuderemo i nostri conti nelle banche statali, inoltre continueremo il boicottaggio dei prodotti pubblicizzati dalle Tv di stato.

Lo “sciopero islamico” si attua con precise modalità. Anche perché, così, non può essere vietato. I partecipanti devono fermarsi dalle loro attività quotidiane e quindi non vanno a lavorare. L’Etekaf deve avere dietro un pensiero (fioretto) preciso, con un fine predeterminato. Gli scioperanti si recano nelle moschee che diventano, così, il centro dello sciopero. In questo caso il comunicato raccomanda di andare al Mausoleo dell’Imam Khomeini, oltre che in tutte le altre moschee del Paese.

L’Etekaf non deve durare meno di tre giorni e i partecipanti non devono lasciare la propria postazione nella moschea scelta: si può anche partecipare restando a casa. L’importante è astenersi dalle attività e pensare all’obiettivo dello sciopero.

I partecipanti devono inoltre digiunare durante i tre giorni come nel mese di Ramadan, perciò non si deve bere e mangiare dall’alba al tramonto.

Questa è stata una grande idea secondo me, molto intelligente, visto che ci consente di protestare legalmente, rimanendo in quel “rispetto delle regole” più volte affermato dal nostro Presidente Mir Hossein Mousavi.

Picchiato perché aveva la macchina fotografica. Un mio caro amico, assieme ad altri suoi amici, stava passeggiando e aveva una piccola macchina fotografica in mano: non stava scattando, non stava facendo niente. Senza alcun motivo, un gruppo di poliziotti, lui non ricorda bene chi fossero, li ha inseguiti: gli altri sono riusciti a scappare, ma lui è stato preso. Lo hanno massacrato di botte. In qualche modo è arrivato in ospedale, gli hanno fatto una Tac al cranio. Ha la schiena distrutta dalle manganellate, ma quando l’ho chiamato mi ha detto che continuerà a partecipare alle manifestazioni e che con questo non l’hanno intimidito.

Mi piange il cuore e mi chiedo il perché: non siamo giovani anche noi? Perché non abbiamo il diritto di un’esistenza normale come tanti altri? Questa non è vita, ormai qualcosa si è spezzato per sempre, non riusciranno più a farci stare buoni come vogliono loro.

In qualsiasi modo inventandoci forme di protesta continueremo la nostra protesta pacifica. Da ieri si possono utilizzare nuovamente gli sms: hanno levato il filtro, ma noi non vogliamo più usarli per creare un danno economico al governo; ma sul web qualcuno ha proposto invece di utilizzarli per una nuova forma di protesta: su questo ho scritto un nuovo articolo per l’Agenda News

Iran: elezioni truccate e spari sulla folla con morti e feriti. E noi?

La notizia: Iran in fiamme, elezioni truccate secondo le opposizioni, seri dubbi espressi sulla loro regolarità dalla stampa straniera, due milioni di persone in piazza a Teheran, centinaia di migliaia nel resto del paese. Le milizie private fedelissime ad Ahmadinejad (i Basij) sparano sulla folla in un quartiere centrale della capitale, Teheran. Sicuramente un morto, forse più nella sola capitale e altri in altre città (le notizie girano sui blog stranieri, inviate da cittadini iraniani). Altri spari uditi in altri quartieri di Teheran. La stampa straniera fermata e ostacolata. Centinaia di oppositori in carcere.

Il commento: Santo cielo: chi aiuterà l’Iran ? Il nostro dovere di europei oggi è mantenere la massima allerta e di far sentire al regime di Ahmadinejad la nostra pressione: deve fermare le violenze contro i manifestanti e indire nuove elezioni con osservatori internazionaliS

Scriveva Etti Hillesum, ebrea olandese prigioniera in campo di concentramento “Si vorrebbe essere balsamo per molte ferite”

Io vorrei essere loro balsamo, ma l’Iran è lontano. Gli italiani in particolare in questo momento dovrebbero impegnarsi per contrastare la deriva autoritaria e opaca del governo italiano: noi che siamo ancora liberi dobbiamo esserne degni, per aiutare con la nostra saldezza sui valori e con la nostra forza morale chi, come l’Iran, oggi soffre.

Scarpe a Bush: cosa racconta quel gesto

La notizia: Muntazar al Zeiha giornalistairaqè un giornalista di 28 anni. Viva  a Baghdad, lavora per la tv irachena  Al Baghdadia. Il 15 dicembre ha lanciato le sue scarpe contro il Presidente uscente degli Stati Uniti George Bush, durante una conferenza stampa, svoltasi in occasione di una visita ufficiale, l’ultima di Bush, in Iraq. Bush ha schivato il lancio, è rimasto poi con un sorriso sospeso di fronte al fatto, non ha chiesto al giornalista di discutere del suo gesto, non ha chiesto che si evitasse il suo fermo. Il giovane giornalista è stato immediatamente immobilizzato a terra – come si vede dalle immagini diffuse in internet  (Repubblica TV Speciale Iraq dicembre 2008)- dalle forze di sicurezza irachene e statunitensi presenti in sala. Nelle immagini si sentono grida soffocate del giovane a terra, si percepisce  il rumore sordo di apparenti colpi  ma non si vede cosa stia accadendo all’arrestato. Il parlato delle immagini è in arabo, tuttavia una parola si capisce bene ed è “camera, camera”, pronunciata più volte dagli uomini della security irachena. Guardando le immagini, si nota che gli uomini che dicono ripetutamente “Camera, camera” alzano le mani, coprono con i loro corpi la vista dell’uomo a terra, impediscono di fatto le riprese, chiedono con quel “Camera, camera” che i giornalisti non riprendano cosa sta accadendo. Di fatto i cameramen presenti non riprendono l’uomo a  terra.

Il 31 dicembre dovrebbe avere inizio il processo contro l’uomo (che pare aver chiesto scusa al Premier dell’Iraq, Maliki), e che rimane ora imprigionato in carcere. Il Giudice avrebbe negato la libertà su cauzione. Notizie del 17 dicembre dicono che il Giudice che aveva convocato una prima udienza, ne avrebbe spostato invece la data di alcuni giorni, perché l’imputato non sarebbe presentabile. Il fratello,  la famiglia di al Zeiha e il suo avvocato, infatti dicono che l’uomo sarebbe stato pestato a sangue e dunque ipotizzano che la scelta del Giudice di non farlo comparire sarebbe di opportunità. Ipotizzano infatti che se gli iracheni vedessero come è stato conciato l’imputato, – per molti divenuto un eroe dell’ antiamericanismo iracheno, con duecento avvocati dichiaratisi pronti a difenderlo e varie manifestazioni di piazza a suo favore-,  ci potrebbe essere una sollevazione popolare. L’uomo rischia per la legge irachena dai cinque ai 15 anni di carcere, è stato imputato di “aggressione contro Capo di Stato in visita ufficiale”.

Commento: Il Presidente della più grande e potente democrazia del mondo, dopo aver distrutto il paese di quel giovane con una guerra fallimentare, motivata con una manifesta bugia (armi di distruzione di massa e presidi terroristici, inesistenti allora in Iraq) , dopo aver lasciato devastare le risorse economiche e sociali del paese, di fronte ad un insulto grave ma che dovrebbe far riflettere, da parte di un uomo inerme, che con un gesto plateale di protesta ha sollevato un enorme problema, rischiando in proprio,  sorride come un beota mentre  questo accade, sapendo che le garanzie dei diritti degli imputati e dei carcerati in quel paese sono deboli. Lo sono anche nel suo paese e nella sua giurisdizione, del resto, per sua stessa volontà, come abbiamo appreso da Guantanamo e Abu Ghraib. Bush avrebbe dovuto chiedere subito un pubblico confronto con il giovane (da ospite non gli sarebbe stato negato), cercare di capirne le ragioni, cercare di uscire da questa figuraccia come un uomo forte e giusto, che dialoga con i propri avversari, e soprattutto scoraggiare del tutto il suo arresto immediato, chiedere di andare a visitarlo in carcere, per evitare le botte, le persecuzioni, un processo surreale e pericoloso per l’uomo. Bush avrebbe dovuto mettere subito a disposizione del giovane giornalista la stampa straniera, altro che lasciare che lo arrestassero!

Successiva notizia: Il 15 dicembre il New York Times ha pubblicato stralci della bozza ufficiosa di un rapporto  federale sugli esiti della guerra in Iraq e soprattutto della cosidetta ricostruzione. Sintesi del rapporto: la guerra è fallita, la ricostruzione è fallita, l’Iraq oggi è impoverito, ingovernato e ingovernabile, insicuro, corrotto, diviso tra fazioni, debole nelle relazioni internazionali, soprattutto ai propri confini, preda delle speculazioni innanzitutto degli affaristi statunitensi, permeabile al terrorismo (ora si).

Allego l’ articolo a questo dedicato da Repubblica:

BAGDAD – Un rapporto federale di 513 pagine ripercorre la storia della ricostruzione in Iraq. E mette in luce il fatto che il piano iniziale era pieno di difetti già prima dell’ invasione. Gli organizzatori del Pentagono, infatti, erano ostili all’ idea di ricostruire un paese straniero e hanno trasformato i loro progetti in un fallimento da 100 miliardi di dollari, per colpa della burocrazia, dell’ escalation della violenza e dell’ abissale ignoranza della società e delle infrastrutture irachene. “Hard Lessons: The Iraq Reconstruction Experience” (Lezioni amare, l’ esperienza della ricostruzione dell’ Iraq) è il primo resoconto ufficiale, ancora in bozze, di questo fallimento. Una delle conclusioni del rapporto è che quando la ricostruzione iniziò a essere in ritardo rispetto alla tabella di marcia – specialmente nel settore cruciale della formazione di una polizia e un esercito iracheni – il Pentagono si limitò a sbandierare dati gonfiati ad arte e progressi inesistenti per mascherare gli insuccessi. L’ ex segretario di Stato Colin Powell, si legge per esempio nel rapporto, avrebbe detto nei mesi successivi all’ invasione del 2003 che il “Dipartimento della Difesa continua a inventare cifre sulle forze di sicurezza irachene: afferma che aumentano di 20.000 unità alla settimana, che ne abbiamo addestrati 80.000, poi 100.000 e adesso 120.000!”. A cinque anni di distanza da quando si è avventurato nel più ampio progetto di ricostruzione all’ estero dai tempi del Piano Marshall, il governo americano ha dimostrato di non avere né le capacità politiche e tecniche né la struttura organizzativa necessarie a intraprendere un programma di questa portata. Il messaggio più deprimente potrebbe essere racchiuso nel finale di questa vicenda: le cifre nude e crude dei servizi di base e della produzione industriale raccolte per questo rapporto rivelano che nonostante tutti i soldi spesi e a dispetto di tutte le promesse fatte, lo sforzo della ricostruzione non ha conseguito niente di più che riparare ciò che era andato distrutto durante l’ invasione e il saccheggio frenetico che la seguì. Alla metà del 2008 – si legge nel rapporto – per la ricostruzione dell’ Iraq si erano spesi 117 miliardi di dollari, 50 dei quali provenienti esclusivamente dai versamenti dei contribuenti statunitensi. Nel rapporto c’ è un inventario di nuove rivelazioni che mostrano l’ atmosfera di caos assoluto – spesso anche velenosa – che è prevalsa durante gli sforzi per la ricostruzione. Eccone alcuni esempi: quando nell’ agosto 2003 l’ Office of Management and Budget si tirò indietro di fronte alla richiesta improvvisa da parte dell’ Autorità statunitense di occupazione di ricevere 20 miliardi per nuovi progetti di ricostruzione, un lobbista repubblicano che lavorava per l’ Autorità fece rimproverò aspramente Josha Bolten, allora direttore dell’ Office of Management and Budget e oggi segretario generale della Casa Bianca. “Rimandare la disponibilità di questi fondi comporterebbe un disastro politico per il presidente” scrisse il lobbista, Tom Korologos. “La sua elezione dipende in buona parte dalla possibilità di dimostrare progressi tangibili in Iraq e se quest’ anno i finanziamenti non saranno concessi, i progressi si arresteranno”. Con l’ appoggio dell’ Amministrazione, il Congresso qualche mese più tardi allocò i fondi richiesti. Un funzionario civile dell’ Agenzia Usa per lo Sviluppo Internazionale a un certo punto viene incaricato di determinare in sole 4 ore quante miglia di strade irachene sarebbe stato necessario riaprire e risistemare. Il funzionario eseguì una ricerca nella biblioteca dell’ agenzia e la sua previsione entrò a far parte del piano generale. I finanziamenti per molti dei progetti locali di ricostruzione sono spartiti da uno spoils system controllato da politici di quartiere e capi tribali. «Sul controllo delle risorse – ha detto un funzionario dell’ Ambasciata Usa – il nostro presidente del consiglio distrettuale è diventato una sorta di Tony Soprano; uno che ordina di usare il suo appaltatore, altrimenti i lavori non saranno eseguiti». (Copyright New York Times-La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti) – JAMES GLANZ CHRISTIAN MILLER

Commento finale: Quel gesto ci racconta quindi, mille cose complesse, da tenere ben presenti. Insomma, è stato un gesto di terribile realistico giornalismo, vissuto sulla carne del giornalista stesso. Eppure Bush ride sornione, presto sarà in una ricca pensione, mentre un giovane di 28 anni, in un paese che ha disperatamente bisogno di cervelli liberi e costruttivi, rischia di perdere i migliori anni della propria vita per un lancio di scarpe. Non amo gli eroi per nulla, amo la libertà, amo che la gente sia felice, vorrei che quel giovane avesse usato meglio la propria rabbia per diffondere il rapporto federale nel suo paese, vorrei che fosse libero e audace  ma con l’arma della parola, fuori dal carcere. A noi spetta di essere però degni della nostra libertà,  restando lucidi.

Centro Difesa Diritti Umani di Shirin Ebadi, Iran: chiuso dalla polizia

La brutta notizia:

(dal sito di repubblica.it) TEHERANLa polizia iraniana ha fatto irruzione e chiuso d’autorità il quartier generale del Centro dei Difensori dei Diritti Umani, organizzazione non governativa guidata dall’avvocato Shirin Ebadi, la pacifista e femminista insignita nel 2003 del premio Nobel per la Pace per il suo impegno a favore delle donne, dell’infanzia e dei dissidenti.

Lo ha denunciato la vice di Ebadi, Narges Mohammadi, secondo cui all’operazione hanno preso parte agenti in uniforme di ordinanza ma anche altri in borghese, probabilmente appartenenti dunque ai corpi speciali. “Hanno messo i sigilli al nostro ufficio e ci hanno intimato di sgomberarlo senza opporre resistenza. C’è anche la signora Ebadi”, ha precisato.

“Non abbiamo altra scelta che andarcene”. Durante l’incursione è stato fatto l’inventario dei beni di proprietà dell’associazione. “Non ci hanno mostrato l’ordine di perquisizione emesso dalla magistratura, ce ne hanno soltanto comunicato il numero di protocollo”, ha accusato la militante.

Secondo Mohammadi, diverse decine di poliziotti di rinforzo si erano radunati davanti all’edificio, situato nella parte nord-occidentale della capitale iraniana. Proprio oggi il gruppo umanitario avrebbe dovuto celebrare nella sua sede una cerimonia per commemorare, a posteriori, il sessantesimo anniversario della fondazione, caduto il 10 dicembre scorso; quello stesso giorno Ebadi, 61 anni, prima donna di fede musulmana a ricevere il Nobel per la Pace, si trovava a Ginevra, presso il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dove ha pronunciato un discorso con cui ha lanciato un appello per il riconoscimento di un ruolo più ampio alle Ong nelle attività dell’organismo Onu e di altri enti ufficiali analoghi.

Fondato dalla battagliera avvocatessa insieme a quattro colleghi lo stesso anno in cui le fu conferito il Nobel, il Centro dei Difensori dei Diritti Umani è considerato la principale entità per la tutela delle libertà civili esistente nella Repubblica Islamica. Ha difeso sistematicamente innumerevoli oppositori, prigionieri politici, dirigenti dei movimenti studenteschi e personalità perseguitate per la loro lotta a favore della libertà di coscienza. Di recente si è distinto in particolare per l’appello, rivolto al regime degli ayatollah, affinché siano bloccate le continue esecuzioni di condannati per reati di minore gravità. Il mese scorso, durante un raduno dell’organizzazione, Ebadi attaccò il nuovo codice penale iraniano, sottolineandone il mantenimento delle discriminazioni a danno delle donne e l’interpretazione a suo dire “scorretta” dei principi dell’Islam.

Commento: Da ora siamo tutti meno liberi. Perché la Ebadi ha sempre difeso i diritti civili  degli iraniani, perché lo ha fatto costruendo una memoria storica e una mappatura delle violazioni delle leggi e dei diritti, perché ha usato uno strumento potente: la civiltà giuridica. Questa mossa del Governo iraniano è preoccupante. Finora il Centro e la Ebadi stessa, grazie al suo prestigio mondiale come Premio Nobel per la Pace, erano stati risparmiati dal regime. Significa che da oggi il Governo cambia passo. Speriamo che alla donna che ha fondato e animato il Centro, Shirin Ebadi, nessuno faccia del male e che le si lasci la libertà.  Per la sua tutela ma anche per una maggiore forza dei liberali del suo paese. L’Europa e anche Barak Obama devono intervenire subito, facendo pressioni sul Presidente iraniano. Forse ,se Obama riuscisse a far comprendere all’Iran che gli Stati Uniti insieme all’Europa vogliono cooperare e non vogliono imporre  – per esempio con le armi, come stoltamente hanno ventilato nei mesi scorsi Bush e Condoleeza Rice – una campio di atteggiamento sreciproco sarebbe possibile, a vantaggio anche dei diritti civili in Iran.