Sentenza per la vicenda di Acciaierie di Borgo

BORGO. Mille euro a ciascun cittadino di Borgo costituitosi parte civile (sono 267), 40 mila euro al comune di Borgo e 10 mila al Wwf oltre a 57 mila euro di ammenda e al pagamento della perizia. Questo prevede l’ordinanza del giudice Carlo Ancona che ha ammesso all’oblazione le Acciaierie di Borgo. E che lascia la porta aperta ad eventuali cause civili. Il totale è di circa 470 mila euro (a fronte di una richiesta di 21 milioni) e chiude il capitolo su emissioni non autorizzate, getti pericolosi e messa in pericolo dei lavoratori.

La parola fine nell’udienza del 26 gennaio quando dovrebbe chiudersi la parte relativa ai falsi e alle violazioni infortunistiche (accuse anche queste mosse dalla pm Alessandra Liverani) per i quali è possibile che si sceglierà, per Leali e Spandre, il patteggiamento.

Ma veniamo all’ordinanza. Il giudice riconosce il danno non patrimoniale «intervenuto in ragione della perdurante sensazione di apprensione e di disagio fisico» ai cittadini di Borgo e il danno al Comune «sia perché soggetto esponenziale della relativa comunità sia per la spesa che si è dovuto accollare per la pulizia delle polveri». Ritenuta anche idonea la somma offerta (sempre dalle stesse Acciaierie) al Wwf. Riconosciuto anche l’accantonamento di 50 mila euro per l’eventuale bonifica del suolo agricolo limitrofo inquinato.

Non è stato invece ravvisato il danno per le parti civili che vivono vicino a Borgo o che a Borgo hanno i riferimenti di lavoro o di studio. Stessa cosa per la Comunità di valle, gli altri comuni della Valsugana e del Tesino e la Provincia. E poi il giudice scrive: «Tutte le patologie o i danni a cose che le parti hanno lamentato, in particolare il tema di potenziale effetto teratogeno degli inquinanti, di depositi sul suolo agricolo e di determinazione di decessi per forme tumorali, fanno riferimento necessariamente ad una esposizione a polveri inquinanti di lunga durata» mentre «il procedimento penale si occupa di precise responsabilità personali per condotte realizzate in un ambito di tempo altrettanto precisamente delimitato».

Ed è in questo passaggio che Ancona specifica che gli eventuali effetti dannosi per la salute umana provocati dalla protratta esposizione, dovranno esser presi in considerazione eventualmente in sede civile. Condizione necessaria per essere ammessi all’oblazione la verifica che i danni provocati dall’azienda – quelli eliminabili – fossero cessati. E il «controllo» era stato affidato al perito Angelo Borroni del Politecnico di Milano. La sua relazione è molto corposa e frutto di diversi sopralluoghi nello stabilimento e dà atto alle Acciaierie di aver effettuato, negli ultimi due anni, investimenti di grande dimensione per cui, scrive Ancona, «appare ragionevole confidare nel completamento di opere come muri di sigillazione e coperture di riparo che hanno bisogno di autorizzazione urbanistica, ma non rappresentano un impegno economico particolarmente oneroso».

È stato anche verificato il rispetto dei limiti di legge. E poi l’ultima sottolineatura: «Non è compito del giudice vigilare sulla correttezza urbanistica ed amministrativa della collocazione in una valle urbanizzata come la Valsugana di un’attività inevitabilmente inquinante qual è un’acciaieria, e neppure stabilire quale debba essere in astratto o in concreto il livello di tollerabilità delle emissioni, o se abbia rilievo a riguardo la loro diluizione nello spazio».

Monte Zaccon: prime condanne, confermano le tesi di inquinamento illegale

La notizia: Sono arrivate in udienza preliminare le prime condanne e i patteggiamenti (annunciati) nella vicenda dello stoccaggio illegale di rifiuti pericolosi nella discarica del sito di Monte Zaccon, presso Marter, in Valsugana.

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Quattro degli indagati hanno deciso di percorrere la via del patteggiamento davanti al gup Carlo Ancona. Si tratta di Luca Bonomi (direttore della Ripristini Valsugana), Floriano Tomio (addetto agli scarichi e allo smaltimento dei rifiuti) , Annamaria Zaccherini e Gianbattista De Giovanni (la prima chimica, il secondo amministratore del laboratorio Ares di Calcinato(Bs), che effettuava le analisi taroccate). Bonomi ha patteggiato un anno e 5 mesi per il reato di traffico illecito di rifiuti. Tomio ha patteggiato per smaltimento illecito di rifiuti 4 mesi (poi convertiti) con derubricazione del reato.   Annamaria Zaccherini ha patteggiato un anno e 4 mesi per concorso in smaltimento illecito continuato e falso.  Ha infine patteggiato per traffico illecito di rifiuti e falso un anno e 4 mesi, Gianbattista De Giovanni.  Si sommano poi due oblazioni (denaro pagato come sostituzione della condanna penale) , quelle del padovano Christian Frelich e del mantovano Mauro Riccardi. Il primo era responsabile della sicurezza delle Acciaierie Venete di Padova che conferivano rifiuti in Valsugana, il secondo consigliere delegato della società di intermediazione Inergeco srl: entrambi hanno pagato 13 mila euro a testa per lo smaltimento illecito e altri 70 mila euro come risarcimento.

Parti civili: Il giudice ha ammesso la costituzione di parte civile della Provincia di Trento, dei comuni di Trento e Roncegno, del Wwf e dell’ordine dei chimici, cui ieri s’è aggiunta anche quella della Sativa(la società che conferiva parte dei rifiuti da smaltire). Ad esse, gli imputati che hanno patteggiato dovranno versare 4 mila euro per la refusione delle spese di costituzione. I risarcimenti, invece, saranno quantificati in sede civile. L’udienza è stata aggiornata a venerdì prossimo(26 marzo): Simone Gosetti, responsabile della Ripristini Valsugana considerato l’organizzatore del traffico, andrà a giudizio.

Polemica sui monitoraggi: Il perito della Procura Alessandro Iacucci è intervenuto  sulle dichiarazioni rese da  Presidente della Giunta di Trento Lorenzo Dellai alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Il presidente, in quella sede, aveva detto che Iacucci avrebbe applicato il metodo più rigoroso dei due esistenti nel rilevare gli elementi inquinanti. Iacucci ha risposto che si tratta di una affermazione «infondata, fuorviante e lesiva del lavoro svolto» perché «nessuna normativa sino ad oggi emanata in materia ambientale ambientale, sanitaria, agraria, alimentare e commerciale prevede metodi a diversa rigorosità».


Il commento: I patteggiamenti dimostrano che la Procura aveva ragione: l’inquinamento c’è stato e il laboratorio che effettuava le analisi ha taroccato i dati. Questo caso allarmante si somma ad altre recenti vicende, che sommate danno un quadro disarmante dei controlli e della situazione ambientale del Trentino. Negli ultimi tre / quattro anni ricordiamo la serie di eventi: danno al ghiacciaio della Marmolada a causa dei lavori di una strada sul ghiacciaio per costruire nuovi impianti di risalita, denunciati da Mountain Wildnerness e non scoperti dai controlli pubblici, furto di acqua e neve dai laghi glaciali in Presena per realizzare illecitamente neve artificiale, danni irreparabili alla cavità in Paganella denominata Bus del Giaz per la costruzione di una criticata nuova pista da sci, smaltimento illegale di rifiuti pericolosi nella discarica di Monte Zaccon (Valsugana), smaltimento illecito di apirolio (cancerogeno) nei terreni adiacenti alla ex fabbrica Europa Steel, gestione irregolare della discarica (di per se discutibile) di inerti presso Tenno, gestione irregolare della discarica di Sardagna, gestione irregolare dei terreni inquinati da idrocarburi della ex Star Oil, irregolarità nella gestione e nei controlli delle Acciaierie di Borgo Valsugana. Se a questo aggiungiamo che la Giunta provinciale continua a minimizzare, che chiunque muova delle critiche viene tacciato di essere un disfattista (vedi associazioni ambientaliste), che l’APPA e gli uffici della VIA sono depotenziati, che le stazioni della Forestale sono sguarnite per carenza di personale, che i Parchi naturali vedono i fondi ridotti, che per i biotopi non esiste una vigilanza specifica,  il quadro è grave. E grave è la scarsa consapevolezza di una situazione che sta peggiorando da parte del Consiglio Provinciale, dei Comuni trentini e della Giunta.

L’ultima chicca è il tentativo di depotenziare perfino il ruolo dei Guardiaparco (vedi articolo specifico, subito sotto questo su questo blog ).

I cittadini devono ribellarsi.

Guardiaparco: la Provincia vuole depotenziarli

La notizia: Esiste una bozza di “razionalizzazione” (che le associazioni hanno potuto conoscere solo per vie traverse) che prevede il depotenziamento- attraverso l’accorpamento nel Corpo Forestale provinciale-  dei Guardiaparco, che si accosta allo stesso tentativo previsto in un regolamento (tenuto di fatto segreto) che avrebbe dovuto fare la stessa operazione con Guardiacaccia e Guardiapesca delle rispettive associazioni venatorie, e infine anche dei Custodi Forestali. Questa seconda fase farebbe seguito al precedente e già operativo accorpamento delle ex guardie ittico-venatorie e degli ex sorveglianti idraulici.

I sindacati e le associazioni ambientaliste sono intervenuti duramente e decisamente contro quella che a tutti gli effetti evidentemente era una tentata( e forse fermata) operazione di svuotamento e indebolimento ulteriore dei controlli ambientali provinciali, dopo il clamoroso depotenziamento dell’Ufficio VIA degli anni scorsi e dopo la riduzione dei fondi per i Parchi naturali.

Il commento: Innanzitutto manca un programma chiaro, che faccia da contesto di senso a questi previsti passaggi. La volontà che emerge è sicuramente quella di trasformare di fatto in un ruolo puramente tecnico quello delle figure che oggi hanno valenza giuridica (Custodi Forestali e Guardiaparco oggi sono Ufficiali di Polizia Giudiziaria, le nuove regole toglierebbero invece ad entrambe le figure questo potere, dunque le renderebbero inoffensive per inquinatori, bracconieri, trasgressori). Invece è evidente come il Guardiaparco dia senso all’esistenza stessa dell’area protetta: senza un corpo di controllori riconosciuti come autorevoli, grazie alla loro dotazione giuridica, il governo del territorio del Parco e il rispetto delle regole del Piano del parco saranno inattuate e inattuabili. Accorpare queste figure nella Forestale comporterebbe senza dubbio perdita di specificità e dispersione nelle variegate attività della Forestale. Si perderebbero la conoscenza approfondita dei luoghi del Parco e le competenze che il Guardiaparco si crea lavorando nella !squadra” di operatori del Parco, accanto al resto dello staff.

Oggi le stazioni forestali vengono ridimensionate per carenza di personale, dunque i Guardiaparco portati nel Corpo così impoverito sarebbero dirottati su altre attività e non sulla sorveglianza dentro le aree protette. In pratica i Parchi senza Guardiaparco dipendenti direttamente dagli Enti di gestione sarebbero sempre più portati verso la promozione turistica in assenza di rigorosi controlli sul territorio.

Documento con le osservazioni delle associazioni ambientaliste Legambiente, LIPU, Italia Nostra, Mountain Wilderness , WWF sull’accorpamento dei guardiaparco

Per quanto attiene invece al tentativo di accorpamento dei Custodi Forestali, altre figure storiche prestigiose e locali del controllo del territorio, si veda il sito della Libera Associazione dei Custodi Forestali Custodi Forestali


Ospedale a Mezzolombardo: evacuato, strutture insicure

La notizia: evacuato in data 26 gennaio 2010 l’Ospedale San Giovanni di Mezzolombrdo (TN), a servizio di 35.000 residenti. La ragione: rischio strutturale, a seguito di controlli in profondità (“invasivi” li chiamano i tecnici) eseguiti a seguito della recente (1 luglio 2009) entrata in vigore elle nuove procedure sulla sicurezza degli edifici, velocizzata dopo il sisma dell’Abruzzo. Questo il link al comunicato stampa della Provincia di Trento che spiega la motivazione dell’evacuazione. Nessun segno evidente o crepa faceva intuire quanto invece i tecnici hanno potuto dimostrare con indagini specifiche. L’’ingegner Corrado Segata, incaricato dall’azienda sanitaria al termine di sondaggi, carotaggi e prove di resistenza,ha rifiutato di certificare l’idoneità dell’edificio. L’Ospedale è stato costruito a fine ottocento, poi ristrutturato e ampliato dopo la seconda guerra mondiale, quando fu ceduto alla Provincia di Trento. Negli ultimi dieci anni nell’ospedale sono stati investiti  1 milioni de e 300.00 mila euro.

Nella conferenza stampa di martedì il Presidente della Giunta Provinciale Lorenzo Dellai ha così spiegato (come riporta il comunicato stampa della PAT nr 163 del 26.01.2010 di cui sopra li link)

“I controlli effettuati  hanno fornito dei dati molto seri e quindi l’ordinanza che ho firmato stamani era d’obbligo. Intendiamo aprire da subito un tavolo di confronto comune con le autorità locali e la comunità di Mezzolombardo per decidere nelle prossime settimane quale sarà il futuro di questo polo sanitario nel contesto più generale della salute in Trentino.”
“Le recenti normative in materia di progettazione e verifica emanate a seguito del terremoto dell’Aquila ed entrate in vigore il 1 luglio 2009 – ha spiegato l’assessore Ugo Rossi – hanno indotto l’Azienda provinciale per i servizi sanitari ad intensificare i controlli sulle sue strutture. È incredibile quello che abbiamo scoperto e che nessun segnale evidente lasciava presagire”.
“Sono stata avvisata ieri sera – ha detto il sindaco di Mezzolombardo Anna Maria Helfer- e da subito abbiamo iniziato ad analizzare la situazione per le sue conseguenze nell’immediato presente ma proiettandoci anche nel futuro, considerato che la popolazione della Piana che fa riferimento alla struttura è di circa 35.000 persone. Sappiamo che ci sarà qualche disagio da sopportare, ma la sicurezza dei pazienti e del personale che lavora nell’ospedale richiedeva di intervenire con la massima tempestività.”
“E’ stata un’azione di prevenzione – ha detto infine il direttore dell’Apss Franco Debiasi – visto che non c’erano segnali evidenti di crollo. Abbiamo messo a punto nelle ultime ore un piano di emergenza, che prevede il trasferimento dei pazienti a partire dalla fine della mattinata, al Santa Chiara e a Cles per quanto riguarda la geriatria. Rimangono attive il padiglione nord e il blocco sud, la guardia medica, le cure palliative.”

È vero che il San Giovanni è stato oggetto di diversi interventi dal 1999 ad oggi, ma si è sempre trattato di lavori di manutenzione delle finiture che hanno interessato pavimenti, controsoffitti, miglioramenti generali che non hanno però comportato modifiche strutturali.
Le opere avviate recentemente invece non sono di questo tipo: per questo, oltre che per il rispetto della più recente normativa in materia, si è voluto condurre una verifica più accurata. La recente indagine cui sono stati sottoposti solai e pilastri viene definita dai tecnici “invasiva” proprio per la “profondità” delle ispezioni condotte. Avviata nel secondo semestre del 2009, praticamente subito dopo l’entrata in vigore della normativa nazionale, sta producendo una serie di dati che non sono ancora definitivi. “Ma quanto abbiamo finora in mano – ha aggiunto l’assessore Rossi – è sufficiente per descrivere una situazione molto grave a fronte della quale sarebbe da irresponsabili non intervenire”.
Di qui il piano di azione messo a punto ieri sera nella sede dell’Assessorato alla salute presenti, accanto ai vertici dell’Azienda sanitaria anche il responsabile della protezione civile e del progetto grandi opere della Provincia autonoma.
Le strutture a rischio crollo sono l’edificio storico ed il blocco Ovest; non risultano a rischio invece il blocco Sud ed il padiglione Nord.
Nel dettaglio, l’edificio storico ospita i servizi di medicina generale, il day hospital, la cardiologia riabilitativa, il day surgery ortopedico chirurgico, l’endoscopia digestiva e la radiodiagnostica.

I giornali riportano alcuni dati dalla relazione tecnica: Il calcestruzzo prelevato nei solai  ha una bassa resistenza di 40 chilogrammi per centimetro quadrato (la legge ne richiede 250). Le pareti sopportano carichi effettivi pari all’80 per cento delle possibilità (per legge dovrebbe essere il 20 per cento ).  Alcuni solai appoggiano su pareti divisorie, realizzate con mattoni spessi 12 centimetri. Il tetto spinge sulle pareti laterali degli edifici, realizzate in pietra e mattoni.
Alcuni solai sono spessi solo 20 centimetri, di cui 10 di soletta, e realizzati con calcestruzzo scadente.
«Ci sono gravi errori di esecuzione»ha dichiarato alla stampa  l’ingegner Trentinaglia, dell’Azienda Sanitaria trentina “carenze nell’esecuzione di interventi sui solai realizzati a metà del Novecento”.

Documenti utili:

Il comunicato stampa Provincia Autonoma di Trento nr 163 del 26 gennaio 2010, che informa delle ragioni dell’evacuazione (mancano i dati tecnici riportati poi dai giornali, però)

Ordinanza del Presidente della Giunta Provinciale di Trento di evacuazione delle aree dell’ospedale dichiarate inidonee per ragioni strutturali di sicurezza

Dal sito web del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici il DM 14.1.2008 sulle Norme tecniche per le costruzioni, Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nr. 29 del 4 febbraio 2008, Suppl. ordinario nr 30 (Notare che da anni esisteva un regime transitorio, che permetteva di adeguarsi entro giugno 2010, a seguito del sisma d’Abruzzo la data è stata spostata al 30 giugno 2009). Pertanto dal 1 luglio 2009 sono entrate in vigore procedure più rigide.

Galleria fotografica che mostra le condizioni della struttura

Il comunicato stampa di Legambiente


Commento: Legambiente, che da anni si occupa di sicurezza dell’edificato, ha chiesto subito dopo il terremoto d’Abruzzo che in Italia partisse una campagna di indagine sulla sicurezza degli edifici. L’esito della analisi effettuate a Mezzolombardo consente di dire che purtroppo era una richiesta motivata. Si dimostra che l’edilizia in Italia è stata di pessima qualità e che è necessario controllare tutti gli edifici, per evitare altre tragedie come quella siciliana di Favara di pochi giorni fa (un crollo con morti)  e come la tragedia del crollo per terremoto della Casa dello Studente dell’ Aquila, causato anche dalla mancanza di un pilastro, come hanno accertato i tecnici.  Bene ha fatto la Provincia ad evacuare subito, anche se i residenti protestano (paradossale) per il disagio. Quante altre indagini s0no state effettuate sulle strutture vecchie e quante sono in corso? Bisogna investire sulla sicurezza in edilizia, anche in Trentino. Meno soldi agli impianti di sci inutili (esempio collegamento Pinzolo-Campiglio, già stanziati 28 milioni di euro pubblici) e più soldi alla qualità del territorio (anche questo fa muovere l’economia).

Soccorso alpino: quando muoiono gli eroi, e le certezze

La notizia

Il 26 dicembre una tragedia della montagna ha ucciso sei persone, sul Pordoi. Due giovani alpinisti di Udine (Fabio Baron e Diego Andreatta) si erano avventurati in Val Lasties con le ciaspole, per praticare in seguito le cascate di ghiaccio. Forse volevano studiare il tracciato. Il rischio valanghe quel giorno era elevato, il bollettino Niveo-Meteo indicava grado di rischio 4 su una scala di 5, “Pericolo forte”. E le valanghe infatti sono cadute,  sui versanti del Sass Pordoi  ma anche sul passo Fedaia, poco distante, dove i soccorritori sono stati impegnati a lungo nei pressi di una pista da sci per assicurarsi che non ci fosse nessuno sotto la neve. Dopo il tramonto i due giovani ancora non erano rientrati alla base. La compagna di uno dei due ha dato l’allarme. Dalla Val di Fassa sono partiti sette soccorritori, tra i più esperti.

A 2.600, sotto la forcella Pordoi sono stati travolti da una valanga. Quattro soccorritori sono morti sul colpo, trascinati a valle per 400 metri. Gli eroi che sono morti erano Alessandro Dantone, 39 anni di Alba di Canazei, Diego Perathoner, 42 anni di Canazei, Luca Prinoth, 45 anni di Campitello come Erwin Riz, 33 anni.

Erano partiti con loro (e sono sopravvissuti) anche Sergio Valentini, Martin Riz e Robi Platter. Pochi minuti prima delle ore 20 Gino Comelli, capo del soccorso alpino di Canazei che dal Passo Pordoi coordinava le ricerche, sente alla radio che una valanga ha colpito i soccorritori (i suoi ragazzi) . Immediatamente attiva gli altri soccorsi alpini. Arrivano tutti gli uomini disponibili della val di Fassa e poi i colleghi bellunesi di Livinallongo. Una corsa disperata contro il tempo, nella notte buia. I primi ad intervenire sono i tre colleghi, che iniziano subito a scavare nella neve.  La macchina si muove bene, grazie agli anni di esperienza. Quella sera la perfezione tecnica però non ha potuto nulla contro la morte.

All’alba del giorno 27 dicembre sono partiti i soccorritori per recuperare le salme. Impossibile portarle a valle la notte precedente, infatti. Una quarantina di tecnici del soccorso alpino fassano con le unità cinofile, i colleghi dell’Aiut Alpin, i poliziotti.   Contemporaneamente sono iniziate le ricerche dei due escursionisti friulani. I corpi sono stati trovati grazie ai cani. I due ragazzi non avevano con se l’ARVA (Strumento di segnalazione in caso di valanghe) .

Maurizio Dellantonio è il Presidente del Soccorso Alpino trentino. Quel maledetto sabato sera era nella terza squadra di ricerca dei friulani. Nella sua versione della tragedia la valanga ha preso i colleghi alle spalle,  confluendo nel canalone dove si trovavano. Un fronte enorme ha colpito in pieno Diego, Luca, Erwin e Alex. Martin Riz è stato sbalzato fuori, ha sentito le richieste d’aiuto di Platter, ha iniziato a scavare, ha dato l’allarme. La terza squadra è arrivata da sopra , grazie all’Arva ha individuato Sergio Valentini che era più a monte, vivo. Era in piedi con gli sci ancora fissati ma bloccato dalla massa di neve.

Il 29 dicembre si sono svolti i funerali delle quattro vittime trentine, a Canazei. Erano presenti tremila persone. Era presente anche Guido Bertolaso.

La tragedia ha scatenato la reazione dura del capo della protezione civile Bertolaso: «Sono stufo che i nostri soccorritori perdano la vita perché le persone vanno a fare escursioni in modo sprovveduto e senza tenere conto degli allarmi». Gli uomini del Soccorso Alpino alpino però (a partire dal Presidente Maurizio Dellantonio) hanno risposto: in montagna si parte, comunque. Il nostro spirito, con la consapevolezza del pericolo, con gli strumenti per affrontarlo, ci spinge a partire, per salvare i dispersi.

Alcuni articoli con le testimonianze (toccanti, semplici e vere) degli amici e parenti si trovano a questi link

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2009/12/28/ANBPO_ANB03.html (Fiorenzo Perathoner, padre di Diego, deceduto nella tragedia)

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2009/12/28/ANBPO_ANB01.html (Martin Riz, uno dei soccorritori travolti e sopravvissuti)

Lo splendido, denso articolo sui funerali di Franco de Battaglia, il migliore giornalista trentino, uomo delle montagne e del suo popolo, pubblicato dal quotidiano Trentino il 30 dicembre.

http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2009/12/30/AA1PO_AA101.html

Il mio commento:

“Signore, prendi questa rabbia e trasformala in intimità”. Sono le dirette, limpide parole del prete che a Canazei, nel gelo di  un inverno improvvisamente freddo, ha pronunciato ai funerali. Io non credo in Dio e non credo nella Chiesa ma queste parole sono molto belle e aderenti alla  realtà.

Di fronte a morti come queste non ho certezze. Sussurro la mia idea: il Soccorso Alpino opera sempre in condizioni di rischio, fa parte delle regole severe della montagna. Non esiste mai la sicurezza di tornare. Il Soccorso è però il bagaglio più luminoso della nostra esperienza alpina, insieme al volontariato dei vigli del fuoco, di chi mantiene i sentieri e agli Usci Civici. E’ una parte pregnante di noi, popolo della montagna. Ogni tanto qualcosa di terribile oppure di grandioso ci ricorda di questa immensa dignità e responsabilità.

Queste morti devono produrre qualcosa, un cambiamento. Anche se lo diciamo spesso, e tutto resta uguale. Dobbiamo restituire rigore e responsabilità alla cultura del turismo e della frequentazione della montagna. Esiste una sottocultura (creata da noi, popolo delle montagne) dell’accesso alle Alpi illimitato, per tutti, come fosse un luna park, che abbiamo in parte diffuso.  Ma lo sappiamo, di Alpi si muore, se non si ha rigore, se si corre verso la meta con rischio valanghe 4. Dobbiamo smetterla, questa sottocultura, che porta le persone a rischiare per niente, come accaduto ai due poveri giovani friulani. Perché questa mancanza di rigore e rispetto violenta le montagne, il nostro rapporto, la nostra intimità con esse e a volte porta alla morte.

Eppure il vento soffia ancora, accarezza le creste e i ghiacci. Ma nessuna parola saprà mai riportare alle compagne, ai figli, alle famiglie, il sapore della pelle e il sorriso di Alex, Diego, Luca ed Erwin. Chiedo scusa se anche le mie parole  sono in fondo soltanto simboli fragili.

Dalla rabbia, dal dolore:  l’intimità.