Nuovi immaginari: di orsi e di paure … di convivenza e di relazione.

In Alto Adige si vive da qualche anno la “percezione di ritorno”, per così dire, della presenza dell’orso, tornato a riaffacciarsi anche in Alto Adige grazie ad un progetto di respiro europeo che ha avuto inizialmente come cuore il gruppo del Brenta. Da qui l’orso ha iniziato un percorso di ricolonizzazione degli antichi areali, comprese le montagne altoatesine che hanno ospitato la specie fino agli anni Trenta. Gli sguardi sull’orso sono dunque sguardi “giovani” e ancora alla ricerca della giusta distanza, anche emotiva, che rende possibile la convivenza tra uomini e plantigradi. Davide Righetti, tecnico faunistico dell’Ufficio Caccia e Pesca della Provincia di Bolzano si è recato di recente in Slovenia per capire come si vive la “prossimità” tra uomini e orsi in un Paese che, più piccolo della Lombardia, ospita da solo una popolazione di circa 500 orsi. Righetti, che percezione ha rilevato della convivenza col plantigrado, in Slovenia? «Bisogna dire innanzitutto che ho avuto soprattutto degli interlocutori esperti quali possono essere considerati guardiacaccia, forestali e cacciatori, che sicuramente sono frequentatori e conoscitori abituali del bosco e della fauna. Tuttavia, posso dire di aver rilevato in tutti un atteggiamento di maggiore tolleranza, di maggiore tranquillità e di minore allarme rispetto alla situazione nostrana. Un atteggiamento che, attravero i loro racconti è possibile estendere anche ad altre categorie che vivono una contiguità obbligata con l’ambiente naturale, come pastori ed agricoltori. Insomma, per cacciatori, forestali e contadini sloveni trovare tracce di un orso equivale a trovarne di cervo o di capriolo, per intendersi. Anzi forse un cervo da loro costituisce un elemento di curiosità maggiore rispetto ad un orso, paradossalmente. Eppure in Slovenia gli orsi sono numerosi e si vedono molto facilmente tracce del plantigrado anche a poche decine di metri dalle ultime case dei paesi, senza che questo susciti reazioni allarmistiche, appunto, o particolari paure». Lei come spiega questa differenza? «Direi soprattutto con il fatto che l’orso in Slovenia non ha mai smesso di fare parte del “quotidiano”. In atre parole è da sempre una presenza faunistica abituale e la popolazione ha conservato l’abitudine – anche culturale – a vederlo, a sentirne parlare, a conviverci. Dobbiamo dire però per completezza, che le due situazioni, quella slovena e quella altoatesina, sono comparabili solo fino ad un certo punto». In che senso? «Innanzitutto come dato numerico bruto. Da noi in Alto Adige si parla di pochi o pochissimi esemplari, qualcosa di meno di una micro-popolazione, in Slovenia invece la popolazione è numericamente molto consistente e viene gestita secondo parametri di ordinaria gestione faunistica, incluso lo sfruttamento commerciale della specie con la concessione, a caro prezzo, di permessi di abbattimento contingentati. Due situazioni dunque molto diverse, che spiegano anche scelte diverse nel modus operandi. Nel concreto: se in Slovenia un orso entra nell’abitato e la dissuasione non funziona immediatamente, l’animale viene abbattuto senza troppi problemi. Attenzione però: va riconosciuto alla Slovenia di aver conservato una popolazione di orso importante e dunque non si è abusato di questo strumento. Un’altra differenza importante riguarda la modalità e la struttura degli insediamenti rurali o di montagna. In Slovenia gli abitati sono compatti, il confine fra dentro e fuori è netto, mentre come sappiamo in Alto Adige ci sono insediamenti sparsi con masi, attività agrituristiche o produttive isolate o lontane dai paesi e questo rende le cose un po’ più complicate». Funzionano le politiche di prevenzione in Slovenia? «L’uso dei recinti elettrificati è molto diffuso, direi ordinario, quasi scontato, anche a ridosso dei centri abitati. Questo è un ottimo modo per prevenire aggressioni agli animali, consigliabile a tutte le latitudini». Veniamo ai recenti fatti di cronaca: lei ha trascorso un paio di notti a sorvegliare la fattoria didattica di Cortaccia dove l’orso aveva mangiato due pecore. Come giudica la situazione? «Probabilmente si tratta di un esemplare giovane – aspettiamo però il risultato dell’analisi genetica sui peli trovati per conferma – che ha agito in quel modo per inesperienza. Grazie alle fototrappole abbiamo individuato infatti in zona due giovani orsi e prima dell’incursione nell’agritur c’era stato semplicemente il danno ad un’arnia. Tutto qui. L’animale non si è mai fatto vedere da nessuno e non mostra particolare confidenza con l’uomo. Grazie agli scatti fotografici abbiamo valutato che l’altezza al garrese dei due esemplari sia piuttosto modesta, circa 80 centimetri, insomma la taglia di un grosso cane. Va tenuto poi presente che l’orso responsabile dell’aggressione agli animali della fattoria non è tornato nel luogo del primo attacco. Se dovesse capitare ancora qualcosa, quell’orso sarà probabilmente dotato di radiocollare, per tenerne sotto controllo gli spostamenti. Non sottovalutiamo infatti l’empatia della famiglia che ha perso i propri animali domestici: non erano infatti animali destinati al macello, e quando ci sono legami affettivi bisogna rispettare e capire la paura, il dolore, l’amarezza. Così come bisogna rispettare le paure delle persone in generale e aiutarle a superarle. In modo costruttivo. Ora con il freddo e la neve si presume che gli orsi vadano in letargo, quindi la loro attività in questi giorni dovrebbe gradualmente ridursi. In definitiva nel 2013 i danni causati dagli orsi in Alto Adige ammontano a meno di 7000 euro e in totale sono stati uccisi 4 pecore e un vitellino. Inoltre non si registra alcun incontro aggressivo o problematico con l’uomo. Questi sono i fatti, e da questi bisogna partire».

(articolo pubblicato a mia firma sul quotidiano Alto Adige in data 4dicembre 2013)

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