Specie aliene: l’esempio di Caldonazzo e altre storie

La notizia: nel lago di Caldonazzo ci sono centinaia di tartarighe aliene (della specie non autoctona Pseudemys scripta, le tartarughe dalle orecchie rosse, cosidette), che stanno alterando l’equilibrio del lago. Vivono lungo le rive, prevalentemente nei canneti, ma si possono osservare in folti gruppi anche dalla ciclabile lungolago, dove la passerella è in legno. Sono abili nuotatrici, si cibano di pesci  come scardole e rodei, prolificano. La specie è nordamericana, all’acquisto è lunga tre-quattro centimetri, è molto facile da allevare, appassiona chi ama gli animali domestici, ma poi il suo carapace s’allunga fino a 28-30 centimetri, allora in casa non sta più, tra l’altro è molto vorace. «Le tartarughe gettate in acqua costituiscono uno dei più grandi problemi di gestione faunistica delle acque interne e non solo locali – spiega l’ittiologo Lorenzo Betti – quelle del lago di Caldonazzo sono immesse dall’uomo ed alterano gli equilibri, il problema c’è ed è notevole, crea danni evidenti». In pericolo ci sono anche le testuggini autoctone, e i pesci. «Entra in concorrenza con la testuggine nostrane di palude, la Emys orbicularis che è ormai a rischio di estinzione, ma la minaccia maggiore sta nelle malattie che introduce – continua l’esperto – Si nutre di uova, avanotti, ma soprattutto di pesce vivo. Si riproduce velocemente in quanto trova una nicchia ecologica libera per lei, ma è un elemento estraneo che altera gli equilibri naturali esistenti». Ma una soluzione al problema si potrebbe trovare. «Meglio creare spazi adatti – conclude Betti – dove possa vivere dall’inizio alla sua fine e se ciò non è possibile, paradossalmente è meglio sopprimere l’animale, piuttosto che rilasciarlo in ambiente naturale». Se la tartaruga dagli orecchi rossi preoccupa, non è certo l’unica specie esotica introdotta nel lago dall’uomo e sempre con forti conseguenze sull’equilibrio naturale. «Il pesce gatto è in pieno boom – segnala l’ittiologo – è una specie dannosa e pericolosa, c’è da una decina d’anni e negli ultimi due è presenza assidua e abbondante. Altro pesce immesso dall’uomo è il Rodeo (Rhodeus amarus) una quindicina d’anni fa; ora è tanto abbondante da essere terzo per numerosità solamente dopo la scardola ed il persico». Anche il coregone che tanto fa felici i pescatori non è autoctono, proviene dai laghi dell’Europa settentrionale ed è stato introdotto decine d’anni fa per motivi commerciali. Così pure la bottatrice, immessa negli anni Ottanta ed il persico-trota tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Talvolta in occasione di grandi semine di pesce bianco proveniente da altri luoghi. Insomma, anche il lago è diventato «multirazziale» (dal quotidiano L’Adige, 02 giugno 2009).

Il Commento: l’introduzione di specie animali e vegetali da altri ecosistemi è una delle principali cause di deterioramento dell’ambiente.  In ogni caso non dovrebbero esistere animali in cattività, men che meno di specie così poco affini all’uomo, al limite vanno bene cani e gatti, ma le tartarughe stanno bene libere.                                                                                                                                                                                                                      Allego un articolo da me scritto sulla questione a livello nazionale, pubblicato dal quotidiano Trentino il 4 febbraio 2009.

Trentino — 04 febbraio 2009   pagina 44   sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI

Nel panorama della crisi ecologica globale, si parla spesso della perdita di biodiversità e della sua principale ragione: la distruzione e compromissione degli habitat per azione diretta e indiretta dell’uomo.  Poco invece si parla di un altro fenomeno, di origine antropica anch’esso, che secondo gli esperti sarebbe la seconda ragione di crisi: l’invasione delle specie animali e vegetali aliene, esotiche, che causa gravi danni agli ecosistemi invasi.  Ne ha parlato recentemente a Trento, al Museo di Scienze naturali, Sandro Bertolino, ricercatore dell’Università di Torino (DIVAPREA Entomology & Zoology), nella prima conferenza del 2009 del ciclo “Incontri al Museo per parlare di fauna”. La relazione dell’esperto ha rimarcato un aspetto fondamentale, nella lettura della crisi ecologica, ricordando «che alla base dell’idea di biodiversità, così come l’ha divulgata E. O. Wilson, non vi è solo una lista numerica di specie – il che potrebbe far erroneamente pensare che l’arrivo di nuovi elementi sia un fatto positivo: l’idea di biodiversità è un concetto di quantità ma anche di relazioni e di complessità».  Bertolino ha citato poi un numero emblematico: circa il 30% delle specie estintesi nell’epoca moderna avrebbero subito tale sorte proprio a causa dell’invasione di specie aliene. Nel 1992, nel celebre libro “The diversity of Life-La diversità della vita”, il biologo Edward O. Wilson, padre della parola “biodiversità” e ricercatore universalmente stimato, scriveva una definizione, che ebbe uno straordinario successo.  «L’esito creativo della selezione naturale è l’abilità di assemblare nuove, complesse strutture e processi fisiologici, attraverso una pressione che agisce per mutazioni». La biodiversità, la diversità della vita, è la capacità dell’evoluzione di produrre incessantemente organismi viventi con abilità e adattamenti mutevoli, che interagiscono profondamente fra loro. Wilson proseguiva: «La diversità è la proprietà che rende possibile la resilienza della vita». Meno biodiversità significa quindi un ambiente con meno capacità di risposta allo stress, all’inquinamento, ai cambiamenti naturali e antropogenici. Ora: la biodiversità è avvenuta lentamente, in milioni di anni, senza la perturbazione diffusa geograficamente, rapida e persistente dello stile di vita recente di Homo sapiens.  Wilson auspica nei sui scritti: «Un’etica globale della Terra, non un’etica qualsiasi, ma basata sulla migliore comprensione di noi stessi e del mondo intorno, che la scienza e la tecnologia possano fornire».  Infatti, almeno secondo Wilson (ne “Il futuro della vita”), siamo «mammiferi intelligenti, preparati dall’evoluzione a perseguire obiettivi personali mediante la cooperazione». Forse, perchè, racconta Bertolino «Negli anni 70 il Portogallo con fondi europei cercò di difendere due specie di gamberi autoctoni, nello stesso tempo la Spagna introduceva altre specie alloctone, che giunsero in Portogallo, portandovi la peste del gambero». E però, le nostre conoscenze dei processi vitali sono ancora grezze, come illustra il caso dei batteri Prochlorococcus. Wilson afferma che siano gli organismi più numerosi del pianeta, responsabili di una gran parte della produzione organica dell’oceano. Però, fino al 1988 la scienza li ignorava. Giocare con la vita, insomma, può essere pericoloso.  Qualcuno ha giocato e continua a giocare, come risulta evidente dalle parole di Bertolino «Gran parte delle specie aliene si muovono attraverso la mediazione dell’uomo; traffici commerciali, legali e non, sempre più diffusi, complice anche una diffusa irresponsabilità e la mancanza di una strategia globale di risposta». In molti ambienti l’introduzione dall’esterno di predatori, competitori e parassiti determina il declino di specie native, talvolta anche la loro estinzione, ovvero un potente disequilibrio.  «Un esempio emblematico è quello dello scoiattolo grigio americano – ha spiegato Bertolino – che, (seppure simpaticissimo agli umani – ndr), in Piemonte e Lombardia, come già avvenuto in Inghilterra, mette a rischio la sopravvivenza dello scoiattolo comune (lo scoiattolo rosso)». Vi sono altri esempi: il visone americano (liberato dagli allevamenti ad opera degli animalisti) limita le popolazioni di prede; la nutria (arrivata anche in Trentino) altera la funzionalità delle zone umide, eliminando parte consistente della vegetazione, e può minare la tenuta di argini e canali artificiali, con danno per l’agricoltura e la sicurezza; l’asiatica vespa velutina, arrivata in Francia, preda le utilissime api europee, che non conoscono difese contro l’invasore. Tra gli invertebrati, numerosi gamberi alloctoni competono con i gamberi nativi e limitano fortemente molti invertebrati acquatici.  Queste sono alcune delle specie presenti in Italia; altre si stanno insediando o arriveranno. In conclusione, accanto alla tecnica necessaria per rispondere, torna l’etica globale. Perché spesso la risposta praticabile all’invasione di specie aliene, comporta l’uccisione, l’eliminazione fisica dell’invasore. Insomma, la violenza versus l’alterazione di un equilibrio. Non se ne esce facilmente, con una risposta tranquillizzante, in ogni modo si può agire solo tornando al principio di responsabilità, alla cooperazione delle idee e delle pratiche, da mammiferi intelligenti. Con la vita non si gioca, mai.

Maddalena Di Tolla Deflorian

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